RASSEGNA STAMPA

21 APRILE 2002
GIORGIO LA MALFA
Rifondazione capitalista

La forza espansiva del mercato può essere coniugata con la redistribuzione della ricchezza

L'economia globale al centro del saggio di Paolo Del Debbio che propone un impegno etico , per rendere più umano lo sviluppo

La chiave sta in una nuova lettura tra morale e profitto

Il titolo del libro di Paolo Del Debbio apparso in questi giorni - Global e ancor più il sottotitolo Perché la globalizzazione ci fa bene - potrebbero indurre a pensare che si tratti di un manifesto a favore della glo­balizzazione o meglio ancora di una risposta in forma di contromanifesto alle tesi espo­ste ad esempio in No logo ­il libro di Naomi Klein che ha avuto tanto successo prima e dopo la riunione del G-8 di Genova nel luglio del 2001.

Invece il libro, che è un bel libro, non ha il tono di un manifesto: non è né un'invettiva, né una perorazione; è un contributo alla riflessione sui problemi complessi delle società contemporanee e sul ruolo dell'azione politica in esse.  Più che una risposta ai cosiddetti no global il libro deve essere considerato co­me un invito alla discussione con questo mondo o con quella parte di esso disponibile al dialogo.

Il filo del ragionamento di Del Debbio può essere rias­sunto nei termini seguenti.  La forza espansiva del mercato e la sua tendenza a investire aree sempre più vaste del mondo fino a coincidere so­stanzialmente con il mondo stesso sono sostanzialmente inarrestabili.  Nel complesso questo processo è benefico.  Infatti il mercato - scrive l'autore - si è dimostrato, almeno finora, «il sistema mi­gliore per la creazione delle risorse» e porta con sé enormi vantaggi in termini di produzione e anche di distribuzione della ricchezza. E tuttavia, contrariamente alle tesi dei suoi sostenitori più acritici, il mercato non risolve da solo tutti i problemi economici e sociali., e in particolare quelli della giustizia sociale, della tutela delle parti più deboli della società, delle disparità di reddito all'interno delle singole economie e di quelle fra Paesi ricchi e Paesi poveri. Di questi problemi ci si può fare carico soltanto con una forte spinta di carattere etico, cioè con un impegno pratico a rea­lizzare principi e valori che il mercato, lasciato a se stesso, non tutelerebbe in alcun mo­do o quantomeno in misura adeguata.  La sfera dell'azione politica è dunque definita nel rapporto fra queste motivazioni etiche e il mercato.

Anche i no global - dice Del Debbio - partono da un giudizio etico e dalla convinzione che il giudizio etico deb­ba portare a esercitare un'in­fluenza sul modo nel quale funzionario le società umane.  Ma la differenza della loro posizione rispetto a quella esposta da Del Debbio è nel giudizio sul rapporto fra etica e mercato. «Per certuni ­scrive - c'è da una parte l'economia di mercato, con le sue leggi, dall'altra l'ethos globale a rimediarne i guasti.  Da una parte (quella del mercato) l'origine dei mali, dal­l'altra (quella dell'ethos), la loro cura» (pagina 11); per l'autore invece lo sforzo da fare è quello «di capire come funzionino i meccanismi che stanno a fondamento della globalizzazione, e poi di fare riflessioni etiche, di suggerire alcuni spunti che tengano in­sieme ciò che, irrealisticamen­te, oggi si vorrebbe dividere» (pagina 11).

Sulla base di questo assun­to il libro studia vari problemi, da quello di un ridisegno delle reti di protezione sociale nei Paesi più sviluppati che tenga conto del fatto che le esigenze del mercato costringono a ridurre i costi tradizionali dello Stato sociale, a quelli dello sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo. Per ciascuna di queste questioni Del Debbio offre le sue indicazio­ni su ciò che il mercato può fare e sugli interventi suggeri­ti dai principi etici di cui l'azione politica collettiva deve farsi carico, fino a questa conclusione che in un certo senso sintetizza il suo punto di vista complessivo: «La di­gnità dell'uomo è il punto di partenza e di convergenza di tutto il discorso. Creare le con­dizioni perché, ogni uomo e ogni popolo possano godere di una reale possibilità di svi­luppare le proprie potenzialità materiali e spirituali costitui­sce l'obiettivo. Chi non riesce a sostenersi deve essere aiutato. Ma questa logica non prevede che l'aiuto si sostituisca alla possibilità che i soggetti, singoli o popoli, hanno di potercela fare in modo autonomo. Per que­sto l'aiuto assu­me la forma sussi­diaria: si tiene "in riserva"» (pagina 186). Non tutto è convincente nel libro.  Per esempio l'autore ritiene di potere iscrivere la Chiesa Cat­tolica fra i sostenitori di un capitalismo temperato dall'eti­ca, che è in sintesi il suo ap­proccio.  Egli offre una serie di citazioni da documenti pa­pali e da studiosi cattolici che vanno in questa direzione, ma la tesi non è del tutto persuasiva: le prese di posizione della Chiesa Cattolica e di Giovanni Paolo II, con esclusione for­se della sua più recente enci­clica, contengono una condan­na radicale del fondamento egoistico del capitalismo e questo spiega la larga parteci­pazione di movimenti cattolici alle manifestazioni contro la globalizzazione.

