![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 APRILE 2002 |
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Non è evidente che la verità abbia un tempo. Ciò che è vero sembra destinato all´eternità: è tale per oggi e per sempre. Ma è proprio invece ad addentrarci nei meandri della storia della verità che c´invita Franca DAgostini nel suo affascinante saggio, Le disavventure della verità. Leggendo attentamente il libro, ci si accorge poi che in realtà l´autrice è diffidente nei confronti della storia, e riflette sulla vicenda della verità fondamentalmente nella sua qualità di serbatoio di modelli e argomentazioni. A volerlo introdurre nel quadro delle attuali tendenze filosofiche bisogna dire che questo studio fa utilmente da ponte - secondo un andamento che caratterizza del resto tutto l´insieme del lavoro di Franca D´Agostini - tra le due massime tradizioni della filosofia contemporanea, quella analitica anglosassone e quella continentale ed europea (probabilmente con una propensione nei confronti dell´argomentazione logico-formale della prima rispetto all´andamento prevalentemente storico-interpretativo della seconda). Le disavventure della verità fornisce così, fra l´altro, un ricchissimo repertorio di argomentazioni, discusse con notevole raffinatezza, sull´intera storia del concetto, da Platone a Sant´Agostino per trascorrere attraverso il Medioevo e il pensiero moderno. Nondimeno l´intenzione del libro è riposta altrove: direi, senza voler esser altisonanti, che è dichiaratamente un intento apologetico nei confronti della filosofia quello che muove l´autrice. Vediamo perché. Il volume non percorre compiutamente la storia della verità, ma si inoltra e delinea molto acutamente solo un tracciato sia pur fondamentale al suo interno; si tratta della vicenda del detto secondo il quale la verità non esiste. E´ un detto curioso, poiché smentisce ciò che afferma. In altri termini: per dire che la verità non esiste devo ammettere che questo almeno sia vero. E devo dunque ammettere che questo sia una consequentia mirabilis (S. Agostino) per cui decostruendo il contenuto di un enunciato affermo esattamente quello che esso sembra negare. Il caso della consequentia mirabilis illumina, a ben vedere, tutta la struttura della vicenda, poiché riconosce che è necessario fare appello alla verità proprio quando si dubita di essa. Da questo punto vista, inoltre, si dimostra che la filosofia stessa, nella misura in cui mette in questione l´essere di ciò che essenzialmente va cercando, deriva da un atteggiamento scettico che pervade il pensiero speculativo nel suo insieme, ben al di là di quella corrente che viene esplicitamente designata come scetticismo. Ecco allora che interrogarsi intorno alla verità significa soffermarsi sui destini della filosofia e delle sue strutture fondanti: essere, pensiero, verità e linguaggio che costituiscono l´assetto ragionevole di una disciplina che s´interroga attraverso una tradizione bimillenaria sul significato di teorie e di visioni del mondo, e sulla loro legittimità. Non è possibile non rilevare come la filosofia venga in quest´ottica a svolgere un ruolo che è, in fondo, di natura terapeutica nel quale si dissolve infine il carattere drammatico della sconvolgente crisi nichilistica che attraversa il pensiero contemporaneo a partire da Nietzsche. Si sottolinea, in questo senso, che i diversi modelli di verità non sono in conflitto ma possono incrementare il loro significato sulla base della verifica dei loro presupposti: e ciò vale per il più antico che la intende come corrispondenza con l´ente, così come per quello che privilegia la coerenza degli enunciati e infine anche per quello connesso all´efficacia dei medesimi. Sono in gioco i presupposti; più che la teoria, la metateoria. Spieghiamoci meglio attraverso un esempio illuminante proposto dal libro e che viene ricavato dallo scettico Sesto Empirico. La ricerca della verità viene paragonata da Sesto Empirico a una stanza buia e piena d´oro. Il problema sarà allora quello di capire come si faccia luce per accostarsi adeguatamente all´oro contenuto nella stanza. L´indagine sulla verità riguarderà allora la funzione della luce e non quella dell´oro, il cui valore viene dato per assodato. Peraltro il significato della storia delle teorie che sembrava minoritaria acquisisce qui un volto più definito: esse c´insegnano, come l´esperienza, a non sbagliare più, quanto meno nello stesso modo, e a cercare di far luce nella stanza. Naturalmente anche questo è un presupposto, in quanto tale problematico e tutt´altro che indiscutibile. Si sottintende infatti in questo modo che la verità sia di per sé autorevole, e che dunque non valga tanto la pena di parlare di lei in quanto tale, ma dei modi per acquisirla. Dopo di che - quasi che la storia non sempre mostrasse di tener davvero in conto i presupposti - verrebbe infine da chiedersi: se la verità è così autorevole, perché il mondo si affida invece così spesso ad ancor più autorevoli ed efficaci menzogne?