![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 MARZO 2002 |
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I pensatori sembravano limitarsi a raccontare, a tradurre e a
commentare ciò che leggevano
Oggi la situazione non è cambiata radicalmente, ma ci sono i
segnali della novità
Etica, mente e biologia sono diventati i motori di un dibattito
che prima non era immaginabile
Il filosofo
britannico Alfred North Whitehead - autore, insieme a Bertrand Russell, di
quei Principia Matematica da cui è scaturita gran parte della logica del
ventesimo secolo - una volta scrisse che l'intera tradizione filosofica europea
potrebbe essere letta come una lunga serie di note in calce alle opere di
Platone. Tra i filosofi europei vi è poi chi ha affermato che tutta l'opera
di Platone potrebbe leggersi come una serie di note in calce ad Anassimandro.
Quindi, per l'irresistibile transitività delle note alle note, tutta la
filosofia europea si ridurrebbe a un commentario di un solo autore
presocratico, dei cui scritti peraltro ci è rimasta una sola frase intera. E
poiché l'autore in questione era diretto discepolo di quel Talete di Mileto
che molti considerano il primo vero filosofo dell'antichità, e dei cui scritti
non ci resta nemmeno una frase, se ne potrebbe concludere che l'intera storia
della filosofia europea non è altro che un paradossale sforzo esegetico, un
esercizio di ermeneutica impossibile in cui le menti migliori si sarebbero
cimentate nell'interpretazione di testi perduti o addirittura inesistenti.
Naturalmente le cose non stanno proprio così. Non stanno affatto così. Però è
vero che spesso i filosofi confondono il proprio lavoro con quello
dell'esegeta, limitandosi a interpretare e commentare il lavoro degli altri
piuttosto che dedicarsi in prima persona alla ricerca filosofica. E se ciò non
rende giustizia alla lunga e veneranda tradizione filosofica europea snobbata
da Whitehead, è difficile negare che questa confusione tra filosofia e esegesi
abbia caratterizzato una buona parte dell'attività filosofica del continente
dopo Whitehead. Soprattutto in Italia, e soprattutto nel dopoguerra, la
filosofia si è consumata quasi interamente nei silenzi delle biblioteche e alla
luce delle abat-jour. Nel paese europeo in cui si legge meno, la filosofia si è
lentamente trasformata in un'arte della lettura. Si è anche scritto tanto,
beninteso. Ma soprattutto per raccontare quello che si leggeva. O per
commentare quello che si leggeva. O per metterlo in relazione con qualcos'altro
che si era letto. O semplicemente per non dimenticarlo. La produzione
filosofica italiana del dopoguerra è una storia infinita e intricata di
traduzioni, edizioni, riedizioni, prefazioni, postfazioni, postille, note a piè
pagina, note in margine, note in calce: i contributi filosofici veri e propri
si contano sulle dita delle mani e non c'è da sorprendersi se in giro per il
mondo si pensa che tutto sia finito con Croce e Gentile.
Gli studenti
in prima linea
Non si può
dire che oggi la situazione sia radicalmente mutata. Però forse negli ultimi
tempi un cambiamento di rotta c'è stato ed è bene registrarlo. Si continua a
leggere tanto. Ma si comincia anche a discutere. E mentre la passione per
l'esegesi continua (in certi casi con risultati di tutto rispetto, beninteso),
comincia a farsi strada anche la buona usanza della discussione in prima
persona di temi e argomenti autenticamente filosofici. È un cambiamento che si
avverte - prima ancora che tra le file degli intellettuali di professione - tra
gli studenti di filosofia, i quali dopo aver letto e scritto per anni che la
filosofia non è una dottrina ma un'attività sembrano aver scoperto
effettivamente il piacere di questa attività: non l'attività predicata ma
quella praticata. Per avere il polso di questo stato di cose è sufficiente
consultare l'indice dello SWIF (http://lgxserver.uniba.it/), il "Sito Web
Italiano di Filosofia" attivato qualche anno fa da un gruppo di giovani
intraprendenti e divenuto ben presto il principale punto di riferimento per i
filosofi di tutta la penisola. Quali siano le ragioni (e la portata) di questo
cambiamento di rotta non è chiaro. Forse in parte è un fenomeno che premia lo
sforzo di qualche buon professore. Forse c'è del merito nell'istituzione del
dottorato, che anche in Italia comincia ad avere qualche effetto
(indipendentemente dai mille problemi che affliggono quest'istituzione): i
dottorandi viaggiano, vedono, imparano, vogliono fare, e si danno da fare.
