![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 MARZO 2002 |
|
Esce
"Next" il nuovo libro di Alessandro Baricco, viaggio tra dubbi e
certezze nella globalizzazione
Basta andare
un po' oltre le visioni occidentali per vedere realtà molto diverse
Fantasia e
tenacia non possono più contrastare il denaro e la tecnica
Sappiamo
tutti che le domande più intelligenti intorno a un fenomeno non vengono dagli
esperti, perché per loro il fenomeno è solo un'occasione per esporre la loro
competenza. Le domande più intelligenti
vengono da quelli che non se ne intendono, perché la loro incompetenza colloca
il fenomeno in scenari che gli esperti neppure sospettano. In questo modo, invece di assopire le
coscienze in un sistema ben assestato di risposte, i non esperti le
problematizzano con una serie di domande che tengono desta la coscienza. Perché nessuna risposta riesce ad essere
sufficientemente esaustiva.
E' il
caso dell'ultimo libro, davvero stimolante, di Alessandro Baricco, Next,
piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà. (Feltrinelli, pagg.
90, euro 6). Alessandro Baricco non è
un esperto di globalizzazione e quindi può porre tutte quelle domande, ivi
compresa quella che si chiede se la globalizzazione esiste per davvero, che
nessun esperto di globalizzazione si porrebbe mai. Questo metodo di indagine, tipico dei non esperti, è il classico
metodo adottato dai filosofi che, a differenza dei sapienti (gli esperti), non
hanno una competenza sulla cosa, e, proprio a partire dalla loro incompetenza,
pongono domande. Domande non ingenue,
che vogliono mettere, alla prova la competenza dei competenti, per vedere se
regge, se sta in piedi, o se è solo un modo per assopire le coscienze in un
presunto sapere.
Come
tutti più o meno sanno, questo metodo è stato inaugurato da Socrate che non
perdeva occasione per ribadire la sua «dotta ignoranza», a partire dalla quale
nessuno poteva sottrarsi alle sue interrogazioni, che mettevano in questione
il presunto sapere degli esperti: «Come fanno i vasai - scrive Platone - che
con la nocca delle dita percuotono i vasi per saggiare il materiale di cui sono
fatti».
Alla
fine del dialogo, di tutti i dialoghi platonici, in cui Socrate fa il suo
mestiere di incompetente, si scopre che Socrate ha sempre ragione. La sua però non è una ragione dogmatica o di
principio, è la ragione che risulta dal crollo dei presunti saperi. Qualcosa che assomiglia a quella che di
solito viene chiamata «ragione critica», il cui compito è di evitare che il responso
degli esperti divenga persuasione definitiva per coscienze beate che,
rinunciando al rischio dell'interrogazione, confondono la sincerità dell'adesione
con la profondità del sonno. Come
Socrate, Alessandro Baricco si chiede: che cos'è la globalizzazione? E' una realtà o è semplicemente ciò di cui
tutti ci siamo persuasi? E' una
realtà, dicono i più. Ti siedi al
computer e puoi comprare tutto quello che vuoi on line; sempre al computer
puoi acquistare in Borsa tutte le azioni del mondo. Giri il mondo e puoi bere
ovunque la Coca Cola, comprare un paio di Nike o fumare Marlboro; l'ultimo
film di Spielberg lo puoi vedere in gran parte del mondo, così come puoi
constatare che tutti tirano a canestro come Michael Jordan. Persino i monaci tibetani navigano in
rete. Quindi la globalizzazione esiste.
Poi
vai a controllare e scopri: che la gente che compra on line è lo 0,0008 per
cento, che per quanto tu possa comprare in Borsa, quando il gioco si fa duro i
francesi non riescono a comprare la Montedison e De Benedetti la SGB (che
equivale a mezzo Belgio), mentre la Pirelli non riesce a comprare la Continental.
Vai in giro per il mondo e scopri che contro le 380 bottigliette di Coca Cola
che un americano beve in un anno, un russo ne beve 26 e un indiano 4; che in
tutto il mondo si vede il film di Spielberg e nessun americano vede un film rumeno,
indiano, cinese, africano e forse neppure europeo (e qui comincia a venirti
il sospetto che la globalizzazione sia la nuova versione del colonialismo). Se infine ti capita di visitare un monastero
tibetano scopri sì che hanno regalato un computer a ogni monaco, ma i monaci
non lo usano. E allora?
