![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 MAGGIO 2002 |
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In
un'intervista inedita la straordinaria preveggenza del filosofo (che compie 93
anni) sulla globalizzazione e sul futuro della sinistra
Si
moltiplicano i campi dell'esperienza e del sapere. Ma la frammentazione che ne consegue acuisce il bisogno di
riunificazione
Respingo la
tendenza che addebita ai comunisti italiani tutti i mali del sistema politico:
il Pci ha svolto un ruolo essenziale nel dopoguerra
Non
v'è studioso che al pari di Eugenio Garin abbia percorso la filosofia
italiana del Novecento con eguale tenacia ed ampiezza. Testimone di rilievo della cultura
nazionale, professore emerito della scuola Normale superiore di Pisa, ha
dedicato la sua vita a due campi privilegiati di studi: l'Umanesimo e il
Rinascimento da un lato, «la filosofia come sapere storico» dall'altro, con
forte attenzione a Gramsci, Croce e Gentile. Garin, esponente di punta dell'intellighenzia democratica e
azionista, vicino dal dopoguerra al Pci, al Pds e ai Ds, compirà il 9 maggio
93 anni e ha continuato in tutti questi anni a lavorare instancabilmente. Conversare con lui è particolarmente
stimolante. Per la vivissima passione
filosofica che lo anima, per la nobile erudizione, e anche perché idee e personaggi
divengono inevitabilmente nel discorso memoria vissuta. Può essere tra l'altro
un'ottima occasione per riattraversare il rapporto fra tradizione filosofica
nazionale, mutamenti globali dell'oggi, radici e vocazione del partito della
Quercia. Con un testimone d'eccezione.
L'idealismo di Croce e Gentile incide profondamente
sulla riflessione gramsciana, contribuendo a generare una filosofia politica
peculiare e asistemica. Quali sono gli impulsi più intimi che muovono il
pensiero di Gramsci e quali problemi esso ci ha lasciato in eredità?
A
grandi linee la posizione di Gramsci nei Quaderni
si ricollega a quella di Pasquale Villari, ovvero all'idea di una riforma
morale e intellettuale da perseguire attraverso una rilettura della storia
d'Italia, dei suoi squilibri irrisolti.
Se
rileggiamo le Lettere meridionali, in
particolare quelle sulla camorra a Napoli, intravediamo subito alcune affinità
intellettuali tra i due. Per inciso, ci
accorgiamo anche che i problemi della storia nazionale sono ancora quelli:
l'integrazione civile mancata, la questione meridionale. Direi che il pensiero di Gramsci va collocato
nella temperie dei primi decenni del Novecento. In quel periodo vi era stata una particolare reazione di Marx
in Italia, passata non tanto attraverso l'interpretazione di Labriola quanto
attraverso quella di Croce e Gentile.
Gramsci ne rimane influenzato. E
ne traduce l'influsso in un'analisi originale della società italiana colta tra
passato e presente a partire dalla fase storica successiva alla prima guerra
mondiale. Sulla scia di Croce e con
movenze gentiliane, i concetti storici vengono così piegati in direzione di
una ricognizione storica attualizzata della realtà nazionale. E' un'itinerario,
quello dell'autore dei Quaderni, che risale al Cinquecento, alla Controriforma,
e che approda ad un nucleo di indicazioni che mi pare ancora valido. Brevemente potrei sintetizzare così: i mali
dell'oggi hanno radici tenaci e lontane e risiedono nella mancata
modernizzazione laica del paese.
A qualcuno i suoi rilievi sulla laicità
potrebbero apparire inattuali, nel momento in cui la Chiese cattolica rilancia
in grande stile il motivo di una rinnovata evangelizzazione dell'Occidente,
facendo tesoro magari, come nella «Centesimus Annus», degli elementi del
pensiero laico e democratico..
Innegabilmente
la difesa e il rilancio di certi valori che il cristianesimo rappresenta è
importante. Tanto più quando ciò
avviene rielaborando le conquiste del pensiero moderno
Ma personalmente sono un
laico e pur tenendo tutto ciò nel massimo conto, continuo a rimpiangere che
nella storia d'Italia abbia vinto il Concilio di Trento, e non Machiavelli e
Guicciardini. Mi commuove ancora la
battuta in cui Guicciardini dichiara che si sarebbe fatto volentieri luterano
per contrastare un certo potere ecclesiastico.
Qualcosa del genere pensa anche Gramsci quando lamenta la sconfitta del
modernismo religioso nel nostro paese.
Veniamo ora alle questioni del secondo
dopoguerra. Lei ha sostenuto che l'egemonia della tradizione filosofica nazionale
entra irreversibilmente in crisi
soltanto negli anni 60. Come si è determinato questo «smottamento» e come giudica quel che ne è scaturito?
