RASSEGNA STAMPA

13 MARZO 2002
LUCIA BURELLO
"Stravagante? Ma quale genio non lo è?"

Lo scienziato friulano parla di numeri accostandoli a fede, arte, filosofia e poesia

Anche il Friuli-Venezia Giulia vanta il suo matematico: è Umberto Zannier, docente di Matematica alla facoltà di Architettura a Venezia e impegnato nella ricerca sulla teoria dei numeri. Diplomato alla Scuola normale di Pisa, dove ha avuto per insegnante Enrico Bombieri, Zannier frequenta spesso l'università di Princeton dove, proprio assieme a Bombieri, porta avanti gli studi sui numeri. E a Princeton, regno di John Nash, Zannier ha potuto conoscere personalmente quella "beautiful mind".

Ma prima di farci raccontare l'incontro, una domanda è d'obbligo: quali studi impegnano, esattamente, il matematico friulano all'università di Princeton?

"Entrare nello specifico della materia sarebbe troppo complesso - spiega Zannier - le mie trasferte a Princeton sono per incontrare soprattutto Bombieri, trasferitosi nella prestigiosa università americana dopo aver insegnato alla Normale di Pisa. Con Bombieri mantengo una fitta corrispondenza motivata da una collaborazione nello studio della teoria dei numeri e, quando è necessario mettere a punto alcuni risultati, lo raggiungo negli Stati Uniti".

- Si dice che in Francia lei goda di grande considerazione per i risultati delle sue ricerche...

"Mi sembra esagerato. Noi matematici ci mettiamo continuamente in contatto e a confronto e la stima reciproca è dato di fatto. Quello di cui godo in Francia è soltanto un fruttuoso rapporto con gli scienziati parigini, ma è così anche con quelli svizzeri e americani".

- Torniamo a Princeton. Ci racconti dell'università e dell'incontro con John Nash.

"Oltre all'Università, a Princeton si trova l'istituto di Studi avanzati di matematica, scienze naturali, sociologia e storia; è un centro di ricerca finanziato da una fondazione e dove insegnano pochi e selezionati professori. L'Istituto è stato fondato nel 1930 e uno dei suoi primi insegnanti è stato Einstein. Ogni anno qui s'incontrano i ricercatori di ogni disciplina. Per quanto riguarda la matematica siamo circa una cinquantina. John Nash, che prima frequentava spesso l'università, ora lo si vede quasi sempre all'Istituto, ma non so se abbia un incarico ufficiale".

- Come è avvenuto il primo incontro?

"Casualmente, in biblioteca. Era una domenica, giorno di chiusura al pubblico, e all'interno c'ero soltanto io. A un certo punto è entrato questo signore, molto riservato, che ha iniziato a sfogliare gli ultimi numeri delle riviste di matematica. Avevo la sensazione di conoscerlo, ma non sapevo si trattasse di Nash. L'ho saputo il giorno dopo alla mensa dell'istituto, quando il premio Nobel mi è stato presentato dal compianto Bernard Dwork".

- Cosa vi siete detti?

"Poche battute, davvero, e senza importanza. Credo si fosse parlato del tempo".

- Non ha avuto la tentazione di confrontarsi con lui a proposito dei suoi interessi scientifici?

"Sì, ma qualcosa mi ha trattenuto. Non so quanto Nash abbia ancora voglia di confronti, in realtà".

- Significa che è proprio come nel film? Schivo e solitario?

"Non proprio. Piuttosto mi ha dato l'impressione di non essere particolarmente motivato a scrivere e a partecipare attivamente al dibattito scientifico. Sicuramente continua a interessarsi alla sua materia, ma in modo del tutto privato, distante dai colleghi. Alla mensa arriva, mangia, e con gli ospiti scambia poche chiacchiere di circostanza. Non l'ho mai sentito intervenire nel dialogo scientifico, né esprimere opinioni".

- Nel film l'attore Russell Crowe interpreta un uomo dai comportamenti bizzarri, spesso deriso dagli studenti, è davvero così Nash?

"Direi di no. O forse non più. Mi sembra presente. Forse un po' stravagante, ma chi non lo è fra i matematici e gli scienziati, e fra tutti coloro che sono dotati di talento?".

