RASSEGNA STAMPA

3 APRILE 2002
ALESSANDRA IADICICCO
Spengler l'anima dell'Occidente

Il filosofo tedesco dipinse più di 80 anni fa d'affresco di una civiltà votata al declino.  Un convegno ripropone la sua figura

«Siamo nati in quest'epoca - dice­va Oswald Spengler nel 1931, a Monaco, nel corso di una confe­renza pubblicata poi con il tito­lo L'uomo e la tecnica - e dob­biamo percorrere fino in fondo la via che ci è stata assegnata.  Non ve n'è altra.  Resistere nella postazione perduta, senza speranza, senza salvezza, è dovere».  Niente illusioni.  Niente consolazioni.  Solo il dovere di tenere una posizione perduta in partenza e assegnata in sorte con l'inelutta­bilità di un destino. Il destino capitato ad­dosso al filosofo che, nato nel 1880 nella pro­vincia prussiana, assistette prima al tracollo dell'impero absburgico e poi alla sciagurata ubriacatura nazionalista tedesca, lasciava ben pochi margini a ottimistiche speranze. 

A quel destino epocale che, con le catastrofi storiche, gli portava i segni di un'irreversibile crisi culturale, Spengler corrispose però con una filosofia tutt'altro che disfattista. Data al 1918, anno circonfuso dalla più cupa atmosfera della disfatta, la prima edizione di quel capolavoro che è Il tramonto dell'Occidente. Affresco straordinario di una civiltà «occidua», e tramontante: essenzialmente votata al declino. Topografia del moderno segnato dalla fine. Mappa dì un paesaggio desolante abbracciato dall'orizzonte del nichilismo. Il libro ebbe fortuna strabiliante.  Rarissimo ca­so di bestseller filosofico, ottenne un succes­so di vendite superiore a tutte le aspettative, dell'autore in primis che, aristocratico per stile di pensiero, era certo di usare «un linguaggio impopolare e inaccessibile per l'or­da semi-istruita dei nostri letterati».

Negli anni Venti, in quella «Germania che fu - scrive Stefano Zecchi nella prefazione all'edizione italiana del Tramonto - la madre dolorosa della modernità», si capisce co­me il motivo del tramonto si accordasse all'animo di lettori che, davanti al crollo di un mondo, cercavano nel pensiero un ultimo ba­luardo di resistenza.

Ma oggi?  L'Occidente è risorto e Spengler di­menticato. O forse no. La civiltà occidentale ha vissuto sì un'espan­sione trionfale, ma ap­punto seguendo le li­nee di sviluppo «prono­sticate» da Spengler. L'economia capitalisti­ca si è diffusa su scala globale.  La nozione (eu­ropea) di democrazia si è trasformata in un ideale politico universale.  Il paesaggio del pianeta ha acquisito la fa­cies uniforme impressa dalla «tecnica fau­stiana».  E la KuItur occidentale, mossa dal­l'impulso incoercibile a trasformare se stes­sa e le altre civiltà, ha assunto le proporzioni di un'unica Weltzivilisation.  Tutte prognosi avverate.  E la lettura «rovesciata» che Spen­gler diede di una modernità tecnico-economica tanto più disanimata e desolante quan­to più globalmente vittoriosa, è oggi illumi­nante più che mai.

Il teorico del tramonto ha dunque ancora qualcosa da dire e, a oltre ottant'anni dalla prima elaborazione del suo pensiero (sin da allora impostato come una filosofia dell'av­venire») si propone come lucido interprete di un destino che tuttora ci appartiene.  E che non potremo facilmente scrollarci di dosso.  Se fatale è il tramonto, non è esclusa tuttavia la «metamorfosi».  Una trasforma­zione operata a viva forza proprio dal pen­siero che prende atto del declino e se ne appropria.

Quale pensiero? E' questo il punto.  Se tra le risposte teoriche all'epoca che frana quel la di Spengler appare a tutt'oggi tra le più convincenti, sarà opportuno affrontare la sua (non facile, ma non debole né rinunciataria) filosofia.  Stefano Zecchi lo ha capito da un pezzo.  Tra i pochissimi studiosi del nostro Paese ad avere approfondito il pensiero spengleriano, ha organizzato il convegno «Oswald Spengler: tramonto e metamorfosi dell'Occidente» che si terrà tra la Statale di Milano e palazzo Feltrinelli di Gargnano dal 4 al 6 aprile.  Nel corso delle tre giornate (cui parteciperanno studiosi di altissima levatura: tra gli altri Gilbert Merlio Giampiero Moretti, Domenico Conte, Giulio Giorello, Alexander Dermandt, Giuseppe Raciti, Giovanni Gurisatti) si toccheranno tre aspetti dell'opera di Spengler: ìl metodo «morfologico» di lettura della storia, la riflessione sulla tecnica, le interlocuzioni teori­che in seno al dibattito sul nichilismo.  E si metteranno in luce i due momenti che emblematicamente intitolano i lavori: tramon­to e metamorfosi.