Allora, nonostante questi dati,
dobbiamo dire che la globalizzazione esiste, perché nell'unico consumatore
che fa i suoi acquisti on line vediamo il nostro futuro, mentre negli altri 99
tra cui anche noi che andiamo al supermercato, non vediamo niente. E questo ci dice che il futuro è per tutti
più reale del presente, e che il possibile crea una realtà che rende obsoleto
l'esistente. Quindi la globalizzazione
esiste perché è il nostro futuro. C'è, anche se non c'è.
Risolta la prima questione
dove la ragione si distribuisce equamente tra chi afferma e chi nega, Baricco,
come Socrate, passa alla seconda. Qual
è il propellente della globalizzazione, cioè del nostro futuro? E la risposta è inequivoca: l'eterno motore
che da sempre decide il comportamento degli uomini, ossia il denaro, che cerca
un campo di gioco più vasto, perché altrimenti più di tanto non può
moltiplicarsi e muore d'asfissia.
Dunque la globalizzazione, il nostro futuro, non è altro che la
ripresa su vasta scala del nostro passato, con questa sola differenza: che una
volta per impossessarsi delle risorse altrui si faceva la guerra, oggi invece
lo stesso scopo lo si raggiunge con la pace perché, per funzionare, la globalizzazione
ha bisogno di stabilità e pace.
E allora che ci fanno i no
global? I no global sono quelli che,
forse non a torto, interpretano la globalizzazione come il trionfo dell'impero
americano, nonché la macchina con cui questo impero affama il resto del mondo,
dando un dollaro al giorno a chi nei paesi più disperati, confeziona Nike che
in Occidente si vendono a 75 dollari il paio.
E pensano di risolvere il problema
dello sfruttamento dei diseredati del mondo distruggendo vetrine e bruciando
Mc-Donald's là dove si riuniscono i signori del G8? La loro azione è davvero efficace? Incide sulla realtà che vogliono cambiare?
Anche qui sì e no. Come sì e no era la risposta alla domanda
che chiedeva: esiste o no la globalizzazione?
La globalizzazione, lo
abbiamo visto, non esiste come presente ma come futuro, non come realtà ma
come possibilità, che può diventar reale a condizione che tutti credano che esista. Per raggiungere questo scopo, che è poi
quello di dare l'impressione che esiste quello che non esiste, arte a cui è
particolarmente votato il nostro presidente del Consiglio, gli otto Capi dei
paesi più importanti del mondo, che potrebbero tranquillamente riunirsi in
videoconferenza, o segretamente intorno al tavolo del consiglio di
amministrazione di qualsiasi azienda, si mettono in vetrina, costringendo
un'intera città a militarizzarsi.
Perché lo fanno? Hanno da decidere qualcosa che in altri modi
non si potrebbe decidere? No. Sono lì a
farsi vedere, sono lì a fare i testimonial, sono lo spot della globalizzazione,
per testimoniare che vanno d'accordo, che non si faranno mai la guerra, che
qui quindi il pianeta può essere considerato come un unico paese. Sono lì perché così il piccolo industriale
veneto, che ha avviato i suoi primi timidi commerci con la Romania, si convince
che non deve aver paura a costruire fabbriche a basso costo di mano d'opera
laggiù, che le multinazionali possono andare tranquille se decidono di investire
i loro soldi e attrarre in ogni parte del mondo milioni di consumatori.
E i no global, perché sfilano
a Genova e non in Indonesia davanti a una fabbrica di scarpe Nike dove si
sfruttano i ragazzini a un dollaro al giorno?
Perché se la globalizzazione è
il futuro e non il presente, se è il possibile che si vuol far diventare reale,
devono boicottare la campagna pubblicitaria, devono interrompere lo spot, dove
ciò che si vende è l'idea (condivisa da Bush, Blair, Aznar, Berlusconi e gli
altri del G8) secondo la quale tutto il mondo starà meglio se si concederà al
denaro di circolare in libertà senza asfissiarlo con troppe regole.
Un'idea questa che è comune a
tutti coloro che il denaro ce l'hanno e perciò sono disposti ad abitare un
mondo che può essere più ricco solo se è più competitivo, più selettivo, più
duro, dove non si fatica a scoprire che la legge che regolerà il futuro è, con
un po' di lifting, l'antica legge del più forte, ma questa volta su scala
mondiale, dove i vincitori vincono e gli sconfitti perdono.
