RASSEGNA STAMPA

22 MARZO 2002
NINO MATERI
Polkinghorne: «La scienza ha riscoperto il tempo di Dio»

Il fisico inglese e pastore anglicano espone le teorie sull'universo e il legame tra fede e ricerca

«Cos'è il tempo?».  Sono passati circa sedici secoli da quando san­t'Agostino si pose questa doman­da. Per il vescovo d'Ippona il tem­po era nato con il mondo: l'univer­so non era stato creato da Dio nel tempo (in tempore), ma con il tempo (cum tempore).  Per un lun­go periodo, questa risposta è basta­ta all'Occidente cristiano, ma a un certo punto sono sorte delle com­plicazioni: la scienza non era più tanto d'accordo, e sembrò seguire altre strade, diverse da quelle della fede.

Quando però un certo Einstein scoprì che la materia e il tempo sono un tutt'uno, la scienza dovette ricredersi: Agostino aveva ragione.  E aveva fede.  E' quello che sostiene con pacata certezza John Polkinghorne, il fisico della Royal Society presidente emeri­to del Queens College di Cambri­dge che è anche un pastore angli­cano.  Uomo di scienza e fede che lo scorso 14 marzo è stato insigni­to del Templeton Prize, il premio internazionale per il dialogo tra le religioni, la cui consegna uffi­ciale avverrà il prossimo 29 aprile a Buckingham Palace da parte del Duca di Edimburgo.

Polkinghorne è oggi in Italia, ospite della associazione Euresis e del Centro Culturale di Milano (ore 21.00, via Zebedia 2, tel. 02/86455162-68, vww.cmc.mila­no.it), per una conferenza dal titolo «Tempo dell'uomo e tempo di Dio», terzo del ciclo «Percorsi della scienza» dopo John Barrow e Gianpaolo Bellini e che ad aprile accoglierà Oliver Sachs.

Insomma il tempo...

«... è indissociabile dallo spazio e dalla materia.  Ma è anche vero il contrario: il mondo è soggetto alla storia.  Sembra scontato, ep­pure per lungo tempo i cosmolo­gi hanno pensato a un universo statico nelle sue caratteristiche fondamentali.  Ma la geologia e la biologia prima, poi anche la fisica hanno accettato il fatto che l'universo si evolve conti­nuamente».

Da un punto di vista metodologico, è la scienza a guidare la fede, o questa illumina la

prima secondo l'antico ada­gio: credo per capire (credo ut intellegam)?

«I teologi che si occupano di scienza sono passati oggi da una teologia naturale a una teo­logia della natura.  Non guardiamo più il mondo fisico alla ricer­ca delle prove dell'esistenza di Dio, ma pensiamo a Dio come a un aiuto che rende intelligibile il modo in cui vanno le cose nel mondo.  In certo senso, il rappor­to si è ribaltato, come ho scritto in Credere in Dio nell'età della scienza (Cortina, pagg. 174, eu­ro 14,98».

Le due teorie principali sul de­stino del nostro universo, l'in­flazione (per cui l'universo continuerà a espandersi per sempre) e la contrazione (fino al Big Crunch finale) non so­no molto confortanti.  Come si pone il cristiano di fronte a queste ipotesi?

«Il problema di queste teorie è il senso di futilità o inutilità (del cosmo, di noi uomini) che ne deriva.  Da un punto di vista teolo­gico, l'unico modo per risponde­re è argomentare in maniera credibile (giacché è possibile) una speranza escatologica.  Il Cristianesimo deve riproporre la sua visione della fine e del senso di tutto, che è Dio Padre.  L'ultima parola sull'universo è infatti la Resurrezione».
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