![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 MARZO 2002 |
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Calpers, il
più grande fondo pensione del mondo ha calcolato che non conviene scommettere
su Paesi con scarse libertà politiche: così è uscito da quattro mercati asiatici
- Un esempio che sembra destinato ad avere seguito
Siamo
pronti, a ripensarci se nelle nazioni cambiano»
«L'avidità
è un valore», sentenziava Michael Douglas nel film «Wall Street», ispirato
alle gesta dello speculatore Ivan Boesky e alla spregiudicata finanza
americana di metà anni 80. «L'etica è un valore», si sente replicare oggi,
quando agli occhi di molti dopo due recessioni, una bolla speculativa e un
attacco terroristico a Manhattan, dove pulsa il cuore della finanza mondiale -
i conti sulla distribuzione della ricchezza e del benessere non tornano più.
«Il valore non può prescindere dall'etica», ribattono al quartier generale di
Calpers, il più grande fondo pensione del mondo, nato in California nel 1931
per «assicurare un futuro» ai dipendenti pubblici dell'assolato Stato
americano e trasformatosi in una corazzata finanziaria che ha da investire la
bellezza di 151 miliardi di dollari.
La
clamorosa decisione presa recentemente da Calpers - escludere dalla propria
geografia d'investimento Malesia, Filippine, Indonesia e Thailandia, ree di
trascurare diritti umani e trasparenza - ha fatto cadere le quattro valute
nazionali, ha depresso le rispettive Borse e ha sollevato un profluvio di
applausi, dubbi e critiche. «Diritti umani?», dice Michael Flaherman, membro
del consiglio di amministrazione di Calpers e capo del Comitato investimenti.
«Non abbiamo cambiato strategia sui mercati emergenti per punire la condotta
di quei singoli Paesi in tema di diritti umani. Il nostro punto di vista è molto diverso: da alcuni studi da noi
fatti o commissionati, è apparso chiaro che investire nei Paesi con un basso
grado di libertà politica, di rispetto per i diritti dei lavoratori e di
stabilità in generale, può essere molto rischioso o troppo poco
conveniente. Quantomeno nel lungo termine». Che poi ci possano essere positive ricadute
politiche in seguito a una strategia d'investimento, tanto meglio.
I sostenitori della finanza
etica - o della finanza sostenibile, come preferiscono dire in America - hanno
inneggiato alla scelta di Calpers. La
mossa dei pensionati californiani ha avuto ripercussioni politiche a migliaia
di chilometri di distanza: in Malesia, governo e opposizione si sono
letteralmente accapigliati. Ma i detrattori
non mancano: finora la finanza etica - osserva qualcuno - si occupava di premiare
o punire il comportamento morale di singole società quotate in Borsa, non di
sanzionare interi Paesi, che in questo modo potrebbero perdere i mezzi finanziari
per migliorare il tenore di vita e quindi anche gli standard sociali e politici. Non sarà che Calpers ha preso questa
decisione - si chiede qualcun altro - solo perché nel 2001 il ritorno sugli
investimenti asiatici è stato disastroso?
Per non parlare della scelta dei tempi: negli ultimi anni Malesia, Thailandia
e Filippine hanno rimosso le barriere commerciali e hanno fatto passi avanti
nelle riforme economiche, mentre l'Indonesia ha archiviato nel '98 decenni di
dittatura, diventando la più grande democrazia islamica del mondo. Perché proprio adesso?
«Sì - ammette Flaherman -
forse è vero: potevamo prendere questa decisione molto prima, potevamo essere
più tempisti. Ma va detto che noi rivediamo
le strategie d'investimento una volta all'anno e ci sono voluti un paio d'anni
per considerare bene la questione, per commissionare ed esaminare un apposito
studio». Gira voce che Calpers abbia
sborsato un milione di dollari per lo studio redatto dalla Wilshire Associates,
nel quale è stato adottato un complesso meccanismo per "pesare"
pro e contro della condotta politica e legislativa dei paesi emergenti.