In secondo luogo, l'affer­mazione secondo cui l'etica dovrebbe, per così dire, inne­starsi sul mercato e corregger­ne i difetti, accettabile in li­nea di principio, deve fare i conti con quello che gli economisti chiamerebbero Il tra­de off fra efficienza e giusti­zia sociale, con il problema, cioè, di valutare le perdite di efficienza che gli interventi pubblici possono in molti ca­si inevitabilmente comporta­re. Non è detto cioè che nel ridistribuire a fini sociali le risorse non si determini una

produzione di ricchezza infe­riore a quella che un sistema puramente di mercato potreb­be generare.  Le difficoltà dell'azione politica in campo sociale nascono essenzialmente da questo problema ed è ingiusto considerare che i fau­tori del mercato alla Hayek abbiano semplicemente igno­rato gli aspetti distributivi.

Il terzo problema riguarda la difficoltà di disegnare delle istituzioni - per esempio in campo internazionale - nelle quali si possa concretizzare l'incontro fra il principio del mercato e i valori etici che debbono correggere gli auto­matismi e gli spontaneismi.  Del Debbio cita, giustamente un recente libro di Carlo Pelanda e Paolo Savona dedicato al tema del rapporto fra governance mondiale e sovra­nità degli Stati, ma il proble­ma concreto di come tradurre i principi in azione è un pro­blema di non facile soluzione.

Tuttavia l'impostazione di fondo che Global illustra è molto saggia.  Se condivisa, essa consentirebbe di deviare il dibattito dalla semplice contrapposizione ideologica fra fautori del capitalismo e nemici della globalizzazione e di concentrare le energie sulla ricerca di soluzioni con­crete e specifiche ai problemi della creazione di un capi­talismo ben temperato.  Si tratta di vedere se, in materie come queste, dove il pensie­ro e le argomentazioni non sono saldamente ancorati a terra dalla disponibilità di da­ti empirici e dalle verifiche che i dati consentono e impongono, un appello alla ra­gione, come quello auspicato da Del Debbio, non possa es­sere rifiutato come un ennesi­mo tentativo dei sostenitori del mercato di nasconderne i vizi e le contraddizioni e quindi di limitare il "naturale" antagonismo cui il siste­ma dovrebbe dar luogo.

Non conta dunque se il li­bro di Del Debbio appaia con­vincente a chi sia già per sé convinto della superiorità del mercato su ogni altra organizzazione economica della so­cietà.  Bisogna vedere quanti di coloro i quali fine a tempi recenti avevano ritenuto che fosse possibile una diversa organizzazione sociale dell'eco­nomia e quanti di quelli che hanno letto il messaggio della Chiesa Cattolica come una ne­gazione radicale dell'econo­mia di mercato e dei suoi fon­damenti morali siano oggi di­sponibili a una visione meno ideologica.  Queste due com­ponenti hanno pesato profon­damente. nella società italiana in tutto il secondo dopoguer­ra. In qualche misura esse sembrano sentire la fine del socialismo sperimentato nel­l'Unione Sovietica come una sconfitta da parte di un avver­sario, più che come l'afferma­zione di una verità comune nascosta per troppo tempo dal velo dell'ideologia.

Libri come questo aiutano a definire un progetto politico per il futuro, ma presuppongo­no l'accettazione del fatto che, come, disse il grande sto­rico francese François Furet dopo la caduta del Muro di Berlino, non vi sia più spazio per quella visione alternativa della società che aveva accompagnato la storia del mon­do negli ultimi 150 anni.
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