![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 APRILE 2002 |
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La forza espansiva del mercato può
essere coniugata con la redistribuzione della ricchezza
L'economia globale al centro del saggio
di Paolo Del Debbio che propone un impegno etico , per rendere più umano lo
sviluppo
La chiave sta in una nuova lettura tra
morale e profitto
Il titolo del libro di Paolo
Del Debbio apparso in questi giorni - Global
e ancor più il sottotitolo Perché la
globalizzazione ci fa bene - potrebbero
indurre a pensare che si tratti di un manifesto a favore della globalizzazione
o meglio ancora di una risposta in forma di contromanifesto alle tesi esposte
ad esempio in No logo il libro di
Naomi Klein che ha avuto tanto successo prima e dopo la riunione del G-8 di
Genova nel luglio del 2001.
Invece il libro, che è un bel
libro, non ha il tono di un manifesto: non è né un'invettiva, né una
perorazione; è un contributo alla riflessione sui problemi complessi delle
società contemporanee e sul ruolo dell'azione politica in esse. Più che una risposta ai cosiddetti no global il libro deve essere
considerato come un invito alla discussione con questo mondo o con quella
parte di esso disponibile al dialogo.
Il filo del ragionamento di Del
Debbio può essere riassunto nei termini seguenti. La forza espansiva del mercato e la sua tendenza a investire aree
sempre più vaste del mondo fino a coincidere sostanzialmente con il mondo
stesso sono sostanzialmente inarrestabili.
Nel complesso questo processo è benefico. Infatti il mercato - scrive l'autore - si è dimostrato, almeno
finora, «il sistema migliore per la creazione delle risorse» e porta con sé
enormi vantaggi in termini di produzione e anche di distribuzione della
ricchezza. E tuttavia, contrariamente alle tesi dei suoi sostenitori più
acritici, il mercato non risolve da solo tutti i problemi economici e sociali.,
e in particolare quelli della giustizia sociale, della tutela delle parti più
deboli della società, delle disparità di reddito all'interno delle singole
economie e di quelle fra Paesi ricchi e Paesi poveri. Di questi problemi ci si
può fare carico soltanto con una forte spinta di carattere etico, cioè con un
impegno pratico a realizzare principi e valori che il mercato, lasciato a se
stesso, non tutelerebbe in alcun modo o quantomeno in misura adeguata. La sfera dell'azione politica è dunque
definita nel rapporto fra queste motivazioni etiche e il mercato.
Anche i no global - dice Del Debbio - partono da un giudizio etico e dalla
convinzione che il giudizio etico debba portare a esercitare un'influenza sul
modo nel quale funzionario le società umane.
Ma la differenza della loro posizione rispetto a quella esposta da Del
Debbio è nel giudizio sul rapporto fra etica e mercato. «Per certuni scrive -
c'è da una parte l'economia di mercato, con le sue leggi, dall'altra l'ethos globale a rimediarne i
guasti. Da una parte (quella del
mercato) l'origine dei mali, dall'altra (quella dell'ethos), la loro cura» (pagina 11); per l'autore invece lo sforzo da
fare è quello «di capire come funzionino i meccanismi che stanno a fondamento
della globalizzazione, e poi di fare riflessioni etiche, di suggerire alcuni
spunti che tengano insieme ciò che, irrealisticamente, oggi si vorrebbe
dividere» (pagina 11).
Sulla base di questo assunto
il libro studia vari problemi, da quello di un ridisegno delle reti di
protezione sociale nei Paesi più sviluppati che tenga conto del fatto che le
esigenze del mercato costringono a ridurre i costi tradizionali dello Stato
sociale, a quelli dello sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo. Per ciascuna di
queste questioni Del Debbio offre le sue indicazioni su ciò che il mercato può
fare e sugli interventi suggeriti dai principi etici di cui l'azione politica
collettiva deve farsi carico, fino a questa conclusione che in un certo senso
sintetizza il suo punto di vista complessivo: «La dignità dell'uomo è il punto
di partenza e di convergenza di tutto il discorso. Creare le condizioni
perché, ogni uomo e ogni popolo possano godere di una reale possibilità di sviluppare
le proprie potenzialità materiali e spirituali costituisce l'obiettivo. Chi
non riesce a sostenersi deve essere aiutato. Ma questa logica non prevede che
l'aiuto si sostituisca alla possibilità che i soggetti, singoli o popoli, hanno
di potercela fare in modo autonomo. Per questo l'aiuto assume la forma sussidiaria:
si tiene "in riserva"» (pagina 186). Non tutto è convincente nel
libro. Per esempio l'autore ritiene di
potere iscrivere la Chiesa Cattolica fra i sostenitori di un capitalismo
temperato dall'etica, che è in sintesi il suo approccio. Egli offre una serie di citazioni da
documenti papali e da studiosi cattolici che vanno in questa direzione, ma la
tesi non è del tutto persuasiva: le prese di posizione della Chiesa Cattolica e
di Giovanni Paolo II, con esclusione forse della sua più recente enciclica,
contengono una condanna radicale del fondamento egoistico del capitalismo e questo spiega la larga partecipazione
di movimenti cattolici alle manifestazioni contro la globalizzazione.
