RASSEGNA STAMPA

15 MARZO 2002
DONATELLA DI CESARE
LE DOMANDE DI UN SOCRATE DEL NOSTRO TEMPO

Con Hans Georg Gadamer scompa­re l'ultima grande figura della filosofia tedesca ed europea del Nove­cento.  Autore di Verità e metodo e fonda­tore dell'ermeneutica filosofica, Gadamer ha saputo dialogare con intere generazio­ni di filosofi: dai maestri Natorp, Hart­mann e Heidegger, fino ai compagni di cammino come Loewith, Krueger, Strauss per arrivare agli interlocutori e allievi più giovani, Habermas e Rorty, Derrida e Vattimo.  Il suo incontro fonda­mentale è quello con Martin Heidegger, il maestro che non rinnegherà mai, ma dal quale saprà prendere le distanze: dal pun­to di vista politico, quando Heidegger nel 1933 aderisce ufficialmente al nazismo con il famoso Discorso di rettorato (per quasi sei anni Gadamer interrompe i rapporti con lui) e dal punto di vista filosofi­co sviluppando, a partire dalla filosofia greca, una propria filosofia che ruota in­torno al concetto del «dialogo».

Libero docente a Marburgo negli anni Trenta vive il dramma dell'esilio di tutti i colleghi e amici ebrei - a cominciare da Karl Loewith. Lui non emigra, resta.  Pen­sa che la Germania non può né potrà identificarsi con Hitler. E’ una scelta.  Può essere discussa.  Ma quello che è certo è che Gadamer non aderisce mai al partito nazista, benché questo fosse necessario per l'insegnamento.  Perciò viene manda­to ad un campo di rieducazione sul mare del Nord. Solo dopo avrà finalmente una cattedra a Lipsia. E’ in quest'ultima città che vive gli anni bui della guerra conti­nuando a insegnare sotto i bombarda­menti.  Nei tram che ancora funzionano, per strada, tra gli studenti, non si stanca di ripetere a voce alta: et illud transít. Pas­serà Hitler, passerà il nazismo, resterà la Germania da ricostruire.  Quando l'arma­ta rossa giunge a Lipsia Gadamer viene eletto rettore dell'Università: è l'unico do­cente che non abbia mai avuto a che fare con il nazismo. Il suo discorso di rettora­to è l'auspicio che la Germania prima di ricostruirsi, per ricostruirsi, in una nuova Europa, faccia i conti con se stessa e con quell'evento unico e enorme che porta un nome incancellabile: Auschwitz.

Nel 1947 viene chiamato a Francoforte e di lì passa poi a Heidelberg prendendo il posto prestigioso di Jaspers. Heidelberg diventerà da allora la sua seconda patria.

Nel 1948 partecipa al primo congresso internazionale di Filosofia che si tiene nel dopoguerra a Mendoza, in Argentina. In­contra tra gli altri il suo più caro amico Loewith, emigrato in Italia, poi in Giappo­ne e infine negli Stati Uniti.  Sarà grazie a Gadamer che Loewith negli anni Cin­quanta verrà chiamato a insegnare a Hei­delberg. E l'amicizia tra i due non verrà mai meno

Dopo la pubblicazione di Verità e metodo, finiti gli anni di insegnamento, pur cono­scendo solo qualche parola di inglese, sbarca in America - e l'ermeneutica con lui. E un grande successo che verrà via via consolidandosi.  E lo sarà ancor più in Italia dove la grande tradizione umanisti­ca - come lui non si stancava di ripetere ­gli renderà il compito più agevole.  Impa­rerà, per quanto già tardi, l'italiano.  Può un «maestro del dialogo» parlare una lingua diversa da quella del suo interlocuto­re?

Il successo dell'ermeneutica filosofica è dovuto senz'altro anche al suo fondatore, capace di dialogare per ore e ore, pronto ad ascoltare - senza distinzioni - colleghi e studenti, filosofi e non filosofi, Perché dagli altri si può e si deve imparare, per­ché assumere il punto di vista dell'altro è sempre un arricchimento, perché infine l'altro può avere davvero ragione.  Così Gadamer, Socrate del nostro tempo, ha saputo tenere viva la tradizione della filo­sofia classica, senza renderla tuttavia asfit­tica. E’ certo anche grazie all'ermeneutica che la filosofia ha attraversato le frontiere del vecchio continente per aprirsi ad altre tradizioni di pensiero.  Né è un caso che Gadamer abbia sostenuto con forza - soprattutto negli ultimi anni - la necessità urgente di un dialogo interreligioso.  In tempi di disorientamento come questi, l'ermeneutica ha saputo prendere la paro­la anche su argomenti complessi e anche là dove buona parte della filosofia restava muta o si chiudeva nella soluzione di problemi di logica.  Sarà forse anche questo il motivo per cui l'ermeneutica filosofica è diventata un punto di riferimento al di fuori della filosofia e, a tutt'oggi, è diffici­le valutarne il raggio d'azione che va dal diritto alla teologia, dalla letteratura alla psichiatria.

Così, che lo si voglia o no, l'ermeneutica è diventata la koiné filosofica di chi non può riconoscersi nella filosofia analitica.  E nella discussione con la filosofia analiti­ca - a cui Gadamer ha preso parte fino alla fine - l'ermeneutica è andata semmai guadagnando un profilo sempre più niti­do. La convinzione che la contraddistin­gue è che filosofare non vuol dire dare risposte definite e definitive, risolvere pro­blemi, perché altrimenti la filosofia sareb­be scienza e perderebbe tutta la sua capaci­tà critica; filosofare vuol dire piuttosto porre domande. E’ questa, rispetto al carat­tere normativo della filosofia analitica, la forza antinormativa dell'ermeneutica.

Gadamer ha inteso sempre la filosofia co­me vocazione e passione, amore appassio­nato per la saggezza.  Anche in questi ulti­mi anni non ha mai perso la fiducia che la filosofia possa ritrovare, attraverso nuove vie, questo suo senso originario. E' rimasto lucido fino alla fine - ma consa­pevole della fine.  Perché l'ermeneutica, che è filosofia della finitudine, insegna ad accettare l'incompiutezza e il limite.  Ha però anche vissuto pienamente fino alla fine, perché amava e apprezzava la vita. E’ stato il filosofo che ha scritto «l'inconcepi­bilità della morte è il trionfo della vita».
inizio pagina
vedi anche
Tracce biografiche