I parametri utilizzati per il
modello matematico sono otto, tutti con un peso percentuale diverso. «La
peculiarità - sintetizza Flaherman - è che, oltre ai fattori relativi al
mercato finanziario locale (volatilità, regolamentazione, apertura, efficienza
e costi delle transazioni), il modello include anche alcuni fattori-Paese». Ovvero la stabilità politica, la trasparenza
e il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori. «Una forza lavoro
produttiva - si legge nel rapporto di Calpers - è un
fattore essenziale per la
crescita economica e, quindi, per il successo di un mercato azionano». Quanto basta per condannare - seppur con
un nuovo processo d'appello ogni anno - quei quattro Paesi del sudest
asiatico. I quali sono comunque in
buona compagnia: l'India, la Cina, la Russia e il Venezuela erano già fuori
dagli orizzonti d'investimento di Calpers.
Altri Paesi, come Israele e la Turchia, prendono voti bassi per
trasparenza e stabilità politica, ma si salvano grazie all'efficienza dei
rispettivi mercati. «Non spetta a noi intervenne sulle libertà politiche rimarca
Flaherman - così come la nostra cultura non appartiene al mondo della finanza
facile, delle aggressioni speculative.
Il nostro business è garantire un rendimento a lungo termine per i
nostri clienti», che sono la bellezza di un milione e duecentomila californiani,
fra lavoratori e pensionati.
Le scelte di Calpers però,
che ha una forza di fuoco da 151 miliardi di dollari - quasi il prodotto
interno lordo della Malesia - non sono mai trascurabili. Il California Public Employees Retirement
System è un po' il simbolo di quel che un (vero) fondo pensione può fare per
gli azionisti». Calpers contribuì ad esempio a rimuovere Robert Stempel dalla
guida della General Motors e ad appoggiare il ritorno di Steve Jobs al timone
della Apple Computer. E oggi - oltre al
clamoroso intervento sui mercati emergenti il fondo pensione con sede nella
capitale californiana di Sacramento, è tornato alla ribalta con un'iniziativa
per ripulire la finanza americana dagli schizzi di fango prodotti da
quell'automobile impazzita chiamata Enron. Calpers ha lanciato una campagna
per difendere l'indipendenza dei revisori dei conti e per soffiare una ventata
di trasparenza sul sistema di redazione dei bilanci. «Gli investimenti, le
autorità federali e le aziende stesse - sentenzia Flaherman - vedranno che nei
prossimi mesi Calpers spingerà con forza per il cambiamento». «Il caso Enron ha
dichiarato pochi giorni fa il presidente di Calpers, William Crist, ci
dimostra che una corporate governance difettosa può distruggere valore: è quindi
arrivato il tempo di far sentire la nostra voce».
Una voce che risuona forte e
chiara anche sulle sponda opposta dell'oceano Pacifico. «Il nostro auspicio è
che i Paesi esclusi - aggiunge Flaherman - possano fare rapidi passi avanti
nella trasparenza, nei diritti civili e nelle regole di mercato, in modo da
rientrare nei parametri dei nostri investimenti». Finora, nessun fondo pensione o nessun altro investitore
istituzionale ha
deciso di seguire le orme di
Calpers. Ma, se accadesse, sarebbe un
terremoto. Secondo alcune stime, i piccoli
risparmiatori americani hanno riversato sugli investimenti socialmente
responsabili circa 1.300 miliardi di dollari (il 90% degli investimenti morali
su scala globale). Segno che l'etica -
peraltro ancora lontana dallo scavalcare l'avidità - si sta facendo largo.
Ormai, quasi ogni giorno, c'è una notizia nuova: la catena di caffetterie Starbucks (quotata a Wall Street) ha annunciato di essere pronta ad acquistare materie prime solo da Paesi «eticamente responsabili». Il colosso creditizio inglese Hsbc ha deciso di investire 50 miliardi di dollari sulla natura, per finanziare alcuni progetti come la ripulitura di tre grandi fiumi del mondo: quale azionista di una banca - soltanto cinque o dieci anni fa - avrebbe accettato di devolvere una fetta del dividendo allo YangTse? La scelta del gigante Calpers è un paradigma dell'azionista capace di imprimere un cambiamento, ma le praterie dell'economia etica sono aperte a tutti. Se l'attuale tendenza prosegue e cresce a questi ritmi almeno nel lungo termine assisteremo a ripercussioni clamorose. Avranno forse da lamentarsene a Hollywood, dove una sceneggiatura su un banchiere "etico" sarà sempre meno attraente di quella sul finanziere spregiudicato, macerato da un'avidità fuori moda.