RASSEGNA STAMPA

20 MARZO 2002
STEFANO CATUCCI
Con questa formula la filosofia ci restituì la meraviglia delle cose

Alle cose stesse! - è sorprendente la forza di attrazione che questo slogan ha esercitato su generazioni di filosofi, artisti, critici, scienziati, al punto da diventare la via privilegiata alla fenomenologia anche per molti di coloro che poi hanno preso le distanze dall'insegnamento di Edmund Husserl. Per verificare l'origine di questa frase dobbiamo risalire a uno dei gesti inaugurali della sua filosofia: l'Introduzione alla seconda parte delle Ricerche logiche (1901), testo nel quale prende forma il progetto di una fenomenologia che voglia radicare le leggi logiche al terreno dell'esperienza concreta e che si presenti, perciò, come una fondazione filosofica preliminare a ogni teoria della conoscenza. Mentre espone i principi generali della nuova ricerca, in quelle pagine Husserl esprime così il caposaldo del suo programma: "Non vogliamo affatto accontentarci di pure e semplici parole, cioè di una comprensione puramente simbolica delle parole", come quella che ci è data dalle leggi logiche quando parlano di "concetti", "giudizi", "verità", e così via, prendendo tutti questi termini nella loro accezione generale. "Non ci possono bastare i significati ravvivati da intuizioni lontane e confuse, da intuizioni indirette - quando sono almeno intuizioni. Noi vogliamo tornare alle "cose stesse".
Osservando attentamente questa citazione, si possono cogliere significative differenze rispetto alla formula dello slogan. L'espressione "cose stesse", per esempio, compare tra virgolette, precauzione che per Husserl segnala un "mutamento di segno", ovvero una deviazione rispetto all'uso comune delle parole: quando parla di "cose stesse", perciò, Husserl allude a qualcosa di diverso da ciò a cui ci riferiamo abitualmente. Inoltre, a differenza di quanto avviene nello slogan, c'è il verbo principale declinato alla prima persona plurale, "noi vogliamo", formula che rinvia al cammino di quella iniziazione filosofica continuamente riproposta da Husserl nell'icipit dei suoi libri e delle sue lezioni: l'appello alle "cose stesse", da questo punto di vista, è il riflesso di un gesto filosofico condiviso da una collettività, da una comunità di ricercatori, da un'aula di uditori, insomma da quel "noi" che per la fenomenologia è indistinguibile dalla posizione dell'"io".
C'è poi un altro verbo, che indica il"tornare" alle "cose stesse", ma che si potrebbe anche tradurre con "risalire" oppure con "abbassare", se volessimo sottolineare la volontà husserliana di fare della fenomenologia descrittiva una nuova e più genuina forma di positivismo: "noi vogliamo abbassarci alle `cose stesse'", potrebbe essere in questo caso la resa italiana della frase. Infine, al di là delle virgolette e dei verbi, c'è il punto esclamativo, segno d'espressione rarissimo in filosofia e assente anche nella formulazione delle Ricerche logiche, ma quasi sempre presente nello slogan, tanto da conferirgli la connotazione di un "grido di guerra filosofico", com'è stato definito anche di recente.
Ricondotta al contesto della sua formulazione originaria, la frase di Husserl si distingue dallo slogan anche per la sua appartenenza a una lunga e complessa argomentazione, nella quale si affacciano molti degli elementi portanti della fenomenologia e alcuni di quei concetti che in essa - come ha osservato Eugen Fink - fungono da "operatori impliciti": intenzionalità, evidenza, essenza, apoditticità, intuizione, soggettività. Il richiamo alle "cose stesse" porta quindi con sé una parte molto ampia della filosofia di Husserl e non può essere isolato da questa. Malgrado ciò, la diffusione che ha avuto quel richiamo, non solo in filosofia, si deve a un'apparenza vaga e indeterminata nella quale si sono potuti riconoscere anche atteggiamenti intellettuali molto diversi fra loro, accomunati solo da un'insofferenza. Basterebbe pensare al ruolo che quello slogan ha avuto nelle teorie e nelle pratiche artistiche delle avanguardie del secondo dopoguerra: restando al caso italiano, si può evocare, per esempio, la suggestione esercitata dalle parole di Husserl sui poeti, gli scrittori, i critici e i filosofi italiani che gravitavano intorno al "Gruppo 63". Alle cose stesse! era un motto che si ritrovava a vario titolo nelle parole di Luciano Anceschi e di Enrico Filippini, di Alfredo Giuliani e di Elio Pagliarani, di Renato Barilli e di Nanni Balestrini, ma in accezioni diversissime che andavano dalla fenomenologica "riduzione all''io" alla formula opposta, di ispirazione strutturalista, che parla piuttosto di una "riduzione dell''io".
