![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 MARZO 2002 |
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James Tobin, l'economista morto lunedì all'età di 84 anni, ha attraversato gran parte del XX secolo. Era uno studente quando apparve la Teoria generale di John Maynard Keynes e lasciò sulla sua giovane mente una notevole impressione. Non si può affatto dire che sia stato un allievo acritico, tutt'altro, ma non ha mai rinnegato l'influenza keynesiana sul suo pensiero, anche quando l'astro dell'economista di Cambridge si è venuto progressivamente appannando e alle preoccupazioni della depressione degli anni Trenta sono seguite negli anni Sessanta e Settanta quelle dell'inflazione. Richiesto della sua affiliazione alla teoria keynesiana, rispose, nella seconda metà degli anni 90, che quella teoria «appare ancora valida», aggiungendo, però, che il suo giudizio era «viziato». Seguace critico di Keynes. Non si era mai convertito all'idea che la politica monetaria dovesse guardare soltanto alla stabilità dei prezzi.Era convinto che se la Fed fosse andata un pollice al di là di una qualche definizione del Nairu (non accelerating inflation rate unemployment) nulla di irreversibile sarebbe stato commesso e la Fed sarebbe stata sempre in grado di rivedere la sua politica. La sua etica monetaria, quindi, non conosceva le assolutezze che sono divenute così diffuse con la rivoluzione monetarista e con le aspettative razionali, che riteneva assolutamente giustificate nell'assicurare la coerenza dei modelli, ma non per prendere decisioni di politica economica. A questo riguardo, anzi, era convinto che alcuni aspetti della Riserva Federale non erano coerenti con la teoria politica democratica, come aveva spesso sottolineato in audizioni al Congresso. Secondo Tobin, non dovrebbe essere consentito di votare nel Federal Open Market Committee a persone che non sono state nominate quali pubblici funzionari e che non siano stati assoggettati alla procedura di conferma del Senato. Addirittura era favorevole a ritornare alla regola, che aveva avuto vigore fino al 1933, secondo la quale il Segretario al Tesoro sedeva nel Board della Fed e avrebbe voluto aggiungere il Presidente del Consiglio dei consulenti economici. «Non è come se la politica monetaria fosse apolitica. La politica monetaria è politica…. Clinton è il beneficiario dei successi di Greenspan, ma egli potrebbe essere stato la vittima dei fallimenti di Greenspan». Non aveva una grande opinione per il monetarismo, la teoria del ciclo economico reale e la stessa economia dell'offerta, eccetto che nella sua versione fondamentale di microeconomia ed economia della crescita. Tobin, tuttavia, non si limitò a mantenersi fedele all'impostazione keynesiana e a non lasciarsi affascinare dalle teorie economiche che l'hanno seguita negli ultimi trenta o quarant'anni del XX secolo.
Il rapporto q.
Egli ha contribuito concetti fondamentali come il rapporto q, anche se gli economisti svedesi come Wicksell l'avevano già individuato. Poiché non si hanno valutazioni attraverso i mercati dei beni capitali usati, che esistono soltanto per le abitazioni e per le automobili, è possibile derivare informazioni sul mercato dell'usato da quello implicito nei mercati dei titoli, sia azionari sia obbligazionari. Il rapporto q è dato dal costo di rimpiazzo che appare al denominatore, mentre le valutazioni dei mercati dei titoli appaiono al numeratore. Il compito della Fed dev'essere quello di influire sul costo reale del capitale, non sul tasso d'interesse nominale. Questa frontiera tra l'economia reale e quella finanziaria è il nesso tra risparmio e investimento, sicché il vero obiettivo dell'autorità monetaria diventa il costo del capitale. Il Nobel. Nel 1981 Tobin ricevette il premio Nobel per una scoperta determinante nel campo della teoria della gestione del portafoglio. Partendo dalla considerazione che nel mondo reale non esiste una sola attività finanziaria, la moneta, ma un intero spettro lungo il quale la sostituzione è piuttosto imperfetta, egli cercò di determinare la domanda di moneta e quella per le altre attività in un contesto generale e ponendosi nella condizione mentale di un macroeconomista, piuttosto che in quella di uno studioso di finanza. Attraverso la matematica della media e della varianza introdusse il concetto di un'attività senza rischio. Questa intuizione si rivelò particolarmente fruttuosa, poiché permise di scegliere lo stesso portafoglio di attività rischiose, indipendentemente dal grado di avversione al rischio del soggetto; per tener conto di quest'ultima, l'unica cosa necessaria era mutare la composizione tra l'attività senza rischio e quelle rischiose, senza imbarcarsi nella variazione delle proporzioni tra queste ultime. Purtroppo, sono concetti che non si prestano ad una immediata volgarizzazione, sicché quando dovette spiegare in parole povere perché avesse ottenuto il premio Nobel si limitò a sottolineare i vantaggi della diversificazione, vale a dire di «non porre tutte le uova in uno stesso paniere!». La Tobin Tax. Il nome di Tobin è stato spesso associato a quello dell'omonima Tax. Un'imposta sulle transazioni sui cambi proposta nel 1972 senza fare strada né nella comunità accademica, né in quella politica. Soltanto nel 1994 e al margine del Vertice di Halifax risvegliò un qualche interesse, come pure alla riunione dell'American Economic Association del 1996 per le preoccupazione destate dall'eccessiva volatilità dei cambi. Le preoccupazioni di Tobin furono all'inizio quelle di un macroeconomista preoccupato dell'instabilità. Tuttavia, quando Tobin ritornò sull'argomento nel 1996 sostenne che un'imposta universale sulle transazioni in cambi avrebbe potuto generare un grosso gettito da dedicare al finanziamento di attività internazionali. Le cifre che si fanno a questo riguardo sono da capogiro, ma dipendono fondamentalmente da varie condizioni: la precisa definizione dell'imposta, la possibilità che non porti il mercato dei cambi a sgonfiarsi, che non vi sia una forte competizione tra le giurisdizioni fiscali, che non vi sia una tendenza alla sostituzione delle attività per ottenere lo stesso obiettivo. In verità, Tobin merita di essere ricordato per molto di più che una proposta fiscale discutibile e comunque non in grado di risolvere i problemi dei paesi in via di sviluppo, per i quali più che la scarsità di risorse risulta critica la capacità di governo e quella delle istituzioni nel gestire il proprio destino.