RASSEGNA STAMPA

16 MARZO 2002
FRANCA D'AGOSTINI
Berlin butta la filosofia nel cestino dei rifiuti

C'è stato un solo evento filosoficamente rilevante, nella vita di Isaiah Berlin, il brillante saggista ebreo-russo-inglese piuttosto noto in Italia per i suoi studi su Vico, Hamann e Herder, l'anti-illuminismo - e questo evento fu l'abbandono della filosofia. Molti pensatori della stessa generazione (e anche più giovani) hanno compiuto un simile percorso; ma il modo in cui Berlin maturò la sua decisione dice molto su certe dissonanze ancora attive nel presente filosofico, e su certe radicate incomprensioni che ancora dominano i rapporti tra la filosofia e altre aree della cultura. I saggi raccolti a cura di Henry Hardy in un volume del 1978, Concepts and Categories, con introduzione di Bernard Williams, ora presentato in italiano con il titolo del primo saggio, Il fine della filosofia, gettano una luce persin troppo cruda sull'intera questione. Infatti è davvero sorprendente il fatto che in questi saggi, scritti in più di vent'anni, tra 1938 e il 1964, compaia con frequenza quasi ossessiva una ed una sola immagine: l'immagine di due ceste in cui devono essere collocate "le domande che l'umanità si pone". Si tratta della cesta contenente gli interrogativi empirici, ovvero le domande "le cui risposte dipendono in ultima analisi dai dati dell'osservazione", e di quella contenente gli interrogativi formali, ossia "le domande le cui risposte dipendono dal calcolo puro, libero dagli impacci di conoscenze fattuali". Nel momento in cui siamo in grado di deporre una domanda nella cesta ad essa pertinente, ci spiega Berlin, siamo a posto, perché conosciamo non tanto la risposta ma il metodo per cercarla, e dunque la domanda entra nelle competenze della scienza che la riguarda, sia essa empirica o formale. Ora Berlin ha in mano tutto quel che gli è necessario per arrivare a conclusioni non incoraggianti per la sua carriera di filosofo. Le difficoltà della filosofia - dice - risiedono nel fatto che le domande filosofiche non possono entrare né nell'una né nell'altra cesta, e anzi, la loro unica caratteristica comune consiste nel non appartenere di principio e in principio a queste due grandi aree di ricerca. Così non c'è metodo, né progresso, né sapere positivo in filosofia: il nobile lavoro del filosofo consiste nello svolgere all'infinito il gomitolo dell'argomentazione e dell'esplicitazione, comprendendo e chiarificando le strutture del pensiero e dell'esperienza. Sono evidenti allora le ragioni per cui Berlin trentenne, giustamente annoiato, decide di abbandonare la filosofia e passare alla storia delle idee: egli scopre che non è davvero sensato dedicare la propria vita a uno studio che non offre nessuna crescita nella conoscenza, e dopo il quale si finisce per arrivare alla fine della propria vita senza sapere nulla di più di quanto non si sapesse all'inizio. Che il compito della filosofia sia "portare alla luce le categorie e i modelli nascosti in base ai quali gli esseri umani pensano", e se mai "rivelare ciò che in essi vi è di oscuro o contraddittorio" è una buona idea, che molti condividono (in primis Bernard Williams, che nell'introduzione punta quasi esclusivamente su questo tema). Ma risulta oscuro il perché Berlin ritenga che un simile lavoro di chiarimento sistematico dell'implicito non possa disporre di una storia progressiva, di un percorso di acquisizioni e scoperte. Chi si pone le domande filosofiche - ci dice l'autore - si rende conto di "non sapere dove cercare le risposte", non esistono "enciclopedie, dizionari, epitomi, esperti" che ci dicano come e dove cercare. Eppure, tutti sanno che questo non è vero: esistono dizionari di filosofia, ed esistono intere tradizioni di elaborazione dei problemi filosofici. Esiste un linguaggio, ed esiste una tradizione storico-concettuale a cui attingere per trovare indicazioni risolutive. È chiaro che c'è un problema di fondo, e direi che si tratta anzitutto delle due ceste in cui Berlin insiste a stipare il conoscibile. Chi ha detto che la ripartizione valga in assoluto, e chi ci assicura che le ceste siano solo due? Molti, negli stessi anni in cui Berlin scriveva questi saggi e ancora prima, suggerivano che dovrebbe essere predisposta almeno una terza cesta, quella delle scienze dello spirito. Ma soprattutto: non è affatto chiaro se davvero le questioni empiriche siano solo empiriche, e quelle formali siano di fatto solo formali. Il campo delle forme come il campo dell'empiria, se e in quanto sono oggetto di scienza, hanno evidentemente una natura storico-linguistica, cioè insieme fattuale e formale. Insomma: c'è il fondato dubbio che la scienza positiva non sia tanto positiva, e che il progresso della scienza sia qualcosa in cui i linguaggi, e la loro elaborazione filosofica, intervengano significativamente. L'immagine della filosofia come entretien infini senza progresso e senza scoperte è dunque molto discutibile, e nella versione di Berlin fa sicuramente riferimento a una visione dei saperi semplicistica e osbsoleta, che gli stessi neopositivisti misero presto in discussione. Eppure ancora oggi molti sono prigionieri di pregiudizi molto simili, e condividono lo scoraggiamento che portò l'elegante saggista alla storia delle idee; ma almeno Berlin aveva una scusante: quella di essere nato nel 1909, e di aver subito negli anni formativi l'influsso di un teorizzare a volte sbrigativo e riduttivo, alla Ayer, alla Moore.
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