RASSEGNA STAMPA

27 APRILE 2002
VALERIA ARCANGELI
Eutanasia, i medici la bocciano

Ma sono tutti contrari all'accanimento terapeutico

I medici brindisini ribadiscono un no deciso all'eutanasia: "Abbiamo il compito di curare perché dovremmo dare la morte?", L'interrogativo non fa una grinza.

L'assoluzione dell'uomo accusato di aver messo fine alla vita della moglie ha scosso il mondo politico, religioso e civile.

Concordano però, i medici, su un punto: l'accanimento terapeutico, che qualcuno ha definito "sadismo tecnologico", quando non c'è più possibilità di recupero, è un nonsenso.

Si trincerano dietro una sospensione di giudizio, invece, sul testamento biologico, ("living will" o "direttive anticipate") con il quale il cittadino, in grado di intendere e di volere, si avvale per iscritto del diritto di rifiutare l'accanimento terapeutico. Un tesserino analogo a quello sulla donazione degli organi. I loro dubbi, anche in questo caso, sono più che giustificati. Sostengono che lo stato d'animo della persona sana è diverso dalla condizione psicologica di chi è ammalato. Nel corso della malattia e in fase terminale il paziente potrebbe aver cambiato idea.

Più favorevole alla procedura del testamento biologico sembra, invece, il ministro Sirchia che ha annunciato una proposta di legge.

È esplicito, non lascia margini all'ambiguità il presidente dell'Ordine dei medici del capoluogo prof. Antonio Nicola Quarta: "Siamo contro l'eutanasia perché il nostro compito è quello di prolungare la vita del paziente. Il nostro codice deontologico è molto chiaro su questo punto. L'art. 36 dice che il medico, su richiesta del malato, non deve effettuare nè favorire trattamenti diretti a provocarne la morte. Il 37 ribadisce: "In caso di malattia e prognosi infausta, o in fase terminale, il medico deve limitare la sua opera all'assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutili sofferenze, fornendo al malato un trattamento appropriato a tutela, per quanto possibile, della qualità della vita. In caso di compromissione dello stato di coscienza, inoltre - sostiene - il medico deve proseguire nella terapia di sostegno vitale finché sia ritenuta ragionevolmente utile".

Il dissenso nei confronti della "dolce morte" non è dovuto alla coerenza e al rispetto verso la carica che ricopre. Il rigore appartiene alla sua formazione, a convinzioni profonde".

A proposito dell' accanimento diagnostico e terapeutico dice che il medico deve astenersi dall'ostinazione al trattamento nel caso in cui non si possa attendere da questo un beneficio o un miglioramento della qualità della vita. L'eutanasia "passiva" è, dunque, tollerata.

"Sono contrario all'accanimento terapeutico - afferma senza esitazioni l'oncologo Claudio Pagliara. Purtroppo la nostra società rimuove il problema della morte, non l'accettiamo nemmeno quando la vediamo con i nostri occhi. Invece, assistere qualcuno nello stadio avanzato di una grave malattia dovrebbe far comprendere appieno la sacralità della vita che è un grande dono. Ci comportiamo come se fossimo eterni. Ritengo che la capacità di accettare la morte sia segno di grande maturità".

"Prima cosa da evitare è la sofferenza dell'ammalato - insiste -. È la sofferenza non controllata che porta al desiderio di morire. La terapia del dolore è la testimonianza concreta dei grandi progressi della medicina. Purtroppo, fino a poco tempo fa, ottenere la morfina per un ammalato terminale era davvero difficile. Si doveva utilizzare un ricettario speciale per non incorrere in multe salatissine. Siamo tra i paesi europei che usano meno la morfina per scopi terapeutici".

Non è per l'azione attiva di eutanasia, ossia non condivide il gesto di staccare la spina, ma ribadisce il suo dissenso verso chi si accanisce nel vano tentativo di salvare un malato terminale".

"Decisamente non sono per l'accanimento terapeutico - afferma anche Giuseppe Latini, dirigente del reparto di Pediatria dell'ospedale Perrino -. Ma le leggi sono tali che noi medici abbiamo le mani legate. Ed in fondo è giusto così perché non può essere affidato al giudizio insindacabile del medico il verdetto finale. Per stabilire che "non ci sono più speranze", occorrono parametri obiettivi, svincolati dall'interpretazione del singolo medico. A tale proposito si dovrebbe pronunciare il Comitato di bioetica, l'unico deputato ad indicare regole precise".

"Si fa presto a dire, siamo contro l'accanimento terapeutico - sostiene Gianfranco Ignone, dirigente del reparto di Cardiologia del Perrino -. I malati vanno curati sino alla fine. Per noi è un diktat. E questo, è inutile negarlo è un problema reale, molto serio. Abbiamo il reparto pieno di persone molto anziane in condizioni gravi, la cui vita è legata ad un respiratore. Ma il nostro compito è di curarli sino all'ultimo".
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