Se tanta efficacia ha avuto quel richiamo, al di là delle sue molteplici versioni, non è tuttavia perché lo si è inteso come un "grido di guerra", visione che avrebbe implicato anche un'adesione ai metodi della fenomenologia, dunque al suo modo di presentarsi come programma filosofico e culturale per un'epoca di "crisi", secondo la prospettiva che ci ha lasciato in eredità Hans-Georg Gadamer. Per tutti coloro che hanno avvertito nel richiamo "alle cose stesse!" il senso del risveglio da un lungo sonno filosofico, le parole di Husserl hanno avuto il valore di un gesto liberatorio, di una netta presa di posizione da parte di una filosofia che ha voluto emanciparsi dall'intellettualismo d'accademia, dalla tutela delle scienze matematiche e naturali, come pure dal dilagare delle scienze umane e, in primo luogo, dal ruolo preponderante acquisito dalla psicologia nell'analisi dei processi di formazione dell'esperienza. Il richiamo alle "cose stesse" è stato perciò anzitutto un invito alla filosofia, una rivendicazione dei diritti e delle prerogative della filosofia come forma di pensiero critico, in particolare nei confronti di attitudini allora dominanti o emergenti, dal positivismo allo storicismo. Pronunciare un appello in favore delle "cose stesse" è stato, inoltre, un modo per rifiutare la chiusura della cultura filosofica in un individualismo sempre più accentuato: se è vero che la pubblicazione del Libro I delle Idee (1913) deluse molti allievi di Husserl, i quali vi lesserro un allontanamento dalla direzione "oggettivista" delle sue ricerche precedenti e un inatteso ritorno della centralità del soggetto, è anche vero che, in tema di soggettivismo, la fenomenologia non fa sconti a nessuno: perché essa rimane, dal principio alla fine, orientata decisamente contro quelle tendenze che GyÖrgy Lukács - anche lui attratto in quegli anni dal richiamo alle "cose stesse" - aveva ricondotto ai motivi di una "cultura dell'impressionismo". Prerogativa delle parole di Husserl, perciò, è stata quella di aver restituito alla filosofia del suo tempo la forza per rivolgere il suo sguardo sul mondo vivo dell'esperienza e per ricominciare il cammino di un'interrogazione capace di mettere fra parentesi, almeno per un momento, non le "cose stesse", ma i testi, la forma del commento, come pure il bisogno di adottare sistemi di pensiero importati da altre discipline.
Sartre ha scritto una volta che la fenomenologia ha avuto il merito di riportare la meraviglia e la paura nelle cose, di aver restituito al pensiero il mondo dei profeti e degli artisti: un mondo al tempo stesso estraneo e familiare, ostile e accogliente. Possiamo allora fare tesoro di questa osservazione e tradurre, o meglio riscrivere, il motto della fenomenologia in una forma differente. "Tornare alle `cose stesse'" diventerebbe così come un "tornare a meravigliarci delle cose", tornare a guardar fuori, tornare a farlo con gli occhi di una filosofia che, da Platone in poi, sa di non poter fare a meno della meraviglia.
Sulla scorta di questo auspicio, tuttavia, è inevitabile porre una questione che mette in gioco il senso dell'impresa fenomenologica nel suo insieme, e in primo luogo la forza di attrazione che essa può ancora esercitare nel presente. Nel pensiero di Husserl, l'immagine delle "cose stesse" è infatti profondamente ancorata al disegno d'insieme di un progetto filosofico fondato su un'esigenza primaria: quella di distinguere la filosofia, come "filosofia prima", da tutte le altre scienze, dunque di offrire alla conoscenza una teoria preliminare che dia un fondamento di legittimità e una garanzia ultimativa delle loro pretese di sapere, esercitando una forma di controllo critico sulle loro deviazioni, sulle loro illegittimità etiche, così come sulle loro ingenuità ontologiche ed epistemologiche.
appunto su questa relazione tra la filosofia e le scienze, però, che l'esperienza del secolo trascorso dalle Ricerche logiche getta più di un'ombra. ancora pensabile, quel rapporto, nei termini nei quali lo aveva visto e vissuto Husserl? Si può ancora concepire una relazione verticale fra i compiti della filosofia e quelli delle scienze? In che misura l'attualità del richiamo alle "cose stesse" risente dei mutamenti intervenuti in questi cento anni non solo nella teoria, ma anche nella pratica delle scienze in tutte le loro espressioni, non escluse quelle delle scienze umane?
Domande come queste non riguardano solo la fenomenologia, ma investono più in generale l'attualità di qualsiasi forma di filosofia che resti sensibile al richiamo delle "cose stesse" e che voglia perciò emanciparsi dalla dimensione della chiacchiera, evitando di trasformarsi in qualcosa di simile a un genere letterario. Heidegger ha segnalato con forza l'impossibilità di mantenere la filosofia nella condizione di privilegio che le veniva assegnata dai tentativi di concepirla appunto come una "filosofia prima", capace di svelare quei fondamenti di senso e di legittimità su cui si basa l'intero edificio del sapere, ma di cui le scienze sarebbero inconsapevoli. La sua insistenza sul ruolo della tecnica nell'ontologia del presente, quando non la si consideri solo come una denuncia conservatrice, indica precisamente la via di un mutamento di gerarchie e di rapporti che la filosofia ha il dovere di pensare, senza ritrarsi di fronte ad essa.
Dal pensiero di Heidegger però, com'è noto, sono derivate correnti che hanno provato a pensare la questione della cosa sulla via di un'ontologia poetica, in parte lontana dagli stessi tentativi compiuti da Heidegger nel confronto con il pensiero di Kant avviato nella corso del 1936 su La questione della cosa. Per Husserl, in entrambi i casi, si tratta comunque di un modo di sottrarsi di fronte alla pressione delle "cose" e alle responsabilità etiche che esse chiedono di mettere in gioco. Tornare al confronto critico tra Husserl e Heidegger in una chiave diversa dalla loro semplice opposizione, analizzare le ragioni del loro dissidio, e in particolare la diffidenza di Husserl verso una filosofia ricondotta all'essenza dell'arte, può forse essere un modo per ripensare l'accesso fenomenologico alle "cose stesse" in una dimensione diversa da quella dell'epoca delle Ricerche logiche, ma anche più attenta al carattere pubblico del discorso filosofico: o meglio, alla responsabilità pubblica del suo linguaggio, alle ragioni di un pensiero che riconduce il senso della comunità non alle radici di una tradizione, ma al suo concreto articolarsi nel presente.
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