![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 APRILE 2002 |
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A 50 ANNI DALLA MORTE
Da giovane arrivò a sottoscrivere mille lire
(tremila euro di oggi) per il giornale socialista "Avanti!" che era
appena nato
Il mattino del 25 aprile
1895, in una radura alberata, luminosa e tiepida, a Portici, furono visti due giovani
sul trent'anni battersi vigorosamente con le spade. Il duello, che lasciò
perplessi e sorridenti gli amici dei due nemici, era nato da dissensi su questioni
di critica letteraria e di estetica.
Ma lo scontro fu, per fortuna, al primo sangue: uno dei due ebbe la
peggio con «una gentile feritina alla guancia» e alla fine i duellanti, invitati
dai padrini, si strinsero la mano. Il ferito e perdente era Benedetto Croce;
ma l'altro, un professore di letteratura italiana, era perduto: i suoi scritti
erano stati trafitti dalla penna sottile di uno studioso i cui esordi critici e
storiografici erano universalmente apprezzati.
Quell'anno, il 1895, si presentava
al giovane Croce quanto mai interessante: era affiorata in lui la passione per
il socialismo e il marxismo, al punto da spingerlo a sottoscrivere mille lire (oggi
sarebbero circa tremila euro) per il nuovo giornale socialista Avanti! e a
pubblicare, a sue spese, il saggio di Antonio Labriola, suo maestro e amico,
In memoria del "Manifesto dei Comunisti". Fu l'avvio ad alcuni scritti di Croce dedicati alle
idee e alle opere di Marx (Sulla
concezione materialistica della
storia, apparso nel 1896) che culmineranno, dopo quattro anni, nel volume Materialismo storico ed economia marxistica, edito a Napoli nel 1900. Ma questo culmine non coincise con la partecipazione
passionale degli esordi. Oltre alla
demolizione teorica di uno dei fondamenti (la «caduta tendenziale del saggio
di profitto») dell'analisi marxiana del Capitale,
il volume chiudeva i conti del «compagno Croce», lo chiamavano così gli amici
socialisti, col socialismo come ideale e come pratica di lotta politica e con il
materialismo storico come materia di ricerca e di discussione filosofica. Era nato uno studioso di grande rigore, dal linguaggio
limpido e preciso, la cui stagione intellettuale entrerà nella storia culturale,
politica e morale dell'Italia dei primi cinquant'anni del Novecento. E l'immagine
del duellante non è estranea al carattere militante del suo idealismo, all'antiaccademismo,
al senso della storia e della poesia, come forme libere, duttili del conoscere,
all'essere cittadino (sarà anche leader politico) di un paese diventato Stato e nazione grazie a una minoranza di
innovatori borghesi e di rivoluzionari, e tuttavia col pessimismo di
ascendenza machiavelliana nei confronti di una Italia di cui andavano protetti
i fondamenti culturali e civili, sempre a rischio di caduta e di perdizione. Non a caso la sua prima ricerca storico-politica,
contemporanea all'appassionato confronto con il socialismo, fu la Rivoluzione napoletana del 1799, pubblicata
nel 897; amara riflessione sulla grande occasione perduta dalla storia
d'Italia.
Dunque, anzitutto, la storia
e la ferma intenzione, dichiarata nel programma della rivista da lui fondata
nel 1903, La Critica, di rendere
Filosofica la storia, ma nell'atto stesso storica la filosofia, e indirizzandola a non altro che a risolvere i
problemi che il corso delle cose propone sempre nuovi». Intenzione proposta nell'ultimo fascicolo,
quarantadue anni dopo, nel 1944, quando «l'Italia era tagliata in due». Ma Croce, ripensando il concluso lungo
percorso, non si nascondeva un «senso di smarrimento che rassomiglia un po' a
quello di Pietro Schlemil che aveva perduto la sua ombra». Intenzione ancora ribadita nel 1946: la
filosofia è «nient'altro che metodologia della storiografia»; definizione che
«non sminuisce né offende la filosofia seria, e tutt'al più manda al diavolo
le filosofie flosce, inconcludenti e oziose dei professori, perché i veri
filosofi, se ne avvedessero o no, non hanno mai fatto altro che rinvigorire e
raffinare i concetti per far sì che
meglio si intendano i fatti, cioè la realtà, cioè la storia».
Anche a ottanta anni Croce
continuava così la sfida, in un crescendo di tensione mentale e vitale interrotto,
come aveva sperato, soltanto dalla morte.