Il
lifting è necessario affinché suoni «progressista» la pubblicità della
globalizzazione che predica la liberalizzazione di tutto e di tutti, quando in
sostanza non è che la restaurazione di un mondo come quello che, in
Occidente, il secolo appena trascorso ha cercato di far fuori. Non è forse vero che le fabbriche del terzo
e del quarto mondo espongono un orrore non dissimile da quello descritto da
Zola in Germinal a proposito dei minatori che vivevano da noi centotrent'anni
fa? E che fanno le sinistre europee, si
schierano anch'esse a fianco della globalizzazione, senza riflettere sui
risvolti crudeli che avrà per i deboli della terra? Hanno allora ragione i no global? Baricco, come Socrate, dice in parte sì in parte no. Sì, per quanto sopra si è detto. No, perché, come per la rivoluzione industriale,
distruggere le macchine non porta lontano.
Il problema, dice Baricco, è piuttosto immaginare un nuovo e civile
mondo del lavoro e cercare di realizzarlo.
Come? Se la globalizzazione non è una realtà ma
un'immaginazione più forte della realtà, se i no global non risolvono gli effetti
reali della globalizzazione, ma colpiscono la sua immaginazione che è il
motore propulsivo della sua realizzazione, allora bisogna lavorare di immaginazione
e fare un sogno più grande perché, scrive Baricco: «La globalizzazione, così
come ce la stanno vendendo, non è un sogno sbagliato: è un sogno piccolo. Arrestato.
Bloccato. E' un sogno in grigio,
perché viene direttamente dall"immaginario di manager e banchieri. In un certo senso si tratterebbe di iniziare
a sognare quel sogno al posto loro: e realizzarlo. E' una questione di fantasia, di tenacia e di rabbia. E' forse
il compito che ci spetta».
Con
questa sua risposta seducente e seduttiva, Baricco questa volta abbandona
Socrate e lo lascia solo a chiedersi: che cosa c'è di più forte del denaro e
della tecnica per poter contrastare la potenza del denaro e della
tecnica? Il sogno, la fantasia, la
tenacia, la rabbia? Ma ci crediamo
davvero che questi moti dell'animo possano contrastare la potenza del denaro e
della tecnica?
Se
Socrate vivesse direbbe: un tempo sì, ma oggi no. Perché un tempo il conflitto era tra due volontà: la volontà del
signore e la volontà del servo che, confliggendo, potevano decidere le sorti
della lotta a favore dell'uno o a favore dell'altro. Così è stato nell'Ottocento e nel primo Novecento. Oggi sia la volontà del signore sia la
volontà del servo sono entrambe sottoposte a quell'unica «non volontà» che è
l'automatismo dello sviluppo tecnico e della circolazione del denaro, che non
hanno altro scopo se non il proprio autopotenziamento, in vista di nessun
senso e nessuna finalità.
Dello
sviluppo della tecnica e della circolazione del denaro abbiamo tutti bisogno,
ma sono le finalità che sono del tutto sparite, e questo non perché l'umanità
s'è distratta, ma perché oggi nessun fine può essere realizzato se non
dispone di tecnica e di denaro. A
questo punto tecnica e denaro non sono più, come la gente pensa, «mezzi» in
vista di quei «fini» che sono la produzione dei beni e la soddisfazione dei
bisogni, ma sono essi stessi il primo «fine», per accaparrarsi il quale, si
vedrà se produrre beni e in che misura, e se soddisfare bisogni e in che
misura. Il «mezzo» (tecnica e denaro) è
diventato «fine», e quelli che un tempo erano i fini (l'uomo, per esempio i
suoi bisogni, i suoi desideri, sue aspirazioni) sono diventati semplici mezzi
per potenziare la tecnica e produrre denaro.
Questo significa essere entrati nell'età della tecnica. E ragionare con categorie da età pretecnologica come la «fantasia», la «tenacia», la «rabbia», significa fare appunto un «Sogno», da cui occorre svegliarsi al più presto, non perché da svegli si trova subito il rimedio, ma perché è molto improbabile che lo si trovi se si interpreta il mondo che si abita con categorie che, con quel mondo, non hanno più niente da spartire.