Forse il merito è anche parzialmente esterno all'accademia. È difficile, per
esempio, non riconoscere un ruolo importante alle pagine e ai supplementi
culturali di certe testate giornalistiche, come La Stampa, La Repubblica, Il
Manifesto o Il Sole 24 Ore, che in questi anni hanno promosso un dibattito senza
precedenti sui temi filosofici che dominano la scena internazionale. Fatto sta
che oggi in Italia la filosofia sembra finalmente uscire dall'ambito esclusivo
delle biblioteche per tornare al centro di un dibattito intellettuale intenso,
originale, e soprattutto praticato in prima persona. Qualche settimana fa, per
esempio, le pagine de Il Sole riportavano la notizia dei cospicui finanziamenti
assegnati al filosofo inglese Barry Smith, docente dell'università americana
di Buffalo (NY), per realizzare un "centro di ontologia applicata"
presso l'università tedesca di Lipsia. Potrebbe sembrare la solita nota in
margine a quanto succede altrove. In realtà l'articolo recava la firma di
Maurizio Ferraris, filosofo italiano a sua volta impegnato nella costituzione
di un ambizioso centro interateneo di ontologia teorica e applicata presso
l'università di Torino. E al di là dell'aspetto di cronaca (il premio di Smith
ammonta a due milioni di dollari, una cifra da capogiro in confronto agli
spiccioli che il Belpaese dedica alla ricerca scientifica, per non parlare
della ricerca filosofica), il confronto tra il progetto di Ferraris e quello di
Smith è un confronto tra pari: un confronto costruttivo, in cui si guarda a un
settore ben preciso della filosofia (l'ontologia, in questo caso) con gli occhi
di chi sa intravedere nuovi e promettenti percorsi di ricerca. Altro esempio.
Nel mese di dicembre si è tenuto a Venezia un convegno sui fondamenti biologici
dell'etica. Per quanto mi è dato di sapere, si è trattato del primo convegno
italiano di filosofia della biologia, uno dei settori in cui il dibattito
filosofico internazionale si sta facendo sempre più vivace e promettente. La
biologia ha prodotto e continua a produrre risultati che hanno un impatto
enorme sulle nostre credenze, sulla nostra concezione della vita, sulle nostre
convinzioni in materia etica e sulle nostre intuizioni in campo metafisico.
(Che cos'è una persona? Si può ridurre una persona a un pacchetto di
informazioni genetiche? Quali sono le condizioni che definiscono la mia
esistenza?) E sebbene con un leggero ritardo rispetto all'orologio
internazionale, è un fatto incoraggiante che anche da noi il dibattito su
questi temi possa oggi considerarsi aperto. Naturalmente non è sufficiente
individuare i temi: c'è sempre il rischio di ritrovarsi a parlare
esclusivamente di quello che fanno gli altri, interpretando, annotando,
confrontando le teorie e gli argomenti messi a punto da protagonisti
appartenenti a un altro mondo. Ma l'effervescenza che ha accompagnato il
convegno veneziano e il vastissimo interesse che la filosofia della biologia
sta riscuotendo tra gli studenti e i giovani ricercatori di tutta la penisola
fanno sperare altrimenti. Del resto la biologia ha una tradizione di assoluto
rispetto in Italia, non solo sul piano scientifico ma anche su quello della
riflessione teorica e sociologica: si pensi al vivace dibattito suscitato dal
"progetto genoma", con interventi che spaziano dal premio Nobel per
la medicina Renato Dulbecco (La mappa della vita) al genetista Edoardo
Boncinelli (Genoma: il grande libro dell'uomo). C'è da pensare che l'incontro
con la filosofia possa davvero risultare proficuo. Un terzo campo nel quale il
dibattito filosofico internazionale è attualmente tra i più appassionanti è
costituito dalla filosofia della mente, e più in generale dalla componente
filosofica delle scienze cognitive. E anche in questo caso - anzi, forse in
questo caso più che in ogni altro - lo scenario italiano pulsa di iniziative e
progetti. Che cos'è la coscienza? Che relazione sussiste fra eventi o stati
mentali, come le ragioni o i desideri, e le azioni o gli eventi fisici che
sembrano conseguirne? È possibile render conto della dimensione normativa del
linguaggio (ovvero del fondamento della distinzione tra uso corretto e uso
errato di una parola o di un concetto) attraverso una descrizione
"naturalistica" del comportamento linguistico, delle strutture
cognitive che ne stanno alla base, o delle strutture e dei processi cerebrali
che stanno alla base di quelle strutture cognitive? Su temi come questi i
convegni e le pubblicazioni in territorio italiano si stanno moltiplicando a
vista d'occhio, e non solo per commentare le teorie e gli argomenti forniti dai
grossi nomi della filosofia internazionale. Leggendo La competenza lessicale di
Diego Marconi, per esempio, ci si trova dinnanzi a un progetto filosofico
senza precedenti incentrato proprio sul problema del significato delle parole.
