![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 MARZO 2002 |
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I recenti
sviluppi del progresso scientifico e biotecnologico hanno dato all'uomo enormi
possibilità di intervento sulla vita. Viviamo in un'epoca nella quale il
"biopotere" tenta di riprogettare anche l'uomo. L'uomo ha oggi il
potere di decidere su se stesso, l'uomo decide dell'uomo non solo del singolo
ma della specie. È di scottante attualità il dibattito sui progetti di
ingegneria genetica, di clonazione, dell'uso di cellule staminali. L'uomo non
accetta più la natura come destino immodificabile ma come insieme di
possibilità.
Ma si può
essere tentati di credere ciecamente in una assurda equazione: tutto ciò che è
tecnicamente e funzionalmente possibile è anche moralmente lecito? Trova sempre
più spazio in bioetica un fondamentalismo tecnocratico che deve preoccuparsi
perché assolutizza la possibilità tecnica, la stessa libertà dimenticando che
la libertà è la condizione ma non è la norma etica. Per l'agire etico non si può
prescindere da quella che Bellino definisce, in termini molto efficaci,
"la ragionevolezza": una ragione più umana, che tiene conto della
condizione dell'uomo: anche perché i problemi morali sono fondamentalmente i
problemi dell'uomo nel suo rapporto con se stesso, con gli altri e con il
mondo.
Sono
riflessioni queste che Francesco Bellino, ordinario di Filosofia morale e
Direttore del Dipartimento di Bioetica nell'Università di Bari, propone nel suo
recente saggio La storia della bioetica e la svolta biopedagogica (Cacucci ed.,
pp. 109, Euro 7,75). Numerose pubblicazioni si avventurano nella bioetica per
mettere in guardia dai rischi dell'ingegneria genetica, o più semplicemente per
prendere posizione pro o contro l'uso di cellule staminali, l'inseminazione
artificiale, la clonazione. Bellino invece affronta teoricamente i problemi
filosofici che si collocano a monte dei giudizi morali attinenti ai vari tipi
di interventi biomedici. L'etica della scienza suggerisce le modalità corrette
di compiere la ricerca, ma non esplora i singoli ambiti della ricerca stessa,
al contrario della bioetica. Questa, per scoprire le norme in campo biologico e
medico, si appella all'antropologia, alla concezione dell'uomo. Contro il sogno
dell'homo continuus, quasi immortale, perfetto, si deve sottolineare la realtà
dell'uomo persona concepito nelle sue peculiari coordinate esistenziali e
relazionali, che lo rendono intelligibile solo nel contesto dei rapporti con
gli altri, con lo spazio, con la natura. "La bioetica, osserva Bellino, è
la grammatica dei rapporti dell'uomo con il vivente".
La
fondazione personalista della bioetica e il tentativo di storicizzarne i
paradigmi concettuali fondamentali sono le idee base del saggio che traccia le
linee di una storia concettuale della bioetica e delinea, in modo critico, i
presupposti e le istanze di un possibile iter educativo della cultura bioetica.
L'autore è il primo studioso a proporre la svolta biopedagogica come terza fase
della bioetica dopo quella principialista ed esperienzale. "Se la vita e
la sua qualità sono il problema centrale della nostra civiltà, la biopedagogia,
afferma Bellino, costituisce il cuore di tutto il progetto educativo". Per
questo la biopedagogia può aiutare a costruire una bioetica non come decalogo, come
un prontuario da consultare con le risposte già pronte, ma "una bioetica
socraticamente più maieutica che non fornisce soluzioni precostituite, ma aiuta
ogni uomo a cercare le soluzioni ai complessi problemi della bioetica
dell'ambito di comuni valori e soprattutto lo responsabilizza nella scelta tra
ciò che promuove la vita e ciò che la distrugge". In questo la scuola, in
particolare, ma anche la famiglia e le comunità, più in generale, possono
giocare un ruolo rilevante nella formazione della coscienza morale che deve
essere intesa, scrive Bellino, "come incontro dell'interiorità dell'uomo
con la verità, e ascolto della voce della verità all'interno dell'essere
umano". La biopedagogia e quindi la bioetica può diventare, afferma con
forza Bellino, ars vitae, "educazione vitale in una scuola rinnovata e
biofila, promotrice di una cultura eupsichica e di una vera qualità della
vita". Se l'etica è "il mestiere di uomo" secondo la bella
espressione di Aristotele, la scuola, la famiglia e le comunità devono diventare
"officine di uomini", per dirla con Comenio.
Bisogna essere grati a Bellino non solo per la qualità della ricerca che testimonia insieme passione morale, intellettuale e rigore scientifico, ma anche perché con il suo volume non dà risposte e soluzioni definitive a un problema che probabilmente non ne ha, data la sua complessità, indicando invece atteggiamenti e direzioni in cui tendere nel cammino di una scienza che sia sorgente di valori e di una bioetica che sia formazione al servizio dell'uomo. L'invito è ad aprire la speranza infondendo nell'animo dei giovani il piacere di aiutare gli altri, vincendo l'egoismo che "è l'impedimento fondamentale della vita morale" e che porta ad essere indifferenti al bene comune.