![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 MAGGIO 2002 |
|
Dalla clonazione alle staminali per
curare il Parkinson: aumenta il fenomeno delle notizie-bufala
Si divulgano dati clamorosi prima di
essere sicuri della loro fondatezza: le colpe del conflitto d'interessi
L'industria investe molto in biomedicina
il rischio è di produrre risultati in accordo con le sue esigenze
Michel Levesque, neurochirurgo
in forze al Cendars-Sinai Medical Center di Los Angeles, annuncia a inizio
aprile in un convegno per esperti di aver eseguito un trapianto di cellule
staminali nel cervello di un ingegnere di San Clemente e di averlo guarito dal
morbo di Parkinson. La clamorosa
notizia viene ripresa dal Washington Post e fa il giro dei giornali di tutto il
mondo. «Poco credibile», commenta unanime la comunità scientifica internazionale.
Non giova alla credibilità dell'annuncio il fatto che a finanziare la ricerca
di Levesque c'è un'azienda privata: la Celmed BioSciences.
Jose B. Cibelli e un gruppo
di suoi collaboratori annunciano lo scorso autunno di aver clonato, per la
prima volta al mondo, un embrione umano.
La notizia, ancora una volta clamorosa, viene data con sapienza
mediatica, attraverso il combinato disposto di un comunicato stampa, un
articolo su una prestigiosa rivista di divulgazione, lo Scientific American, e
un report su una rivista scientifica, il Journal
of Regenerative Medicine. L'annuncio
ha un impatto mediatico enorme in tutto il mondo. Ma la comunità scientifica è scettica. Jose B. Cibelli lavora
per la Advanced Cell Technology Inc., un'azienda biotecnologica privata di
Worcester, nel Massachusetts.
L'elenco delle notizie
scientifiche che suscitano clamore sui mass media e profondo scetticismo nella
comunità scientifica potrebbe continuare a lungo. Proponendoci una domanda ormai rituale: perché i mezzi di
comunicazione di massa danno tanto credito a notizie scientifiche poco
fondate? La risposta a questa domanda è
piuttosto complessa, ma potrebbe essere sintetizzata in una frase: perché i
media hanno «interesse» a veicolare notizie clamorose, anche a prescindere
dalla loro fondatezza.
Già
ma la domanda può essere ribaltata: perché molti scienziati si affrettano a
comunicare notizie clamorose a prescindere dalla loro fondatezza? La comunità scientifica si sta accorgendo
che il fenomeno è in crescita, soprattutto nei settori della medicina clinica,
della biomedicina e delle scienze ambientali.
Che investe non solo la comunicazione scientifica informale, come le
conferenze stampa o i convegni, ma anche la comunicazione formale, effettuata
su riviste scientifiche specializzate con tanto di «peer review», di revisione
critica preventiva a opera di colleghi anonimi. E che quasi sempre ha una causa specifica: il conflitto di
interesse.
Cosa sia questo conflitto lo
spiega bene Orrin Pilkey, geologo della Duke University e paladino della
«trasparenza» nella comunicazione della scienza: con la quantità enorme di
soldi che l'industria investe nella ricerca scientifica cresce il rischio che
una parte dei ricercatori producano «client science», cioè scienza attenta alle
esigenze del cliente, che genera risultati in accordo con quelle esigenze.
Le
notizie clamorose ma poco solide annunciate da scienziati che, come Levesque e
Cibelli, hanno stretti rapporti con le industrie non sono che la punta di un
iceberg. I risultati della «client
science» si diffondono soprattutto in maniera
anonima fuori dal mondo dei mass media, anche sulle riviste scientifiche più
serie. Tanto che, di recente, la
rivista scientifica più famosa al mondo,
Nature, si è chiesta se: «Possiamo credere a ciò che leggiamo?». E una dozzina di ricercatori americani,
compreso Pilkey e compresi i due ex direttori di due tra le più prestigiose
riviste mediche del mondo, The New
England Journal of Medicine (NEIM) e
The Journal of american Medical Association
(JAMA), hanno scritto, su iniziativa del Center for Science in the Public
Interest di Washington, ai direttori di 200 riviste per chiedere una maggiore
trasparenza e una maggiore attenzione al conflitto di interessi dei loro
autori.
