RASSEGNA STAMPA

17 MARZO 2002
MAURIZIO FERRARIS
Husserl, psicologia senza esperimento

Un convegno e due libri sottolineano l'attualità del padre della fenomenologia

Dopo essere stata una matematica senza teoremi, la fenomenolo­gia di Husserl è stata anche una psicologia senza esperi­menti.  La prima epoca è quel­la che si esemplifica con la Filosofia dell'aritmetica, ap­parsa nel 1891 (e recentemen­te tradotta da Bompiani, a cu­ra di Giovanni Leghissa), in cui Husserl cerca di rendere conto della genesi psicologica del concetto di numero, an­dando incontro a una memora­bile critica di Frege: non si spiega il significato del nume­ro attraverso il ricorso a fun­zioni psicologiche, non più di quanto non si spieghi il significato del Mare del Nord attra­verso indagini genetiche.  At­traverso le Ricerche logiche (1900-1901), frutto della sua attività di libero docente a Halle, si viene alle Idee, dove, in una specie di inversione di rotta, si tenta di delineare del­le strutture pure indipendenti da qualunque genesi, cioè da qualunque esperimento.

La scelta è fatta, tutta a vantaggio dell'apriori concettuale, e a detrimento dell'apriori ma­teriale.  Nello stesso giro d'an­ni in cui compone Ideen (il cui primo volume uscirà nel 1913, mentre gli altri due appariranno postumi nel 1952, ed esco­no adesso, dopo la storica ver­sione di Giulio Alliney ed En­rico Filippini, in una nuova accurata edizione di Vincen­zo Costa, e con una ampia e illuminante introduzione di Elio Franzini), Husserl enun­cia un assioma che può appari­re sorprendente: le tesi della fenomenologia rimarrebbero vere anche se tutti gli esperi­menti le avessero smentite, o se non fosse mai stato fatto anche un solo esperimento.

C'è chi è tentato di ricon­durre a una circostanza bio­grafica questo genere di atteg­giamento.  Quando, nel 1901, Husserl fu chiamato a Gottin­ga, si trovò in conflitto con il locale professore di psicologia, che non voleva imprestar­gli il laboratorio; sicché gli esperimenti, anche volendo, non li avrebbe potuti fare, e l'epoché, la sospensione di ogni riferimento naturalistico a un mondo, apparirebbe così come una necessità piuttosto che come una scelta.  In que­sto senso, gli anni di Gottinga, in cui trovano origine le Ideen, sono anni di astinenza da laboratorio, un caso unico nella scuola di Brentano.  Ma forse il punto è diverso.

Non è che Husserl sia un allievo mancato di Brentano, un allievo disgraziato senza laboratorio, tanto più che an­che Brentano gli esperimenti si era limitato a pensarli più che a farli.  La questione è che Husserl eredita da Brentano quello che Gustav Bergmann, in Realismo.  Una critica di Brentano e Meinong (1967) aveva chiamato il problema del "mondo troncato".  Da una parte, il mondo ci si presenta pienamente reale; dall'altra, tuttavia, sembra che noi dob­biamo limitarci a coltivare una "fede cieca" circa l'esi­stenza degli oggetti del mon­do esterno, che trascendono la sfera della nostra coscien­za. Tutto è reale, dunque.  Pe­rò tutto è psichico, e va a sapere se le cose lì fuori esi­stono davvero.  Dopo Cartesio, è difficile cercare di recuperare una ingenuità aristoteli­ca, la via per l'apriori materia - per un mondo esterno stabile e indubitabile - sem­bra preclusa, e tanto vale defi­nirlo come un aposteriori in tutto e per tutto empirico e almeno potenzialmente mute­vole, che va eliminato come un pregiudizio naturalistico tipico delle scienze positive, ma irricevibile in una filoso­fia rigorosa.

Questa soluzione lasciò molti insoddisfatti.  Heidegger, per esempio, continuò a tenere le sue esercitazioni ap­poggiandosi alle Ricerche lo­giche, e poi ruppe (o pensò di rompere) con il trascendentali­smo appellandosi alla impossi­bilità di ridurre il carattere em­pirico del soggetto di espe­rienza, cioè alla impossibili­tà di attuare una epoché.  Per parte sua, Husserl bollò que­sta trasformazione come una caduta nell'antropologismo, tranne poi (continua la storia), ricredersi, rinunciare al progetto di una filosofia co­me scienza rigorosa, e bagnar­si anche lui nel fiume dell'ale­atorio, nel pittoresco mondo della vita che sta dietro alla scienza e a tutti i nostri trascendentali: e andandosene così, scontento di tutto e con un sacco di problemi irrisolti.

Ora, facciamoci caso: che cosa imbarazza nell'antropo­logia?  Il fatto che taluni man­gino granchi e altri ragni, cioè la variabilità e relatività.  Ma questa relatività, così co­me l'idea che l'esistenza del mondo esterno ci sia data so­lo per fede, è di fatto enorme­mente  esagerata (diciamo: tanto quanto l'ipotesi che il mondo incontrato sia lo scher­zo di un Demone che ci vuol male), col risultato che "antro­pologia", "psicologia" e "ano­mia" diventano quasi sinoni­mi, dando luogo all'alternati­va secca fra un trascendentali­smo che ottiene la certezza e annulla il mondo, e un relati­vismo che salva il mondo ma perde ogni certezza, buttando a mare il mondo osservato da­gli uomini, la sua certezza e la sua stabilità, come se dipen­desse solo da loro e dai loro grilli per la testa, quasi che fosse soltanto la favola rac­contata da un pazzo.

Il senso filosofico della fe­nomenologia sperimentale ve­nuta dopo Husserl, certamen­te suo malgrado, e tra gli psicologi piuttosto che tra i filo­sofi, sta proprio qui, nel rico­noscimento di un mondo di eventi sotto osservazione, che possono essere colti e descrit­ti nella loro regolarità, e che, proprio per la loro regolarità, si sottraggono anche al dub­bio iperbolico che equipara la vita a un sogno.
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