In
secondo luogo, l'affermazione secondo cui l'etica dovrebbe, per così dire,
innestarsi sul mercato e correggerne i difetti, accettabile in linea di
principio, deve fare i conti con quello che gli economisti chiamerebbero Il trade
off fra efficienza e giustizia sociale, con il problema, cioè, di valutare
le perdite di efficienza che gli interventi pubblici possono in molti casi
inevitabilmente comportare. Non è detto cioè che nel ridistribuire a fini
sociali le risorse non si determini una
produzione
di ricchezza inferiore a quella che un sistema puramente di mercato potrebbe
generare. Le difficoltà dell'azione
politica in campo sociale nascono essenzialmente da questo problema ed è ingiusto
considerare che i fautori del mercato alla Hayek abbiano semplicemente ignorato
gli aspetti distributivi.
Il
terzo problema riguarda la difficoltà di disegnare delle istituzioni - per
esempio in campo internazionale - nelle quali si possa concretizzare l'incontro
fra il principio del mercato e i valori etici che debbono correggere gli automatismi
e gli spontaneismi. Del Debbio cita,
giustamente un recente libro di Carlo Pelanda e Paolo Savona dedicato al
tema del rapporto fra governance mondiale
e sovranità degli Stati, ma il problema concreto di come tradurre i principi in azione è un problema di non facile
soluzione.
Tuttavia l'impostazione di
fondo che Global illustra è molto
saggia. Se condivisa, essa
consentirebbe di deviare il dibattito dalla semplice contrapposizione
ideologica fra fautori del capitalismo e nemici della globalizzazione e di
concentrare le energie sulla ricerca di soluzioni concrete e specifiche ai
problemi della creazione di un capitalismo ben temperato. Si tratta di vedere se, in materie come
queste, dove il pensiero e le
argomentazioni non sono saldamente ancorati a terra dalla disponibilità di dati
empirici e dalle verifiche che i dati consentono e impongono, un appello alla
ragione, come quello auspicato da Del Debbio, non possa essere rifiutato come
un ennesimo tentativo dei sostenitori del mercato di nasconderne i vizi e le
contraddizioni e quindi di limitare il "naturale" antagonismo cui il
sistema dovrebbe dar luogo.
Non conta dunque se il libro
di Del Debbio appaia convincente a chi sia già per sé convinto della
superiorità del mercato su ogni altra organizzazione economica della società. Bisogna vedere quanti di coloro i quali fine
a tempi recenti avevano ritenuto che fosse possibile una diversa organizzazione
sociale dell'economia e quanti di quelli che hanno letto il messaggio della
Chiesa Cattolica come una negazione radicale dell'economia di mercato e dei
suoi fondamenti morali siano oggi disponibili a una visione meno
ideologica. Queste due componenti
hanno pesato profondamente. nella società italiana in tutto il secondo
dopoguerra. In qualche misura esse sembrano sentire la fine del socialismo
sperimentato nell'Unione Sovietica come una sconfitta da parte di un avversario,
più che come l'affermazione di una verità comune nascosta per troppo tempo dal
velo dell'ideologia.
Libri come questo aiutano a definire un progetto politico per il futuro, ma presuppongono l'accettazione del fatto che, come, disse il grande storico francese François Furet dopo la caduta del Muro di Berlino, non vi sia più spazio per quella visione alternativa della società che aveva accompagnato la storia del mondo negli ultimi 150 anni.