RASSEGNA STAMPA

9 APRILE 2002
AUGUSTO ILLUMINATI
I molti tra servilismo e libertà

La crisi delle categorie politiche che discendono da Hobbes e l'irruzione nella vita sociale del «general intellect» e del capitalismo postfordista. «La grammatica della moltitudine» di Paolo Virno

A scegliere una soglia, non ho dubbi per un libro: Grammatica della moltitudine (DeriveApprodi, pp. 132, euro 9.30) di Paolo Virno. Sulla soglia fra filosofia e politica, sulla soglia fra il secolo dei falliti assalti al cielo (Iww e bolscevichi, rivoluzione culturale, `68-69, `77) e quello inaugurato con Seattle, Genova e le Twin Towers. Con la stessa acuminata efficacia, per il tempo postfordista, che ebbe Sull'uso capitalistico delle macchine di Raniero Panieri per il tardivo impatto della società italiana con l'ultimo fordismo. Non si tratta, a rigore, di un'opera nuova e neppure inedita (è uscita qualche mese fa in una collana universitaria per le edizioni Rubbettino, che ha gentilmente concesso i diritti per la ripubblicazione. Il libro sarà presentato domani alle 17 nell'aula 2 della facoltà di lettere all'Università La Sapienza di Roma), ma di una sintesi di temi trattati in saggi su riviste e in libri, frullati nella felice oralità di un corso per dottorandi di ricerca e serviti a temperatura ambiente, come si confà ai dibattiti di stagione. Il risultato è un libro compatto, la perfetta cassetta di attrezzi per esplorare problemi di attualità, secondo un metodo caro all'autore, quello di cortocircuitare immediatamente la radicalità intellettuale con le condizioni materiali. Subito viene la distinzione fra «popolo» e «moltitudine». Il primo è stato finora il termine vincente, nella grande formulazione originaria hobbesiana, che lo contrappone come principio di unità alla dispersione moltitudinaria, così pericolosa per il monopolio della decisione che spetta all'imperio supremo. Il popolo è tale quando si dà un padrone (populus =rex). La seconda, già in Spinosa è l'opposto della denigrazione hobbesiana, una pluralità che persiste come tale, la forma di esistenza dei molti in quanto molti. Il popolo hobbesiano si forma nella ricerca di protezione, che oggi però ha profondamente mutato carattere. Allo stesso tempo, si sono alterate le coppie categoriali che dall'originaria opposizione discendevano: pubblico/privato, collettivo/individuale. La moltitudine è invece diventata modo d'essere prevalente ma anche ambivalente, luogo di acquiescenza e conflitto, di servilismo e libertà. L'evoluzione non ha una freccia automaticamente positiva, si tiene dentro un negativo non dialettico. Ma in cosa la moltitudine, che in quanto molteplicità non è il «bene», ridetermina l'«uno»? Nel fatto che l'unità non si dà nello stato, ma nel linguaggio, nel general intellect (che non coincide con il capitale fisso, ma si manifesta principalmente come interazione linguistica del lavoro vivo), nelle comuni facoltà del genere umano. Così vengono rimodellate e riproposte tutte le contraddizioni, che prima si davano nella costellazione popolo/volontà generale/stato, secondo una triplice schematizzazione analitica.
1) Il vacillamento della distinzione fra «dentro» e «fuori» con la fine delle comunità sostanziali, l'impossibilità dunque di un riparo garantito e l'esposizione generalizzata non alla specifica paura ma alla generale angoscia implicita nella rischiosità di stare al mondo. L'interiorità, che ne è affetta, si rapporta e si ripara direttamente con i luoghi comuni dell'intelletto, con l'astratto della lingua e della tecnica. Nessuno si sente più a casa propria, è straniero a se stesso (per questo il migrante definisce la condizione generale moderna), nella stessa misura in cui si fonda sulle attitudini fondamentali dell'essere umano (pensiero, linguaggio, autoriflessione, capacità di apprendimento e relazionalità cooperativa). La soluzione buona è l'accesso pieno della moltitudine alla sfera pubblica, mentre quella cattiva (il male, scrive addirittura Virno) è la pubblicità senza la sfera pubblica, in pratica lo sfruttamento dell'intelletto comune come potenza produttiva di plusvalore, sottomissione a un nuovo sistema di gerarchie, dipendenza personale nel doppio senso di obbedienza a una persona e di coinvolgimento in questo di tutte le più intime qualità affettive, cognitive e comunicative. Esattamente ciò che oggi, in regime capitalistico, sperimenta la classe operaia in versione moltitudine e intellettualità di massa.
