RASSEGNA STAMPA

20 APRILE 2002
MAURIZIO SCHOEPFLIN
Grandi pensatrici nel cuore del '900

Ricordando la Stein, la Arendt e Simone Weil

Una delle novità più importanti che hanno caratterizzato il panorama filosofico del XX secolo è rappresentata dalla presenza di alcune figure di pensatrici capaci di apportare contributi di grande valore al millenario percorso del pensiero occidentale. Si tratta di contributi di notevole originalità, tra i quali, tuttavia, non sembra arbitrario scorgere alcune affinità particolarmente suggestive. Se, per esempio, prendiamo in esame la testimonianza esistenziale e il messaggio più squisitamente filosofico di Edith Stein (1891-1942), Hanna Arendt (1906-1975) e Simone Weil (1909-1943), tre fra le più eminenti filosofe del Novecento, ci accorgiamo facilmente che la loro vita e la loro produzione speculativa presentano tratti comuni che, certo, non annullano quelle peculiarità che fanno di ciascuna di queste intellettuali un'individualità autonoma e ben definita, ma che comunque autorizzano una lettura sinottica della loro esistenza e della loro riflessione filosofica. Tali affinità si sono realizzate intorno a tre grandi nuclei tematici che costituiscono al tempo stesso tre realtà fondamentali dell'esperienza dell'uomo contemporaneo: il primo nucleo è quello in cui troviamo uniti l'intelligenza, il desiderio di comprendere e l'impegno della ricerca e dello studio; il secondo gravita attorno al valore della libertà; il terzo riguarda il dramma del male e del dolore. In tempi non particolarmente favorevoli, Stein, Arendt e Weil, con atteggiamento innovativo e profetico, si dedicarono con tutte le forze allo studio: vivissimo è in loro il desiderio di conoscere e di comprendere e altrettanto viva è la consapevolezza che la condizione femminile non deve rappresentare un ostacolo alle loro legittime ambizioni intellettuali e - perché no - accademiche. Molto significativo è, a questo proposito, il coraggioso atteggiamento tenuto da Edith Stein nei confronti del venerato maestro Edmund Husserl - vero e proprio nume della filosofia contemporanea -, che si dimostrò non particolarmente sensibile alle istanze della giovane assistente che aspirava a ottenere la libera docenza: la Stein rifiutò una posizione universitaria di mera subordinazione, anche se poi accettò di buon grado di assistere Husserl durante una grave malattia, dimostrando con ciò che l'autentica libertà non esclude la dedizione. Ed è proprio la dedizione spinta fino all'eroismo e al martirio a costituire la chiave interpretativa della breve vita di Simone Weil, la quale volle condividere la sofferenza degli ultimi e dei più poveri, morendo a soli trentaquattro anni in un sanatorio inglese, consumata dalle privazioni e da un'inestinguibile brama di solidarietà e di compassione. La Weil, figlia di una famiglia borghese, per qualche anno fu docente di filosofia; a venticinque anni entrò in fabbrica in qualità di manovale per sperimentare in prima persona la condizione operaia, lei che era rimasta amaramente delusa dagli stessi leader comunisti che, tutti presi dalle loro teorie, le apparivano ben lontani dalla concreta sofferenza dei lavoratori. Anche per l'esistenza della Stein, ebrea fattasi carmelitana col nome di Teresa Benedetta della Croce, il dolore rappresenta l'ultimo suggello: muore ad Auschwitz nel 1942, dopo aver squarciato le tenebre del lager con la luce della sua sovrumana serenità; Giovanni Paolo II l'ha beatificata nel 1987 e dichiarata santa nel 1998. Sul terribile mistero del male ha indagato anche Hanna Arendt, pure lei ebrea, grande intellettuale capace di ritagliarsi uno spazio coraggiosamente originale all'interno della stessa comunità ebraica. E una straordinaria autonomia di giudizio verrà mostrata dalla Arendt proprio nel momento in cui sarà chiamata a confrontarsi con l'opaca presenza del male. Ella, osservatrice, a Gerusalemme, al processo contro il criminale nazista Adolf Eichman, scrive alcune corrispondenze, poi raccolte in un volume eloquentemente intitolato La banalità del male, che scatenano furiose polemiche, dal momento che l'autrice vi sostiene la tesi - si badi bene, non assolutoria! - secondo cui per fare il male non è necessario essere malvagi, bensì è sufficiente essere burocrati obbedienti inseriti in un meccanismo che chiede di eseguire senza pensare. Proprio per questo la Arendt dedicherà un notevole impegno speculativo a delucidare le origini del totalitarismo e a indicare la strada per evitare che ci siano uomini che agiscono senza pensare. Dando prova di grande libertà e profondità intellettuale e manifestando una sensibilità concreta per la sofferenza dell'umanità, tre donne hanno arricchito in modo del tutto particolare la filosofia del Novecento, lasciando al XXI secolo un'importante eredità che chiede di non essere dimenticata o dispersa.
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Storia della filosofia