![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 MAGGIO 2002 |
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Per seimila anni la cultura e i valori della guerra hanno prevalso
su quelli della pace. I conflitti armati erano la via consueta per regolare i
rapporti fra le genti. Dal secondo ’900, invece, sta affiorando una cultura
della pace. Le guerre si combattono ma nessuno più le proclama come un valore,
sostiene in un nuovo saggio Raimon Panikkar. Se la pace, però, è «il mito
emergente del nostro tempo», perché continuano le guerre? Perché gli Stati
credono di combattere in vista di un mondo pacifico senza avere una filosofia
della pace, che ora Panikkar sta cercando di elaborare. Definito dal grande
storico delle religioni Julien Ries «uno delle più grandi figure spirituali del
nostro tempo, vero punto d’incontro fra Oriente e Occidente», il
pensatore-teologo nacque a Barcellona nel 1918 da madre spagnola-cattolica e da
padre induista. Ordinato sacerdote nel ’46, visse vent’anni a Varanasi in una
piccola casa sul Gange, dedicandosi a studi biblici e vedici comparati, alla
preghiera e alla meditazione. Dopo aver insegnato ad Harvard e all’Università
di California, ora vive in un eremo a Tavernet, Catalogna.
Nel suo sangue si mescolano tradizioni lontane: è naturale, quindi, che
Panikkar veda nell’«interculturalità» il primo supporto di una filosofia della
pace. I governi s’illudono che la vittoria sul campo porti alla convivenza
pacifica, garantita dai trattati; ma la pace fugge dal campo dei vincitori,
scrive Simone Weil, poiché «gli archetipi degli sconfitti prima o poi
emergeranno e vorranno imporsi a loro volta», anche perché i vinti non godono
della pace monoculturale dei vittoriosi, si tratti di pax romana o pax
americana .
Così, per spezzare il cerchio non dovremo più pensare la pace come
«eliminazione della guerra» ma come «valore ultimo della vita» ( beatitudo,
nirvana, shalom, salam ). E i valori assoluti vanno oltre le divisioni
religiose o storico-politiche: non a caso questo cristiano dell’India afferma
che «la mistica è il passaporto di ogni frontiera culturale».
Su questa via, però, in un mondo avvezzo a cercare pace e sicurezza ribattendo
colpo su colpo (pensiamo alla tragedia palestinese) occorre un rivolgimento
radicale. Dopo l’undici settembre, Panikkar ha aggiunto un epilogo al saggio,
dove avverte che la «punizione non purifica», che le bombe non eliminano la
volontà di rappresaglia terroristica. In alternativa, il filosofo propone
l’incontro fra culture, fatto di conoscenza reciproca e dialogo fondato sui
grandi temi dell’esistenza, fra i quali la pace, la cui essenza trascende gli
interessi e i fattori geopolitici.
Come arrivarci? Anzitutto evitando la demonizzazione dell’altro: non è
«condannando gli atti esecrabili dei fanatici o fustigando colonialismo e
capitalismo» che si risponde ai quesiti assoluti. Non si tratta di eludere i
giudizi morali ma di cominciare a chiedersi il perché delle cose: attitudine
che apre la via della comprensione e al perdono, che poi è la chiave di volta
di ogni filosofia della pace. Da dove cominciare? Da noi stessi, nel
quotidiano, perché se è difficile vivere senza pace esterna, è impossibile
sopravvivere senza quella pace interiore che è premessa del disarmo culturale,
a sua volta condizione del disarmo militare. Utopia, visto che il male è
connaturato alla natura umana? Secondo Panikkar, l’umanità è vicina a un punto
di svolta dov’è possibile «una nuova alba», unica alternativa all’oscurità della
fine.