![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 MARZO 2002 |
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Conferenza alla Fondazione sul pensiero dell'esistenzialista
Martin Heidegger
Prosegue alla Fondazione di Piacenza e Vigevano il ciclo di conferenze "Apollo e Dioniso in lotta", interessante rilettura di concetti forse troppo abusati ed inflazionati nell'odierno dibattito su arte ed estetica, sublime, bello e brutto, apollineo e dionisiaco. Nell'ultimo incontro "Arte e verità in Martin Heidegger" Franco Toscani, studioso, filosofo e saggista piacentino, ha illustrato funzione ed importanza dell'opera d'arte nel pensiero di uno dei più famosi, discussi e controversi esponenti dell'esistenzialismo contemporaneo, il tedesco Martin Heidegger (1889-86). Nel suo poderoso sistema - continuazione ed approfondimento della lezione del maestro Edmund Husserl impegnato, a sua volta, nel delicato passaggio fenomenologia - esistenzialismo, a dimostrare possibilità e realizzabilità della "concretizzazione del soggetto trascendente", a fondare cioè "ontologie regionali" nella concreta vita della coscienza - trova spazio anche la vicenda artistica; spiccano il saggio "L'origine dell'opera d'arte" (1935) con preziose indicazioni metodologiche su senso e significato dell'opera d'arte e la conferenza "L'arte e lo spazio" (1969), tardiva riflessione sulla scultura e sul rapporto arte - vuoto, il vuoto pensoso ed enigmatico dell'oriente però. Nonostante linguaggio criptico e non indifferenti difficoltà interpretative, Heidegger concepiva l'opera d'arte, troppo spesso ed ingiustamente trascurata dalla filosofia occidentale, come prodotto e creazione dell'artista, "cosa" ed "oggetto materiale" in senso post-metafisico, coerentemente alle principali tendenze dell'esistenzialismo '900esco. L'arte, però, non è semplice realtà oggettiva ma, soprattutto, allegoria e simbolo di un universo superiore, espressione della verità, apertura dell'ente all'Essere che, di per sé inconoscibile, è al di là di ogni aggettivazione o, viceversa, l'Essere è apertura grazie a cui l'ente è, si realizza. Il relatore si è soffermato a lungo su questo punto; come, cioè, l'opera d'arte, la "cosità della cosa" oltre "terrestrità della materia" e "nascondimento protettivo della terra" sia "dischiudimento ed apertura alla Verità suprema" che, in un rapporto biunivoco e paritetico con l'arte, aspira anch'essa all'opera. Indicativi, al riguardo, per provare la corrispondenza arte - verità, gli esempi forniti dallo stesso Heidegger ripresi dal relatore: il quadro "Le scarpe di un contadino" di Van Gogh, unico per rigore compositivo ed essenzialità di immagini ed il tempio greco, somma testimonianza della conquista dell'altra dimensione, sintesi estrema dell'ineffabile rapporto terra - cielo, della pienezza dell'apertura. Altro carattere fondamentale dell'opera d'arte suggerito da Heidegger e ricordato da Toscani è il "porre qui", lo sviscerare, l'emergere cioè della materialità dell'opera, del "pesantore della pietra" dove risalta, al fondo, la terra come "emergente - custodente", "autochiudentesi per essenza". L'arte, non più e non solo semplice imitazione, diventa, così, da un lato, svelamento e scoperta della sfera etica e storicizzazione della verità e, dall'altro, emblema di bellezza coincidendo, l'apparire dell'essere nell'opera, con, appunto, la bellezza. L'artista, dal canto suo, ormai al servizio della verità come unico fine dell'opera d'arte, diventa, socraticamente, un mediatore perché, attratto dall'opera, è capace di conquistare l'"apertura" essendo, il suo produrre, soprattutto un ricevere ed un attingere. Il dramma dell'incomprensione e del progressivo isolamento dell'arte tra '800 e '900 veniva, dunque, da Heidegger risolto nel più generale tentativo di ricondurre ogni fenomeno artistico ad una vitale forza generatrice; se Husserl aveva solamente tentato di riportare le ontologie regionali alla coscienza trascendentale, Heidegger, più radicalmente, aveva intuito che coscienza e soggetto non erano nel genere umano astrattamente uguali ma, immersi nel mondo della storicità, dell'affettività e dell'intersoggettività, sempre più postulavano una concezione in grado di riunire Essere e Tempo.