![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 MARZO 2002 |
|
Da quasi
trent'anni rivendico un posto pieno e totale per la psicoanalisi nella comunità
scientifica. Un posto scientifico, accanto alle scienze fisiche, tra le scienze
umane o scienze della comunicazione ovvero (la formulazione è di Lacan)
scienze dell'intersoggettività. Qui l'opposizione tra scienze "dure"
e scienze "morbide" andrebbe esaminata nella sua pertinenza, perché
si presta a un malinteso. Gli strumenti non sono certo matematici, sono più
flessibili, ma il rigore concettuale non necessariamente è minore.
L'affermazione di verità o di falsità non è suscettibile di vaghezza. Per trarre
un esempio da un'altra scienza umana, una teoria linguistica come quella della
"doppia articolazione" è suscettibile di confutazione o di
falsificazione. Prima di evocare questo criterio di confutabilità per la
psicoanalisi, enuncio ciò che per me è l'essenziale di questa esposizione: la
distinzione di livelli nella teoria psicoanalitica, e più precisamente di due
livelli. Da una parte, la teoria metapsicologica presa nel senso più lato;
dall'altra, le ideologie "psicoanalitiche" (il che presuppone evidentemente
una teoria metapsicologica che spieghi la funzione del secondo livello).
Per definire
la psicoanalisi, tengo a ripartire incessantemente dalla definizione di
Freud, che metteva in primo piano il metodo, e soltanto in secondo e terzo
piano la teoria e la terapia. Il metodo viene dunque per primo, ma a condizione
di considerarlo qualcosa di diverso da una raccolta di ricette. Esso è
direttamente legato a un campo specifico di fenomeni, a un campo dell'essere.
Cito Freud: "Psicoanalisi è in primo luogo il nome di un procedimento per
l'indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile
accedere". Questo legame tra l'osservato e la procedura per metterlo in
evidenza implica senza dubbio una certa circolarità; ma questa non è unica
nella scienza, e non invalida la scientificità dell'insieme costituito
dall'oggetto più il metodo: si veda l'esempio della fisica delle particelle.
Ciò che
costituisce la scientificità è il fatto che la procedura non è unica, non è
limitata alla particolarità di un caso, ma è riproducibile. L'accesso che dà
all'inconscio è certo indiretto, ma ciò non implica affatto che questo sia
inconoscibile... Ma questa inseparabilità tra il metodo e l'oggetto ha
senz'altro un ruolo nell'urgenza di un modello che renda conto della
specificità dell'uno in funzione della singolarità dell'altro. Ciò spiega
perché le considerazioni metapsicologiche arrivino molto rapidamente nel
freudismo, fin dalle prime esperienze psicoanalitiche: Studi sull'isteria,
Lettere a Fliess, Progetto di una psicologia. (...)
La
metapsicologia è astratta, come ogni teoria non è "indotta"
dall'esperienza: lo ha ha dimostrato Popper a proposito di tutte le teorie
scientifiche. una costruzione che mira a essere semplice, elegante, il più
rigorosa possibile nel modo in cui pretende di rendere conto dei fatti. Essa è
dunque sottoposta a critica, circa la sua semplicità, la sua eleganza, la sua
pertinenza; a confutazione, circa la sua coerenza interna; e infine a
falsificazione, cioè ad un'eventuale messa in contraddizione delle sue
conseguenze con i fatti. Più di una volta ho trattato l'idea che l'abbandono
della teoria della seduzione da parte di Freud, nel settembre 1897, rispondeva
parzialmente a questo schema. Vi si trovano, sicuramente, degli elementi
affettivi, e in particolare una esclamazione del genere: "Bisognerebbe
credere alla perversione del padre". Ma vi si trova anche qualcosa di
interessante circa l'idea stessa di falsificabilità. Freud, a un certo momento,
dice: questa teoria deve essere abbandonata non solo perché è falsa, ma perché,
su un punto, non potrebbe essere falsificata. Questo punto è "l'assenza di
un indice di realtà nell'inconscio", che impedirebbe per sempre ogni
decisione sulla realtà della seduzione. Malgrado questo fuoco incrociato di
argomenti, ho tentato di mostrare come questa confutazione avrebbe potuto
portare non a un abbandono, ma a un ampliamento delle ipotesi di base. Ma
questa è un'altra questione.
