RASSEGNA STAMPA

20 APRILE 2002
FRANCO VOLTAGGIO
Geni e caratteri. Di stampa

ll complicato rapporto tra il grande pubblico e la scienza, tra notizie vere e falsi scoop su scoperte terapeutiche miracolose. La questione dell'informazione scientifica in "Cellule e genomi" a cura di Carlo Bernasconi e Gianna Milano. Con Carlo Alberto Redi, Silvia Garagna e Maurizio Zuccotti del Laboratorio di biologia

"Non conosco alcun depositario certo dei poteri ultimi della società che non sia il popolo stesso, e se noi non lo crediamo sufficientemente illuminato da esercitare questo controllo con salutare giudizio, il rimedio non consiste nel rimuovere l'esercizio di quel potere, ma nell'informare meglio il suo giudizio." A sostenere questo e uno dei "padri fondatori" della nazione americana, il leggendario estensore della "Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d'America" (1776), Thomas Jefferson, a riguardo della perplessità di molti intellettuali e politici nei confronti dell'emotività con cui gli uomini e le donne d' America discutevano le questioni di fondo della giovanissima democrazia, senza avere gli strumenti concettuali e senza disporre della necessaria preparazione per affrontarle. Pareva ai critici del tempo che il popolo non dovesse occuparsi di "cose che non capiva". Per Jefferson, che pure non si nascondeva il problema, la soluzione doveva essere un'altra. Essendo il popolo l'unico sovrano e, per ciò stesso, avendo pieno e totale diritto all'ultima parola, occorreva fare ogni sforzo perché gli Americani potessero governare la politica con totale discernimento. A parere di Pino Donghi, cui dobbiamo questa citazione di Jefferson, una situazione analoga è quella che contrassegna oggi il rapporto tra il grande pubblico e la scienza. Non c'è il minimo dubbio che quanti, fuori degli "addetti ai lavori", discutano dei progressi e delle novità delle diverse scienze, non dispongono per solito di una formazione culturale adeguata a comprendere il lessico e i concetti della scienza. Ciò non dimeno, pretendere che il cosiddetto "uomo della strada" rinunci ad esprimere il proprio parere su contenuti che investono la sua stessa vita e il destino delle future generazioni è non meno futile che antidemocratico, il che è tanto più imperativo, quanto più gli elementi del progresso scientifico concernono discipline, quali la biologia e la medicina o meglio la biomedicina, che riguardano in primissima istanza la salute dell'uomo, se non, addirittura la possibilità, tutt'altro che remota, di trasformazioni della struttura stessa del corpo umano (e ci riferiamo qui in particolare alle biotecnologie).

Queste considerazioni sono contenute in uno dei saggi di un volume a cura di Carlo Bernasconi, Gianna Milano, e del "trio" dei virtuosi del Laboratorio di biologia dello sviluppo dell'Università di Pavia, Carlo Alberto Redi, Silvia Garagna, Maurizio Zuccotti, dal titolo Cellule e genomi. I corsi dell'Open Lab (Ibis, Pavia, pp. 82, 9,50 euro) e contribuiscono a mettere a fuoco una serie delle complicate questioni relative all'informazione scientifica, cosi come è trasmessa dai mezzi di comunicazione di massa, in particolar modo dalla stampa. Occorre precisare che le informazioni non totalmente attendibili sono dovute non soltanto alla modesta preparazione scientifica, soprattutto "di campo", di chi informa, ma anche soprattutto, come fa notare Gianna Milano ("Scienza e media: un rapporto difficile"), alla tendenza di alcuni scienziati a privilegiare il sensazionalismo della scoperta a fini in qualche modo egoistici (come dire che talvolta si lascia che il pubblico venga attratto da contenuti di grandissima portata emozionale proprio perché, in tal modo, la risonanza della scoperta può garantire a chi l'ha fatta non solo riconoscimenti accademici, ma anche soprattutto una inesauribile fonte di finanziamenti pubblici e soprattutto privati). La verità è invece un'altra: quello che gli scienziati scoprono non è immediatamente elemento che possa portare alla cura drastica di talune malattie, ma dati di ricerca che, da un lato, possono effettivamente orientare le indagini nella direzione giusta, dall'altro tuttavia richiedono una complessa, e talora assai lunga, procedura di validazione empirica. Il caso esemplare è quello delle notizie che riguardano il cancro. Siamo continuamente "bombardati" da informazioni intorno a questa o quella sostanza - ci riferiamo particolare alle proteine anti-cancro - che sarebbe suscettibile di dar luogo a farmaci in grado di contrastare efficacemente la più diffusa delle patologie degenerative ad esito letale. Di qui un'urgente necessità, quella di informare correttamente. Già, ma come?

