![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 APRILE 2002 |
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Un'opera in sette volumi curata da
Umberto Colombo e Giuseppe Lanzavecchia ricostruisce l'evoluzione delle due
imprese culturali che più hanno modificato la nostra vita: scienza e tecnica
Il professor Umberto
Colombo, già ministro per la Ricerca scientifica, già presidente dell'Enea e
già presidente, sia pure per pochi mesi, dell'Eni, sta curando, insieme
all'ingegner Giuseppe Lanzavecchia, una grande opera che, in sette poderosi
volumi e col contributo di innumerevoli esperti, riassumerà lo sviluppo passato
e le tensioni verso il futuro, della scienza e della tecnica. L'opera si chiama «La Nuova Scienza» ed è
edita dalla Libri Scheiwiller di Milano in concorso con una banca, il Credito
italiano, che la distribuisce. Di
questa vasta opera sono già usciti due volumi e il terzo è in cantiere.
L'idea che sospinge l'impresa
(e che spinge a leggere i due volumi) è quella di coevoluzione. Nel primo
tomo, «Dalla tribù alla conquista dell'universo», una serie di attonate voci
narranti (dal filosofo Evandro Agazzi al matematico Benoit Mandelbrot, dal
linguista Tullio De Mauro all'archeologo Louis Godart) ricostruisce
infatti il rapporto dinamico e cibernetico tra sviluppo del pensiero
scientifico e sviluppo della società umana.
Nel secondo tomo, «L'uomo e le macchine», una serie di altre voci
narranti non meno attonate (dalla biologa Rita Levi Montalcini allo storico
delle macchine Vittorio Marchis, dal fisico Marcello Cini all'economista
Paolo Sylos Labini) ricostruisce l'intima interpenetrazione tra l'evoluzione
della condizione umana e l'evoluzione della tecnica, che della scienza è
insieme figlia e madre.
In definitiva, con «La Nuova
Scienza» Umberto Colombo e Giuseppe Lanzavecchia ci propongono la
ricostruzione, critica, delle due imprese culturali che più di tutte le altre
oggi informano di sé sia la nostra pratica vita quotidiana sia la nostra
astratta immagine del mondo. Nulla più della scienza e della tecnica ha
contribuito, negli ultimi secoli, a modificare tanto il nostro stile di vita
quanto la nostra visione cosmica.
Innervando delle proprie acquisizioni ogni altra attività umana, da
quella economica a quella etica e, persino, religiosa. Colombo e Lanzavecchia intendono parlarci
della natura dell'uomo e della natura di due straordinarie culture umanistiche:
la scienza e la tecnica. E con ciò
sembrano indicarci che non c'è, non può esserci, una separazione dell'uomo
dalla scienza e dalla tecnica perché la ricerca scientifica e l'uso della
tecnica sono coessenziali all'uomo.
Anche se la modulazione di questa coessenza può, anzi deve, avvenire
attraverso un esercizio sistematico di senso critico.
Questo tipo di approccio al
rapporto tra uomo, scienza e tecnica ha un significato culturale profondo. Tuttavia si espone a un rischio. Quello di non afferrare l'intima natura
della scienza e, quindi, l'originalità del rapporto coevolutivo tra l'uomo e
l'impresa scientifica. La cultura
scientifica è, certo, parte della cultura dell'uomo e, quindi, dell'uomo
stesso. Ma la scienza, molto più della
tecnica, è un felice «accidente congelato» della storia umana, non un risultato
ineluttabile dell'evoluzione della specie Homo sapiens. Questo è un passaggio davvero cruciale e
delicato, perché ci dice che la cultura scientifica è anche una dimensione
culturale che, più di ogni altra, molto più della tecnica, si allontana
sistematicamente e progressivamente dal senso comune dell'uomo. Perché è una dimensione niente affatto «naturale»
(o spontanea), in quanto impone all'uomo di ragionare su enti teorici astratti
e di elaborare sistemi teorici coerenti, impostati con metodo
ipotetico-deduttivo. La scienza,
sostiene il fisico Alan Cromer, è «uncommon sense», senso non comune. Perché l'inclinazione «naturale» dell'uomo
è per il pensiero associativo e soggettivo.
E questa inclinazione tende a riprodurre una rappresentazione «ingenua»
del mondo. Produce «scienza
ingenua». La logica scientifica
pretende di andare ben oltre la dimensione spontanea, pretende uno studio
analitico e un pensiero oggettivo maturo. e ben arenato.
Non è, dunque, un caso se
tutte le società umane hanno sviluppato una loro cultura tecnica. Ma solo un paio di volte, nel corso
dell'intera storia umana, è stata «inventata» la scienza: intorno al bacino
del Mediterraneo nel peri odo ellenistico e, poi, in Europa in epoca
rinascimentale. Queste due esperienze, separate tra loro da oltre un millennio,
sono peraltro legate, grazie al ponte culturale gettato dall'Islam. La scienza, dunque, è stata «inventata» una
volta sola, è stata quasi dimenticata (come ricorda il matematico Lucio
Russo), e poi riscoperta in un punto preciso della storia e della
geografia. Ed è stata inventata perché
in Grecia intorno a 2.500 anni fa si sono create le condizioni per lo sviluppo
del pensiero analitico e oggettivo in un clima inedito di democrazia e
tolleranza.
Ecco, questo è il rischio che corre chi guarda giustamente alla scienza come a una componente coessenziale e coevolutiva dell'impresa umana. Corre il rischio di dimenticare che la scienza è un «accidente congelato» della storia umana. Se l'uomo per avventura dovesse smarrirla definitivamente, difficilmente potrebbe reinventarla. A questo, rischio si sottrae l'opera coordinata da Colombo e Lanzavecchia. Che hanno affidato proprio ad Alan Cromer il compito di chiudere, con il suo monito, il primo volume.