In realtà fin dagli anni '30
affioravano delle incrinature nella specifica sistemazione idealistica data da
Croce e Gentile alla crisi europea emersa tra Otto e Novecento. Emergeva a quel tempo un'insoddisfazione
destinata prima a passare attraverso l'esistenzialismo e poi a venir
canalizzata verso il marxismo. Il libro
di Cesare Luporini, Esistenza e
libertà, andava già in questa direzione, era il segnale di un clima che
mutava. Il marxismo, anche quello
storicista, nel dopoguerra trae con sé germi e sensibilità che si manifestarono
apertamente negli anni '60, e in seguito nel 1968. E' proprio quel periodo a
rendere vivibile la vera fuoriuscita dalla tradizione filosofica di derivazione
idealistica. Oggi sotto l'impulso
della trasformazione moderna, siamo di fronte ad un mutamento radicale del
modo di intendere la filosofia che nasce da una riflessione «alla seconda
potenza» sui concetti. V'è in altre
parole la tendenza a cercare il nesso intellettuale tra i saperi, a sondarne
i risvolti e le conseguenze per la vita. L'irruzione delle filosofie
ontologiche, etiche, ermeneutiche, persino del funzionalismo sistemico,
testimonia, credo, un'esigenza di senso, di riconquista del significato intimo
delle cose. Il bisogno di accedere ad
un'esperienza molteplice e non dimidiata del mondo. Prenda la tematica della temporalità, divenuta davvero invadente
in tutti i campi. La ritroviamo nel
discorso delle scienze della natura, nell'analisi storiografica, nella
psicologia, oltre che in certe istanze socio-politiche ed ideologiche.
Quello che descrive è anche un panorama molto
frammentato rispetto al passato. Non la
preoccupa questo aspetto?
Dire
che la ragione torna oggi a riflettere sulle categorie del conoscere in uno
scenario reso più complesso dagli sviluppi sociali. Si moltiplicano infatti i campi del sapere e dell'esperienza
vissuta. Per ora sembra prevalere la
frammentazione, che acuisce però al tempo stesso l'esigenza di
riunificazione. Di qui nasce la
tendenza dialogica, interdisciplinare, fatta di rimandi continui da un ambito
all'altro.
Anche la dialettica tra cosmopolitismo e stato
nazionale in questa fine di secolo sembra
riprodurre, sul piano della «grande «storia»,
un'oscillazione contraddittoria
analoga a quella da lei evocata nel
«regno delle idee». Quale di queste due polarità è destinata a prevalere?
Deve vincere la tendenza alla
riunificazione dell'umanità, la percezione di quanto sia piccola l'aiuola che
tanto ci fa feroci. Gli stessi sviluppi
della tecnica ci costringono a accettare la necessità di un governo dello
spazio, delle risorse mondiali. Nessuno
può più limitarsi a coltivare il proprio giardino, anche se poi proprio la
diffusione dei diritti universali fa riscoprire a ciascuno il proprio
campicello. Sta qui uno dei paradossi del mondo moderno: essere cittadini del
mondo potenzia simultaneamente il senso delle appartenenze più limitate. Quel che diviene oggi decisivo è un giusto
equilibrio tra le due sfere.
Il mutamento del rapporto tra «la
scienza e la vita», per usare l'espressione di De Sanctis, ha
riguardato alla fine anche la sinistra, le sue ragioni, i suoi progetti. In Italia, come lei sa,
è stato il Pci, divenuto Pds,
a registrare il mutamento più profondo al punto di avviare una vera e propaga riformulazione di identità. Quali considerazioni storiche ne
ha tratto.
Prima di tutto vorrei
ricordare che il Pci ha svolto un ruolo essenziale in tutto il secondo
dopoguerra, a cominciare dalla Resistenza.
Sento di poterlo dire proprio sulla base della mia personale esperienza
di matrice liberaldemocratica e azionista: senza il Pci non ci sarebbe stata
alcuna saldatura tra realtà popolare, di massa, e importanti correnti
culturali destinate a rimanere minoritarie.
In generale parlo di un legame tra «ceti subalterni» e intellettuali mai
verificatosi nella storia d'Italia, che ha rappresentato un connettivo
democratico fondamentale per la repubblica.
Credo sia da respingere la tendenza di voler addebitare ai comunisti
italiani tutti i mali del sistema politico, con un'operazione che trasforma i
veri responsabili in accusatori. Ebbene
il Pci ha tentato di candidarsi alla guida del governo, ma è risultato sconfitto.
E non è detto che gli sconfitti abbiano sempre torto. Certo, ci sono stati forti limiti nella sua
azione, questioni a lungo insolute, sullo sfondo delle quali si spiega la
nascita del Pds. Ad esempio il legame
con il socialismo reale protratto oltre il dovuto. Un certo fideismo ideologico associato alla persuasione di essere
sempre sull'onda dei processi reali della storia, e quindi di aver sempre
ragione. Ne sono derivati forti
ritardi sul terreno istituzionale e nel programma economico, ritardi che hanno
accelerato la crisi.
Mi pare che lei auspichi oggi un partito rinsaldato e
coerente sul piano programmatico. E su
quello delle idealità?
Mi augurerei che il Pds
riuscisse ad essere il vero partito socialista di cui l'Italia ha bisogno,
capace di raccogliere la tradizione azionista e liberaldemocratica nell'alveo
del socialismo democratico. Non mi
preoccupano i contraccolpi che hanno investito l'idea del socialismo dopo il
tracollo dell'Est. Quello a cui penso
è il socialismo come utopia, non come concetto metafisico, come «idea
regolativa» che non ha nulla a che fare con i sistemi totalitari realizzatisi
storicamente.
Tra le «idee regolative» c'è ancora spazio a suo
avviso per l'idea di progresso?
Io sarei cauto al riguardo, perché questa nozione conserva una certa aura ideologica. E' legata alla fede in una razionalità intrinseca alle vicende storiche. La Storia è fatta di regressi e avanzamenti. L'utopia viceversa può delineare dinamicamente un miglioramento allargato delle condizioni di vita degli uomini, attento ai loro bisogni specifici. A patto che sia un'utopia resa saggia dall'esperienza, che non ci faccia pagare prezzi troppo alti.