![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 APRILE 2002 |
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Destino o
scelta? Sofocle non aveva dubbi: la morte, affermava, "è l'ultimo medico
delle malattie". Ma dopo la legalizzazione dell'eutanasia in Olanda -
primo Paese al mondo ad autorizzare giuridicamente, da questo aprile, la
"dolce morte" - la domanda sui confini tra la vita e la sua fine
torna ad affacciarsi con problematica prepotenza, nello scenario della
contemporaneità. E non sono soltanto i casi estremi della cronaca a riproporla
in modo eclatante (come quello, recentissimo, di Diane Pretty: 43enne inglese
affetta da una sindrome degenerativa incurabile che con il marito è ricorsa
alla Corte di Strasburgo per rivendicare il suo diritto al "buon
morire", in mancanza di una dignitosa qualità della vita).
A
interrogarsi sulle complesse implicazioni (etiche, giuridiche,
filosofico-teologiche, sanitarie...) della questione è ora il Centro
interuniversitario di ricerca bioetica (Cirb) di Napoli, presieduto da Giuseppe
Lissa, che non a caso ha promosso tre giorni di approfondimento e confronto
sul tema: "Medicina ed etica di fine vita", in programma da domani a
mercoledì nella sede della Facoltà teologica di Capodimonte (sezione San
Tommaso, viale Colli Aminei 2) con la partecipazione di medici, filosofi,
teologi ed esperti di diverse discipline provenienti da tutta Italia.
Sul tappeto,
nelle cinque sessioni dei lavori, problemi come la malattia terminale, le cure
palliative, l'accanimento terapeutico e il rapporto tra medico e paziente;
l'esperienza del dolore e dell'eutanasia nelle tre grandi religioni monoteiste
(cristianesimo, ebraismo, islàm); la gestione etica della vita, della salute e
della morte al di là dell'orizzonte del fato; alcune scelte emblematiche di fine
vita anche alla luce del quadro delle norme giuridiche sulla morte; il sostegno
psicologico e l'assistenza da offrire al malato terminale anche sul piano -
cruciale, soprattutto in futuro - della gestione delle risorse.
"Questioni
connotate da un'altissima problematicità, che in Italia incontrano non pochi
ostacoli di ordine ideologico, frutto di steccati che causano contrapposizioni
e persino freni nell'iter delle leggi", sottolinea Adolfo Russo, docente
di Teologia fondamentale e preside della Facoltà Teologica che da qualche anno,
in accordo con gli altri atenei napoletani ("Federico II" e Seconda
università di Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa, Istituto Universitario
Orientale), porta avanti l'esperienza pilota di promuovere percorsi di ricerca
e confronto tra saperi diversi e differenti identità (laiche e cattoliche) su
grandi temi legati all'etica della vita.
Ne
parleranno, con Lissa e Russo, Giovanni Chieffi, Claudio Buccelli, Eugenio
Lecaldano, Antonio Autiero, Sergio Rostagno, Amneris Roselli, Alberto Ventura,
David Banon, Rossella Bonito Oliva, Giulia Villone Betocchi, Amedeo
Santosuosso, Vincenzo Montrone, Gianluigi Zeppetella, Giorgio Di Mola, Enrico
Di Salvo, Mario Coltorti, Carmine Donisi, Rosangela Barcaro, Bruno Morcavallo,
Andrea Vicini, Franco Voltaggio, Antonio D'Aolia, Goffredo Sciaudone, Piero
Alfano, Ferruccio Marzano, Mirco Bindi, Sandro Spinsanti, chiamati a fare il
punto su un orizzonte di senso che sembra sempre più segnato da una convinzione
di Majakovskij: in questa vita non è difficile morire, vivere è di gran lunga
più difficile.
"Il nodo sul quale si gioca la questione, al di là degli orientamenti di fede - osserva Adolfo Russo - è se la vita in se stessa sia un bene disponibile da parte dell'uomo, da godere in modo individualistico e consumistico, o piuttosto un bene inalienabile, vissuto nella prospettiva di un dono, di una missione, di un compito da assolvere e condividere con gli altri, in un orizzonte di senso più ampio, che va oltre il tabù della morte e il mistero della sofferenza e del dolore". Come cantava Ungaretti, insomma, "la morte/ si sconta/ vivendo".