RASSEGNA STAMPA

15 MARZO 2002
GIOVANNI REALE
La sofferenza e l'ermeneutica

Sulla figura di Gadamer ci sareb­be molto da dire.  Ma, nel momento della sua morte, io mi soffermerò soprattutto su un episo­dio che non è molto noto e che invece è fondamentale per capire la sua statura morale.

In occasione della prima intervi­sta che gli ho fatto (pubblicata nel Sole-24 Ore del 6 ottobre 1996), gli ho posto, fra le altre, la domanda su come erano nate le bellissime pagi­ne dedicate alla sofferenza, incentra­te sul richiamo al verso di Eschi­lo in cui si dice che all'uomo è toccata la dura sorte di «imparare attraverso il dolore».  Sono, infatti, pagine di uno straordinario spesso­re morale, che, più che in un'opera di ermeneutica, ci si aspetterebbe di leggere in un'opera di etica, e per questo la cosa mi incuriosiva in maniera particolare.

La sua risposta è stata molto bel­la, ma spostata da un piano persona­le a uno generale: «La sua domanda - mi disse -, è attualissima. E' molto vero, occorre ritrovare il sen­so del dolore e della sofferenza, nell'educazione di oggi. Manca la resistenza. E' una tentazione e una minaccia di prim'ordine. Nei giova­ni questa mancanza porta a cercare rifugio nella droga.  Anche questo

deriva da una mancanza di resisten­za, necessaria per sviluppare la pro­pria personale autodisciplina».

Ma a pranzo (ero seduto alla sua sinistra) si rivolse verso di me e mi diede una risposta precisa a quella domanda che gli avevo fatto, che mi ha lasciato a lungo senza parola. «Quando ero sui vent'anni - mi disse - fui colpito dalla poliomieli­te e rimasi a lungo completamente paralizzato, con tutte le conseguen­ze che lei può bene immaginare».

La cosa mi sorprese e mi turbò al punto che fui improvvisamente colto anche dal dubbio di non aver ben compreso quanto mi aveva detto.  Gadamer camminava, infatti, con un bastone; ma pensavo che questo fos­se dovuto all'età e al fatto che era alto e di grossa corporatura.  Per di più, camminava molto, e passeggia­va ogni giorno a lungo.

Dopo il pranzo, mi sono perciò rivolto ai suoi assistenti per avere conferme e informazioni precise e dettagliate.  E le risposte datemi so­no state altrettanto sorprendenti.  Ga­damer, non appena gli fu possibile, iniziò a tentare di fare piccoli passi, giorno per giorno sempre più numerosi; successivamente intensificò quei movimenti in quantità e in qua­lità, fino a giungere a misurarsi con rudimentali esercizi connessi con il gioco del tennis in modo sistemati­co, e incominciò a fare passeggiate sempre più lunghe, in maniera ben calcolata.  E con una forza di volon­tà straordinaria, è riuscito a ricostru­ire l'apparato motorio in maniera eccezionale.

Mi è stato detto che, alla fine, gli è rimasta solo una gamba un poco più piccola dell'altra, e proprio per questo camminava con il bastone.  E dal momento che è diventato famo­so solo in età matura, dopo che con la forza dello spirito aveva ricreato il suo fisico, e per di più si spostava da ogni parte e viaggiava spesso e molto volentieri, solo pochi ebbero conoscenza del fatto.

Questo evento e il modo in cui Gadamer l'ha vissuto e l'ha spiri­tualmente trasformato costituiscono il fulcro della sua grandezza di uo­mo. Conviene pertanto rileggere uno dei passi essenziali del suo ca­polavoro, Verità e Metodo, in cui spiega in che senso l'esperienza che include la sofferenza determina lo stesso essere dell'uomo.  Si tratta di un passo di cui gli chiedevo nella prima intervista ma che si compren­de bene solo dopo che si conosce quell'evento.

Ecco il testo: «Se si vuole un testo significativo per comprendere questo momento costitutivo

dell'esperienza che qui intendiamo evidenziare, esso andrà cercato senz'altro in Eschilo.  Egli ha trovato, o meglio riconosciuto nel suo senso metafisico, la formula che esprime l'intima storicità dell'espe­rienza: imparare attraverso la sof­ferenza (pathei-mathos).  Questa formula non significa soltanto che attraverso il male che si subisce si diventa accorti e che solo attraverso illusioni e delusioni si acquista una più accorta conoscenza delle cose.  Intesa così, la formula è vecchia come l'uomo.  Ma Eschilo vuole di­re di più.  Egli vuole esprimere le ragioni di questo fatto.  Ciò che l'uo­mo deve apprendere attraverso la sofferenza non è una nozione qua­lunque, è l'intendimento giudizioso dei limiti dell'uomo, la comprensio­ne dell'insopprimibilità della sua di­stanza dal divino. E', in definitiva, una conoscenza religiosa, la stessa da cui è derivata l'origine della tra­gedia greca».
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