![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 APRILE 2002 |
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L'uso di
risorse pubbliche per pratiche non dimostrate, ha l'unico effetto di dirottare
le risorse per i molti bisogni essenziali dei cittadini che ancora non vengono
soddisfatti. In questo modo il ministero della Salute prende le distanze dalla
decisione del giudice che a Rieti ha obbligato l'Azienda sanitaria locale a
prelevare le cellule staminali del cordone ombelicale di una donna incinta allo
scopo di trapiantarle su un altro figlio della coppia, affetto da una sindrome
molto rara.
Per il
ministero, infatti "pur nel rispetto delle speranze dei genitori,
attualmente non esiste alcuna evidenza che le malattie genetiche rare, alla cui
categoria appartiene quella che affligge il bambino reatino, possa essere
trattata efficacemente solo con l'uso di cellule staminali". Questo
obiettivo - ha aggiunto il ministero - sarà sperabilmente raggiunto solo quando
la ricerca di base dimostrerà che esistono metodi riproducibili per
l'espansione di queste popolazioni cellulari.
A non
pensarla allo stesso modo è invece Stefano Inglese, responsabile per le
politiche nazionali del Tribunale per i Diritti del Malato, che dissente dalla
posizione critica assunta dal ministero della Salute e afferma che "è
legittimo che una madre le provi tutte. La regolamentanione di questa materia
va messa all'ordine del giorno per tentare un approccio pragmatico. Il criterio
economico finanziario - ha aggiunto Inglese - non può avere sempre la meglio su
tutto e fanno bene i cittadini a rivolgersi ai giudici per rompere questo muro
di gomma che ci pone sempre e comunque giustificazioni di carattere
finanziario".
L'avvocato Antonio Belloni, legale della coppia reatina, spiega che "la difficoltà più grande è consistita nell'individuare la strada da battere per l'affermazione del principio del diritto alla salute rispetto a qualsiasi altro diritto, quindi come superare l'ostacolo temporaneo del decreto ministeriale. Abbiamo privilegiato la via ordinaria giudiziaria trovando nel giudice Paolillo un magistrato di grande sensibilità sociale e giuridica. Certamente - conclude l'avvocato - siamo consapevoli che la scienza non ha risolto oggi il problema e per questo abbiamo chiesto la conservazione delle cellule per 20 anni sperando che in questo lasso di tempo si verifichi il miracolo". L'Asl di Rieti, attraverso la dottoressa Corradi, direttrice sanitaria, puntualizza che questo tipo di donazione autorizzata dal tribunale "ha rappresentato una fattispecie diversa perchè normalmente la raccolta di cellule è come una trasfusione di sangue e viene trattata anche per terzi. Stavolta è stato fatto da parte dei genitori un discorso preventivo nella speranza di poter utilizzare in futuro le staminali per curare un figlio della stessa donatrice. Come Asl non potevamo certo sottrarci all'ingiunzione del giudice".