«Oggi -dice Zecchi - sembra che l'idea del tramonto non sia affatto attuale.  Se c'è un cultura che ha trionfato è infatti proprio quella occidentale.  Si sono affermati i suoi aspetti economici e una sua anima partico­lare: quella statunitense.  Ormai la tradizio­ne europea si presenta con il volto della so­cietà americana, lo si vede dalla natura economica dell'Unione, europea. Ma su questo punto emerge tutta la sua forza l'attuali­tà del pensiero spen­gleriano: ben prima che il termine «globalizzazione» fosse coniato, vide la "civilizzazione mondiale» come il "tramonto della civiltà occidentale".  Ci sono poi altre questioni attuali che l'ope­ra di Spengler aiuta a decifrare: l'esplosione dei conflitti interetnici e religiosi, il confron­to dell'occidente con le altre civiltà, la crisi dell'idea di Stato nazionale».

E di fronte ai segnali di decadenza, come va inteso il tema della metamorfosi? «In que­st'idea - prosegue Zecchi - vi è un richiamo esplicito a una cultura rimossa: la visione goethiana, organicistica della cultura.  Goethe, come denunciava Nietzsche, ha subito una rimozione.  La sua visione del rapporto tra le diverse forme di conoscenza, che tro­vano nell'espressione estetica il momento culminante, è venuta meno. Il principio me­tamorfico è stato abolito dalla cultura europea che ha consegnato il timone di coman­do all'economia.  Si è così spezzato il legame tra cultura, politica ed economia e lo si è radicalmente rovesciato.  Spengler è tra i po­chissimi goethiani del Novecento (un altro è Ernst Jünger) che, attraverso la compren­sione simbolica delle forme, ha ricavato lo spazio da cui muovere una battaglia forse minoritaria, ma che va al di là della pura testimonianza individuale».

Sul senso di una battaglia non di retro­guardia combattuta nell'ambito del pensie­ro, insiste anche Giampiero Moretti, del­l'Istituto orientale di Napoli: «Per Spengler ­dice - come per Jünger si tratta di guardare al­l'epoca senza avere la pretesa di migliorarla. Ogni visione del mon­do però, è anche un in­tervento sul mondo».

Spengler appuntò da una distanza lontanissima il suo sguardo tra­sformante, «metamorfico», sull'epoca. «Guar­dò "alla storia con l'oc­chio di un dio", come scrisse in una pagina, poi espunta, dell'edizione del 1918 del Tramonto».  Ce lo ricorda Domenico Conte, docente all'università di Napoli e tra i più acuti studiosi italiani di Spengler.  Che cosa vide da quella lontanan­za? «Vide - prosegue Conte - fenomeni co­me la massificazione e la pietrificazione del­le grandi città, caratterizzanti la tarda modernità».  Vide soprattutto come quella tar­da modernità che nel suo pensiero coincideva con la «civilizzazione» (cioè degenerazio­ne della civiltà), «se letta con l'attenzione rivolta al suo sostrato simbolico, torna ad assumere l'aspetto di una civiltà». E' l'interpretazione, geniale, che della «trasformazio­ne operata dal pensiero» dà Giuseppe Raciti (università di Catania). «Una lettura noti su­perficiale del Tramonto - spiega Raciti - rive­la come l'atteggiamento di Spengler dì fronte alla civilizzazione assoluta non sia affatto quello della condanna di una decadenza. Egli riconosce anzi il radicamento simbolico che volge la crisi in una situazione di positività».

Resa al tramonto? Rassegnazione? Fatalismo? Adulto riconoscimento di un destino, piuttosto.

Amor fati nietzscheano: potente e affermativo.  Tale sembra, da­vanti al tracollo di un'epoca, il piglio di Oswald Spengler.  Uno degli ultimi pensato­ri forti del secolo, che (il convegno milanese ne offre l'occasione) sarà utile, in tempi in­quieti, impegnarsi a studiare.
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