Dal novembre 1952 sono trascorsi cinquant'anni, ma veramente non vuoi
dire molto il ricordo di questa data
piuttosto che quella della pubblicazione di scritti importanti o di avvenimenti
di cui egli è stato protagonista. E questo vale per tutti i creatori di idee, filosofi compresi, e ancor più per Croce che, nonostante qualche luogo comune su di lui, non
fu un intellettuale «soddisfatto» e un maestro di certezze. Al tempo dell'elaborazione della «filosofia
dello spirito» (siamo ai primi del Novecento), aveva esclamato: «Soddisfatto
è solamente colui il quale, a un certo momento, cessa dal pensare, e si mette
ad ammirare sé medesimo, cioè il suo cadavere di pensatore; e fa oggetto delle
sue cure non più l'arte o la filosofia, ma la sua propria persona».
Che l'arte sia qui evocata
prima della filosofia non è un caso; come non lo era il sottotitolo della Critica,
«Rivista di letteratura, storia e filosofia».
Non sono infatti da sottovalutare la consapevolezza e la sensualità
del pensiero crociano, la sua distesa andatura dentro un linguaggio a suo modo seducente
e voluttuoso, che non poteva che sgorgare dall'interesse prevalente per
l'arte, la letteratura, le assolutamente essenziali questioni di estetica. Una sensualità che, ad esempio, mancava all'amico,
poi rifiutato, Giovanni Gentile, totus
philosophus, e forse anche per
questo coinvolto in una ideologia politica, il fascismo, che non lasciava spazi
all'arte del pensare e all'educazione poetica dei sentimenti.
A conferma di questo, senza interrogare le opere maggiori
è sufficiente pensare all'attenzione che
per tutta la vita Croce prestò
ad alcuni suoi temi, apparentemente minori, abitanti una zona di confine tra il
racconto, la ricerca erudita, la fiaba; come se volesse custodirvi emozioni e
pensieri segreti, e farne la metafora di un modo di intendere la storia, il
tempo e l'essere. Significa qualcosa che
negli anni più tormentati della storia d'Italia e sua personale, Croce abbia
scritto, tra il 1911 e il 1939, i saggi più belli delle Storie e leggende napoletane. In queste pagine di filologia e di
erudizione affiorava un rapporto «privato» con il passato al quale Croce si
abbandonava intellettualmente e, verrebbe da dire, anche fisicamente. Raccontando storie di persone, svanite nel
tempo, ricostruendo spazi urbani, architetture, luoghi e folle del passato, ristabilendo perfino un contatto quasi medianico
con la voce di un antico maestro di corte (Sentendo
parlare un vecchio napoletano del
Quattrocento), la sua scrittura pareva rabbrividire nella commozione
poetica, e nella intensa musicalità narrativa.
E il discorso vale per un'altra opera famosa, Vite di avventure di fede e
di passione a conferma che «il legame sentimentale col passato prepara e
aiuta l'intelligenza storica, condizione di ogni vero avanzamento civile, e
soprattutto assai ingentilisce gli animi».
E non altera affatto la corrente immagine del cammino del crocianesimo
nella cultura italiana come ha sottolineato acutamente Gianfranco Contini).
Il fatto che nel saggio Il carattere della filosofia moderna (scritto in
piena guerra, nel 1941), Croce descriva tale carattere, secondo Contini,
«come un esperimento (in terminologia esistenzialistica si direbbe: progetto) vitale;
e che perfino insista a definire la categoria economica o del piacere o dell'utile
col nome di categoria della vitalità».
Il rapido cenno al traslato terminologico di derivazione heideggeriana o sartina fa venire in mente quanto siano state diverse le strade di Croce e di un Heidegger, sul «cosa significa pensare», soprattutto riflettendo intorno ai problemi dell'essere e dell'esistere sullo sfondo della storia politica e sociale della prima metà del novecento. E' singolare che contemporaneamente a Heidegger che sul finire dell'immane tragedia della seconda guerra mondiale, nel 1947 (Lettera sull'umanesimo) contro l'affermazione di Sartre: «siamo su un piano dove vi sono soltanto uomini», ribadiva invece «siamo su un piano dove vi è principalmente l'essere», è singolare, dicevo, che nel 1946 Croce scrivesse alcune pagine sul «Primato del fare», in evidente contrapposizione all'Ereignis, l'«evento» heideggeriano, in nome del lungo «travaglio sostenuto dal pensiero moderno per elaborare speculativamente una filosofia non più del «contemplare» ma del «fare»». E in questo caso il partito da prendere, scriveva Croce ancora nel 1946 nei Quaderni della "Critica", «è la coincidenza dello spettacolo della storia con la verità dell'etica». Con un compito speciale, per il filosofo come per lo storico, che «non è già l'atto immaginario d'iniziare la conoscenza della storia o della filosofia, o l'altro, del pari folle, di darne o d'intraprenderne l'inventario totale e compiuto, ma soltanto di intensificare la conoscenza dove si avverte insufficiente, di schiarirla dove la vediamo oscura, di concentrare l'attenzione di volta in volta sopra punti diventati per noi principali, essenziali, sostanziali, necessarii».