RASSEGNA STAMPA

30 APRILE 2002
VITTORIO BERTOLINI
Dove la legge stacca la spina

Se l'ordinamento giuridico del nostro paese fosse improntato alla common law, la sentenza che ha mandato assolto quell'ingegner Forzatti che, quattro anni fa, armi in pugno, ha staccato il respiratore che manteneva in vita la moglie, rappresenterebbe senza dubbio una svolta significativa nella direzione della tolleranza di qualche forma di eutanasia. Ma poiché in Italia il diritto non si fonda sulle sentenze dei giudici ma bensì sulla volontà del legislatore, occorre valutare fino a che punto i giudici della corte d'appello di Milano abbiano voluto fare giurisprudenza.

In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, sembra, da quel poco che si è letto fino ad oggi, che i giudici più che a legittimare l'operato del professore di Monza, abbiano voluto derubricarlo a un fatto ininfluente rispetto alla morte della moglie. Hanno infatti fatto emergere la fondata possibilità che al momento della messa fuori servizio del respiratore l'encefalogramma della signora Forzatti non registrasse segni vitali. Una sentenza probabilmente più ispirata alla pietà e alla comprensione della sofferenza umana che intessuta della freddezza del diritto, in ogni caso una sentenza né storica né tanto meno catastrofica, come la si è voluta drammatizzare secondo i diversi interessi ideologici. Una sentenza, però, che non può non sollecitare il parlamento a legiferare in modo più chiaro sull'accanimento terapeutico e sul diritto di scelta del paziente.

Nel recente dibattito sull'attuazione dell'eutanasia in Olanda non c'è stata voce che non abbia condannato l'accanimento terapeutico anche se per la verità in molte dichiarazioni non risultava molto chiaro cosa si dovesse intendere per accanimento terapeutico, come si è visto chiaramente nel caso della signora Forzatti dove è stato più enfatizzato il fatto eutanasico che il fatto che la vittima, preda di una malattia incurabile e ormai in coma irreversibile veniva mantenuta in vita artificialmente. Infatti come ha dichiarato a suo tempo Salvatore Montanini - presidente della Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva - "Non hanno nulla a che vedere con un atto eutanasico la rinuncia ad intraprendere o la decisione di sospendere terapie sproporzionate per eccesso, che non prolungano la vita, bensì l'agonia". Più che di accanimento terapeutico di dovrebbe parlare di accanimento e basta.

Anche se all'articolo 32 del codice deontologico dei medici vengono espresse direttive volte a impedire quei trattamenti medici per i quali è possibile configurare l'accanimento terapeutico, la realtà deve confrontarsi con un background culturale in cui l'operatore sanitario privilegia come prioritaria, per la propria attività, la difesa della vita ad ogni costo, indipendentemente da ogni considerazione sulla qualità della vita e dalla volontà della persona. A ciò bisogna aggiungere, come ha fatto rilevare l'on.le Fioroni un insufficiente chiarimento legislativo sull'accanimento terapeutico. E se Forzatti ha trovato nel giudice Santamaria una pietosa comprensione, il medico che avesse staccato la spina avrebbe potuto incorrere in un giudice più attento ai dettati formali della legge, summa lex summa iniuria.

Ci si augura perciò che il ministro Sirchia, come annunciato, recepisca nell'ordinamento giuridico italiano quella parte della convenzione di Oviedo che riguarda il cosiddetto testamento biologico, quel documento cioè con cui un cittadino dichiara in anticipo a quali trattamenti sanitari intende essere sottoposto. A titolo esemplificativo si può scaricare da internet www.consultadibioetiva.org/documenti/biocard.pdf la carta di autodeterminazione proposta dalla Consulta di Bioetica.

Occorre però chiarire quale sarà il principio ispiratore, se si vorrà cioè privilegiare un concetto impregnato di istanze culturali e ideologiche come quello di dignità oppure quello molto più semplice di autonomia della persona. Se la vita è un bene a disposizione della persona oppure se su di esso debbano decidere o il medico o il giudice o il prete o chi altri.
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Bioetica