Vengo ora al
secondo livello della teoria. La psicoanalisi non si limita a costruire una
teoria, ma nel corso della sua indagine scopre nell'uomo delle teorie. Il
termine stesso di "teorie sessuali infantili", benché restrittivo,
spiega bene di cosa si tratti. Sono sistemi o frammenti di sistemi, scenari, miti
che vengono in aiuto al bambino nel suo lavoro di autoteorizzazione. Il bambino
è messo di fronte a degli enigmi, cerca di spiegarli a sé stesso per mezzo di
scenari che non sono soltanto "intellettuali" ma implicano tutto
l'essere. ... Proprio come un etnologo che scopra dei miti, la psicoanalisi li
esplicita e li ricostruisce, ne mostra le varianti, tenta di spiegarne la
genesi psichica (e se questo le è impossibile, rimanda a quel deus ex machina
che è la filogenesi), mostra come queste teorie possano succedersi,
concatenarsi nel tempo, "riprodursi" l'un l'altra (per esempio: la
teoria genitale riprende e ricompone degli elementi anali o orali). La
psicoanalisi mostra altresì la loro funzione psichica, a mio avviso essenziale,
e propone delle affermazioni più o meno verificabili circa la loro
universalità.
La funzione
principale di queste teorie o miti organizzatori è rispondere a degli enigmi
angoscianti mediante una messa in ordine, una comprensione. Una traduzione
parziale, in cui il mito svolge la funzione di codice di traduzione. Queste
"teorie" sono confutabili? Freud non lo afferma assolutamente. La
loro "verità" è dello stesso ordine di quella dei miti, delle
leggende, dei dogmi religiosi. evidentemente ad esse che mira più o meno confusamente
Popper quando accusa gli enunciati psicoanalitici di non essere falsificabili,
senza dubbio per una cattiva conoscenza della psicoanalisi e per ignoranza del
livello propriamente metapsicologico. In fin dei conti, in molte critiche,
frequentemente si riscontra una confusione tra le "teorie" come
strumenti di autointerpretazione inventati dall'essere umano, e le teorie della
psicoanalisi, che sicuramente devono spiegare, tra l'altro, la funzione di
queste "teorie" spontanee o ideologiche.
Ma bisogna
pur dire che Freud stesso non ha facilitato questa distinzione quando ha
accostato, negli stessi termini, i suoi Tre saggi sulla "teoria
sessuale" alle "teorie sessuali infantili", e soprattutto
garantendo con la sua autorità certe ideologie psicoanalitiche. Come la teoria
della castrazione, che arriverà ad essere trasformata in una dimensione
metafisica, presa come sinonimo un po' affrettato di "finitudine", ma
che resta fondamentalmente ideologica, né più né meno rispettabile di tante
altre denunciate poc'anzi: libera impresa o American way of life.
Che posto
attribuire alle ideologie in psicoanalisi? Il riferimento all'ultima delle
nuove lezioni di Introduzione alla psicoanalisi di Freud sulla "visione
del mondo" è istruttiva per più ragioni. Qui Freud oppone la psicoanalisi,
che non ha una "visione del mondo" specifica diversa dalla scienza, e
per l'appunto le visioni del mondo - essenzialmente religiose, ma anche
metafisiche o politiche. Ne abbozza anche l'analisi, o meglio la funzione,
consistente nel "turare le lacune esistenti nella struttura
dell'universo" (secondo una formula di Heine) e nel soffocare
l'angoscia. Analisi insufficiente, e spesso polemica, nella quale più
dimensioni sono mal percepite. In poche parole: volendo sostituire l'ideologia
religiosa (o le ideologie in generale) con la scienza, è evidente il rischio di
trasformare quest'ultima in visione del mondo. Malgrado la sua dimensione di
incompletezza e di progresso indefinito, l'ideale scientifico ha rapidamente
compiuto il salto verso l'assoluto, sognando una padronanza totale.
L'affermazione dell'"uomo neuronale" non corrisponde forse a questo
salto francamente metafisico?
Ma soprattutto all'interno stesso di quello che si può denominare il corpus psicoanalitico, Freud non sembra percepire la difficoltà generata dalla coesistenza di questi due livelli: la teoria da una parte, e dall'altra le teorie spontanee che, pur essendo infantili, giocano tuttavia un ruolo essenziale nel funzionamento psichico. Non riuscendo a mantenere questa distinzione, non riuscendo a valutare la funzione metapsicologica delle autoteorizzazioni (o delle "illusioni") del soggetto, lo psicoanalista rischia lui stesso, più o meno completamente, di prendere queste teorizzazioni come delle verità. Egli rischia allora di essere tentato di trasmetterle nella cura e al di fuori di essa, come delle verità trascendenti. Uno dei compiti principali del pensiero e della ricerca psicoanalitica, ai nostri giorni, mi sembra sia quello di proseguire su queste due strade: da una parte, un nuovo fondamento e una rielaborazione della teoria e dei modelli metapsicologici, tali da rendere conto della nostra esperienza e della nostra pratica dell'inconscio; dall'altra, una nuova valutazione dei miti e delle ideologie che aiutano l'essere umano a ""placa[re