Le moderne teorie semantiche si sono per la maggior parte concentrate sugli
aspetti strutturali del significato (per esempio sul modo in cui il significato
di "Silvestro corre" dipende o è composto dal significato di
"Silvestro" e di "corre") e su alcuni suoi aspetti
referenziali (per esempio del modo in cui un nome come "Silvestro" si
riferisce a Silvestro e non a Pluto). Ma quale sia la differenza tra un
soggetto di cui si può dire che capisce il significato di una parola comune (il
verbo "corre") e un soggetto di cui non lo si può dire è un quesito
che era rimasto sullo sfondo. L´importanza del gatto
Il libro di Marconi può a buon titolo considerarsi uno dei contributi più significativi al dibattito che in tempi recenti si è aperto a questo proposito. "Essere capaci di usare una parola è, da un lato, avere accesso a una rete di connessioni tra quella parola e altre parole o connessioni linguistiche: è sapere che i gatti sono animali, che per arrivare da qualche parte ci si deve muovere... e così via. Dall'altro lato, essere capaci di usare una parola è saper mettere in corrispondenza le unità lessicali col mondo reale, cioè essere capaci di denominazione (la selezione della parola giusta in risposta a un dato oggetto o circostanza) e di applicazione (la selezione dell'oggetto o della circostanza giusta in risposta a una data parola)". Si potrebbero citare molti altri casi. E si potrebbero citare casi che vanno al di là dell'ontologia, della filosofia della biologia, o delle scienze cognitive (tutti settori che peraltro non hanno ancora ottenuto diritto di cittadinanza nei raggruppamenti disciplinari ufficialmente riconosciuti dall'accademia italiana). Nel mondo filosofico del nostro paese si respira un'aria nuova un po' dovunque, dall´etica (consiglio: Il dilemma morale e i limiti della teoria etica di Carla Bagnoli) alla filosofia della scienza (consiglio: Il software dell´universo di Mauro Dorato) alla metafilosofia (Analitici e continentali di Franca d´Agostini). Né mancano i contributi di giovani ricercatori, come l'Afferrare pensieri di Massimiliano Vignolo (che cosa differenzia eventi come la fioritura di un albero o lo straripamento di un fiume dal fatto che afferro un bicchiere pieno di acqua e ne bevo il contenuto quando sono assetato?) o Intorno ai numeri di Mario Piazza (che cosa rende affidabili le nostre credenze aritmetiche se i numeri sono completamente sconnessi dallo spazio e dal tempo in cui sono immerse le nostre esistenze?). Che vi siano o meno dei "grossi nomi" poco importa. Poco importa se l'aria nuova che si respira tra i filosofi italiani non riesce ancora a sfondare le barriere che li separa dal resto del mondo. Si tratta comunque di aria fresca, ben diversa da quella che si respirava nel chiuso delle biblioteche. Fino a poco tempo fa, quando si faceva la conoscenza di un filosofo la domanda d'obbligo era: Di chi ti occupi? (Platone? Cartesio? Giacomo Zabarella?) Perlomeno, questo è quanto succedeva in Italia. La grossa novità è che oggi la domanda è cambiata. Non più "Di chi ti occupi?" bensì "Di che ti occupi?". Cambia solo una vocale. Ma può fare una differenza immensa.