Non è affatto facile dirlo. Lo stile di pensiero del giornalista scientifico e quello dello scienziato di campo sono radicalmente diversi. Il giornalista pensa soprattutto all'impatto sociale della notizia che comunica e ,in particolare, è obbligato a tradurre nel linguaggio quotidiano quello che viene espresso nel linguaggio scientifico. La verità è che le parole e i concetti di cui ci serviamo tutti i giorni si riferiscono a fatti che si fondano su concrete sensazioni, mentre, per contro, lo stile di pensiero dello scienziato è decisamente controintuitivo. Parrebbe a questo punto che l'informatore scientifico dovrebbe addestrarsi a "pensare come gli scienziati", il che in qualche modo è anche possibile, solo che, se lo facesse, scriverebbe e comunicherebbe come gli scienziati, non raggiungerebbe perciò il lettore e non sarebbe più un giornalista. Come dire che la condizione paradossale del giornalista scientifico e quella di chi se vuole informare, deve informare in modo inadeguato e approssimativo, il che rende l'informazione stessa inservibile, soprattutto quando, come nel caso della biologia e della biomedicina, a quanto viene comunicato sono legati grandi speranze o grandi timori. Ma allora che fare?

Si direbbe, a questo punto, come si diceva un tempo, che "il problema è politico". E' politico perché il primo compito e il dovere di una democrazia è quello di garantire una corretta informazione, ma è politico anche e soprattutto perché occorre una mediazione praticabile tra attività e impresa scientifica da un lato e pubblico dall'altro. Ora, è appena il caso di sottolineare che la mediazione in sé e per sé è un compromesso, vale a dire una sorta di incontro a mezza strada. In questa prospettiva si sono calati, con la loro innegabile sensibilità culturale, Carlo Alberto Redi, Silvia Garagna e Maurizio Zuccotti per incontrare il mondo dei media. Di qui l'Open Lab, che consiste, innanzitutto, nel far vedere concretamente agli uomini e alle donne della grande stampa come lavorano e procedono nelle loro indagini i biologi, anche a partire dai più semplici ed elementari esperimenti. L'obiettivo non è quello ovviamente di trasformare il giornalista in uno scienziato, ma di fornirgli l'occasione di acquisire gli elementi indispensabili per tradurre nel linguaggio di tutti i giorni quello che il ricercatore effettivamente fa ed acquisisce.

E' probabile che, nonostante questo impegno, l'informazione dell'operatore mediatico sarà comunque incompleta, altrettanto probabile, tuttavia, che sarà perlomeno corretta. Soprattutto forse è questa la strada giusta per umanizzare la ricerca scientifica e soprattutto biologica e biomedica. L'Open Lab, infatti, ha già raggiunto un buon risultato, quello di mettere direttamente a confronto il giornalista scientifico con una avventura conoscitiva che non è tanto fatta di clamorose scoperte - tanto meno di stregonesche invenzioni - quanto di un lavoro paziente e instancabile, nel quale si costellano paure, incertezze, speranze, delusioni esattamente come accade nella vita di tutti i giorni. In questa speciale prospettiva ci pare che si siano collocati i ricercatori di campo invitati a collaborare a questa prima esperienza dell'Open Lab, come Alessandro Coda, Giorgio Flor, Cesare Balduini e Mario Stefanelli.

Nessuno pensa, tanto meno lo pensano Redi, Garagna e Zuccotti, che le cose saranno in futuro più facili, anche perché ci pare che il gruppo di Pavia sia animato da una sorta di sano pessimismo di fondo. Una cosa hanno però appreso nella loro formazione remota, coniugare il pessimismo della ragione con l'ottimismo della volontà. Chi sa che non abbiano tenuto presente la lezione di Antonio Gramsci?
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