- Parliamo di lei. Matematico friulano impegnato nella teoria dei numeri. In cosa consiste?

"È difficile dare una definizione comprensibile della teoria dei numeri. Diciamo che è nata dallo studio dei numeri interi, i più facili per definizione, ma in cui le problematiche e le tecniche che li coinvolgono sono molto sofisticate. Sembra un paradosso, ma in matematica accade che, tanto un dato è di base, o naturale e apparentemente avvicinabile, tanto più resiste alle tecniche adottate per conoscerlo e studiarlo. Anche per i numeri è così: sempre presenti nella vita di tutti i giorni, eppure così insondabili".

- Pensiamo sempre alla matematica come strumento di calcolo. Ma guardandola nella sua altezza, è inevitabile riconoscere in essa componenti poetiche e filosofiche...

"Sono d'accordo".

- Quali risposte, allora, si cercano attraverso numeri e algoritmi? E, ancora, in che misura, il sentimento umano rientra in quella che, a parer nostro, sembra una ricerca di armonia e di equilibrio?

"Se ne potrebbe parlare all'infinito, ma io non sono bravo con le parole. Nel matematico è forte la sensibilità che lo avvicina a un determinato problema in modo spontaneo. È una tensione difficile da descrivere, ma non così rara come si pensa: un certo tipo di enigmistica ben fatta, per esempio, richiama un vasto pubblico che risponde istintivamente; significa che in esso è in germe quel tipo di seduzione propria del matematico. Le componenti indispensabili sono l'intuito, la curiosità e la sensibilità per cogliere le forme astratte, non fisiche, che sono presenti in un dato problema. Le risposte che si cercano potrebbero anche non arrivare mai. In questo secolo, per esempio, si inizia a capire che certe questioni matematiche non hanno risposta e il problema è già di tipo filosofico, qualcosa di intrinseco al problema stesso".

- Potrebbe essere il ragionamento umano, terreno? E se così fosse, come accade nella filosofia e nell'arte, la matematica si pone il problema dell'esistenza di Dio?

"Sì. Considerando la domanda in senso lato, direi di sì. Il limite umano ha un ruolo fondamentale perché è comunque l'uomo che formula i problemi. E quando lo fa, per esempio, è nella volontà di risolverli in un tempo finito. Già il concetto di tempo finito, però, è concetto del tutto suo, umano. Non è detto che sia il tempo di Dio, per esempio".

- O di un extraterrestre di passaggio...

"Anche, sebbene la matematica abbia un grado di universalità molto alto. Credo che, incontrando un extraterrestre in tutto diverso da noi, l'unico punto d'incontro possibile sarebbero certi dati matematici. Ma, ripeto, la matematica ha dei limiti sui quali si può ragionare soltanto in termini filosofici".

- Arrivare a risposte esistenziali attraverso la logica e la tecnica. Attraverso i numeri. C'è da credere che il matematico sia il più spregiudicato dei filosofi...

"Direi che è una bella idea".

- E i sentimenti, tanto importanti nella poesia, nella letteratura e nella filosofia... Il matematico fa i conti con i sentimenti?

"Assolutamente sì. E condivido l'idea del sentimento quale costante. L'emotività nella scelta dei problemi gioca un ruolo fondamentale. Del resto si capisce subito quando una ricerca, per quanto sofisticata e tecnicamente d'alto livello, è priva di sentimento. Essa, infatti, non è altro che un laborioso atto riproduttivo, automatico, ma non produttivo, e cioè creativo, in cui l'ordinamento originale degli elementi dati segue una sorta di illuminazione. L'originalità, infatti, è la prima motivazione della ricerca".

- Ed è la sola seduzione?

"No. Per quanto mi riguarda, quello che mi seduce è anche la possibilità d'essere sicuri di qualcosa che, in realtà, comprende un'infinità di casi dei quali la matematica consente la dimostrazione. E se non si arriva alla dimostrazione empirica, c'è la possibilità d'immaginare, comunque, che qualcosa potrebbe comportarsi in un certo modo. E se, dopo aver immaginato, si arriva anche alla dimostrazione, la soddisfazione è indescrivibile. È come avere la possibilità di prevedere il futuro. Come la veggenza dell'artista".
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