RASSEGNA STAMPA

29 APRILE 2002
ALFIO BERNABEI
Eutanasia: i giudici europei dicono no a Diane

La donna inglese condannata a vivere.  Muore Miss B, che aveva ottenuto il diritto a far staccare la spina

«La legge mi ha portato via tutti i miei diritti.  Non potrò morire come volevo».  Parlando con l'aiuto di un computer, Diane Pretty ha co­sì commentato la sconfitta che ha subito davanti alla Corte europea dei diritti umani.  Si era rivolta ai giudici per poter far ricorso all'eutanasia amministrata con l'aiuto di suo marito.  Ma la Corte ha deciso che dovrà aspettare la morte natura­le. Anche Brian, suo marito, ha criti­cato il verdetto dei sette giudici. «Da un certo punto di vista sono conten­to perché avrò modo di rimanere un po' più a lungo accanto a mia moglie.  Ma sono anche molto triste perché i giudici le hanno portato via la scelta che lei voleva fare».

Sorridenti e gentili, come sem­pre, i due coniugi si sono presentati insieme ad una conferenza stampa dopo il verdetto.  Lei, quarantatré an­ni e madre di due figli, è confinata su una sedia a rotelle dalla quale non può più staccarsi.  Nonostante la terribile situazione in cui i due coniugi si trovano e i mesi di dura lotta intrapresa con la giustizia non si potrebbe immaginare una coppia più dolce e serena di questa. Brian, tenendo la mano alla moglie che assentiva col suo sorriso, ha sol­lecitato il pubblico britannico a fir­mare una petizione per costringere il governo inglese a rivedere la legge sull'eutanasia: «I sondaggi dicono che molta gente sostiene il punto di vista di mia moglie.  Lei spera che firmino la petizione sul suo websi­te».

Il dramma dei coniugi Pretty si è trascinato da un tribunale all'altro negli ultimi otto mesi, seguito con attenzione dai governi di vari Paesi che ancora non hanno deciso sul come comportarsi sul piano legislati­vo davanti a particolari richieste di eutanasia.  La singolarità di, questo caso è dovuta alle condizioni in cui si trova la Pretty.  Due anni fa venne colpita da una forma terminale di malattia neurologica che molto rapi­damente le bloccò tutti i movimenti dal collo fino ai piedi.  Ottenuta con­ferma dai medici che non c'era più niente da fare, optò per l'eutanasia.

Chiese a suo marito di aiutarla a morire.  Ma era anche consapevole che tale richiesta, una volta esaudi­ta, l'avrebbe esposto all'arresto.  Non volendo morire col pensiero di lasciarlo nei guai decise di rivolgersi a un tribunale di Londra per ottener­gli una dispensa.  Il giudice decretò tuttavia che allo stato delle leggi vi­genti non poteva accedere alla richie­sta o fare eccezioni.  Dopo inutili ap­pelli anche al premier Tony Blair, i coniugi fecero ricorso alla Camera dei Lord che ha facoltà di pronunciarsi come Corte Suprema.  Anche i Lord respinsero la richiesta ricono­scendo implicitamente l'illegalità dell'eutanasia.  Fu a questo punto che i Pretty si rivolsero alla Corte europea dei diritti umani.

Nel verdetto pronunciato ieri i giudici hanno detto che la decisione del tribunali britannici e quella del Lord «non viola in alcun modo la convenzione europea dei diritti umani».  La sentenza esprime com­prensione e compassione per i co­niugi Pretty, ma si mantiene ferma sul piano legale: «La Corte ricono­sce che senza la possibilità di mette­re fine alla sua vita la Pretty fa fronte alla prospettiva di una morte peno­sa, ma da ciò non deriva che la Pretty abbia diritto ad una morte ammi­nistrata da terzi o con l'assistenza di un'autorità pubblica».  Volendolo, i Pretty potrebbero fare appello anco­ra una volta.  Ma dalle dichiarazioni rassegnate di ieri si è capito che ri­tengono di aver esaurito le possibili­tà legali.  Ormai sperano solamente che una petizione popolare possa indurre il governo a cambiare la legge.

Richard Greene, portavoce della Motor Neurone Desease Associa­tion che raduna molti pazienti in condizioni simili a quelli della Pret­ty, ha detto che i membri dell'associazione sono incerti davanti al ver­detto: «Alcuni appoggiano la richie­sta dei coniugi Pretty, altri però so­no del tutto contrari a cambiamenti di legge».  Parlando a nome dell'in­fluente British Medical Association, Michael Green ha detto: «La Corte europea ha preso la decisione giusta».

Intanto proprio ieri è morta una donna nota solamente come «Miss B» che due mesi fa si rivolse a un tribunale di Londra per ottenere il diritto di far spegnere l'apparec­chio ad ossigeno che la teneva in vita.  I medici di quel particolare ospedale si erano rifiutati di accede­re alla sua richiesta.  Nel suo caso il giudice decretò che la donna, in pie­ne facoltà mentali, aveva in effetti esercitato il proprio diritto. Erano stati i medici ad infrangere la legge.
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