2) Il nesso lavoro, azione, intelletto. Che la moltitudine sperimenti la crisi di quella tradizionale distinzione risalente ad Aristotele e così efficacemente ripresa da Hannah Arendt è forse un aspetto noto del dibattito pubblico recente e non vale la pena di insisterci. Ragguardevole, caso mai, è la presentazione dell'industria culturale, in quanto produzione di comunicazione a mezzo di comunicazione, come matrice del postfordismo nella sua essenza linguistica, modello per gli altri settori, con lo stesso ruolo che aveva prima l'industria di produzione di mezzi di produzione. Altrettanto importante è la distinzione fra cooperazione come vincolo esterno e oggettivo dei lavoratori individuali e cooperazione «soggettiva», cioè impulso interiorizzato a intensificare e affinare la relazionalità: il secondo aspetto è quello decisivo nel postfordismo, che mette quindi in rilievo, in contrasto con il mutismo taylorista-fordista, il momento esplicitamente linguistico e politico della prestazione. Ma non sono rose e fiori. Oggi significa in concreto maggior sfruttamento attraverso i gruppi di qualità e ipertrofia degli apparati di mediazione burocratica, statizzazione dell'intelletto comune. Qui prendono senso le parole-chiave alternative: disobbedienza ed esodo.
3) Moltitudine è soggettività o insieme di individui sociali, di corpi che sono tabernacoli di mera potenza. La biopolitica è riportata, senza svolazzi mitologici, a lavoro come soggettività e facoltà di parlare e relazionarsi, ma tutt'altro che metafisica o immateriale. Il che non toglie che si debba leggere la moltitudine anche attraverso categorie apparentemente astratte: il nichilismo, per esempio, è un tratto filosofico che sta allo stesso tempo nel mansionario postfordista ed è messo all'opera come requisito professionale nelle fabbriche del just in time, dove aleatorio metropolitano e opportunismo sono gestiti come flessibilità adattiva; il cinismo come esperienza di regole, la chiacchiera e la curiosità come spirito di squadra. Il punto decisivo resta l'ambivalenza di tutte le categorie postfordista, che si aprono sui due versanti dell'assoggettamento e della liberazione, senza che il loro semplice venire alla luce indichi un progresso dialettico. Incombe il rischio di una catastrofe alla cui possibilità occorre essere preparati, senza illudersi che il semplice cambiamento di scenario preannunci e garantisca il trionfo della moltitudine. Sarebbe assurdo credere che «non ci hanno avvertito, abbiamo già vinto senza accorgercene!» - come afferma Virno in una delle interviste raccolte nel cd allegato al volume curato da Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero Futuro anteriore, una rassegna sulle ricchezze e i limiti dell'operaismo italiano edita sempre da DeriveApprodi - mentre in realtà il superamento della società del lavoro sta avvenendo nelle forme prescritte dal regime del lavoro salariato. Il postfordismo è la realizzazione empirica del frammento marxiano sulle macchine; il general intellect, in mancanza di una rivoluzione e in risposta a una rivoluzione sconfitta negli anni `60 e '70, funziona da «comunismo del capitale», come «socialismo del capitale» furono fordismo e keynesismo dopo il successo parziale della Rivoluzione d'ottobre in Russia e il soffocamento del movimento consiliare in Occidente. Nelle dieci tesi conclusive lo spartito esibisce al meglio le proprie doti di concisione e condotta serrata delle parti, fino a diventare abbozzo di programma politico o almeno di quell'organizzazione concettuale e analitica che potrebbe costituirne la trama.
inizio pagina
vedi anche
Filosofia (e) politica