Il
tema non cattura l'attenzione solo di pochi critici. Le preoccupazioni sono sempre più generalizzate. Nei giorni
scorsi si sono tenute due conferenze internazionali sul conflitto di interesse,
una presso la Emory University di Atlanta, Usa, e l'altra a Varsavia in
Polonia, sponsorizzata proprio da IAMA e NEJM. D'altra arte da alcuni mesi le due riviste
scientifiche più famose del mondo, l'inglese Nature e l'americana Science,
hanno una esplicita politica della trasparenza e chiedono al loro autori di
dichiarare pubblicamente i loro «conflitti di interesse».
Inutili
allarmismi? Demonizzazione del mercato
e della ricerca industriale? No,
fatti. Nel 1986 Richard Davidson, un
ricercatore dello University of Florida College of Medicine, analizzò 107
diversi articoli relativi a trials clinici su farmaci pubblicati da autorevoli
riviste e trovò che le ricerche sponsorizzate da industrie farmaceutiche
proponevano risultati favorevoli ai farmaci sperimentati molto più spesso
delle altre. Dopo questa prima
indagine, altre ne sono venute. E
tutte, sostiene Nature, hanno
confermato l'impressione di Davidson.
Una delle più famose, per esempio, ha preso in esame 70 articoli
riguardanti la sicurezza degli antagonisti dei canali del calcio, una classe
di farmaci usati per il trattamento delle malattie cardiovascolari. Ebbene, il 96% degli articoli favorevoli a
questi farmaci erano stato realizzati da ricercatori finanziati da aziende
farmaceutiche. Mentre lo era solo il
60% degli articoli neutrali e appena il 37% degli articoli contrari. Insomma, chi riceveva i soldi dall'industria
proponeva poi risultati più favorevoli all'industria.
L'anomalia
è spiegabile (chi ha rapporti diretti o indiretti con l'industria tende non
tanto a manipolare i dati, quanto a evitare di pubblicare risultati
sfavorevoli) e, entro certi limiti, persino accettabile. A patto che il «conflitto di interessi» sia
trasparente e il lettore, esperto e non esperto, sappia con chi intrattiene
rapporti l'autore della ricerca.
Malgrado
la crescente richiesta, di trasparenza nel mondo della comunicazione della
scienza ce n'è ancora poca. Sheldon Krimsky,
della Tufts University, ha esaminato 1.396 riviste scientifiche ad alto impatto
di tutto il mondo. Solo il 15,8% di
esse aveva una qualche «politica di trasparenza». I lettori dell'84,2% di quelle riviste scientifiche non era
informato in alcun modo sulla presenza di eventuali conflitti di
interesse. La trasparenza stenta ad
affermarsi persino nelle riviste più avvertite. Nel febbraio di due anni fa il New England Journal of
Medicine, con un'indagine interna, scoprì che ben 19 dei 40 articoli di
review su terapie farmacologiche pubblicate erano stati proposti da scienziati
con un conflitto di interesse non esplicitato.
Il
problema non riguarda solo il mondo della ricerca farmacologica. Clamoroso fu l'editoriale scritto nel 1997
proprio sul NEJM a opera di Stephen
Safe, in cui il noto ricercatore della Texas A&M University sosteneva che
i policlorobifenili non causano affatto il cancro al seno. E che questa
diceria era il frutto della chemiofobia dei «paparazzi. della scienza» che,
essi sì, inquinano i mass media. Più
tardi il NEJM scoprì che Safe aveva avuto un finanziamento di 150.000 dollari
da parte dell'Associazione americana delle aziende chimiche.
Decisamente, se dobbiamo credere agli scienziati quando parlano e, soprattutto, quando scrivono, dobbiamo sapere chi li finanzia.