RASSEGNA STAMPA

3 MARZO 2002
BRUNO MANGHI
Progettare il dopo Welfare

Archibugi controcorrente invita a pensare a una «economia associativa»

Un modello che si ispira a Myrdal e di discutibile realizzazione

Siamo di fronte a un libro (Franco Archibugi, «L'economia associativa», Edizioni di

Comunità, Torino 2002, pagg. XXIII+486, e 32,00) complesso e appassiona­to, che unisce colti richiami alle grandi teorie, soli­di ancoraggi a dati empirici, insieme a impegnativi messaggi di natura politica e sociale. Si tratta del lavoro maturo di un economista dal percorso originale, che ha potuto accompagnare l'attività di studioso all'impegno costante presso istituzioni e agenzie internazionali, iniziando con la folgorante in­fluenza che ebbe giovanissimo prima presso la Cisl e poi nell'intero movimento sinda­cale, nel suggerire un sistema negoziale moderno e articolato che andasse oltre i modelli tipici di un'economia ancora alle soglie della grande industrializzazione.

La prima parte del volume si interroga sulla natura dei cambiamenti dei nostri sistemi economici, cercando soprattutto di indagare a contatto con i vec­chi maestri quali sono i fattori endogeni o esogeni che produ­cono innovazioni durature.  Perviene così a un catalogo delle novità salienti, quelle, per inten­derci, che rendono difficile riconosce­re, se non a tratti, il nostro modo di vivere, consuma­re, produrre e di­stribuire con quel­lo storico del capi­talismo industriale.

Il messaggio centrale, ispira­to a un'affermazione del grande Gunnar Myrdal, sta nella rivalutazione della «pianificazione», pur rendendosi conto di quanto la nobile parola sia diventata pressoché impronunciabile dopo la triste e cupa esperienza dei socialismi realizzati.  Ovvia­mente si tratta di pianificazione democratica, negoziata, agita da più attori in un contesto plurali­sta.  Essa dovrebbe riproporsi in un paesaggio sociale profonda­mente modificato, dove emergo­no modalità di lavoro e di scambio che sembravano pressoché scomparse, dove non a caso il terzo settore avanza e ridefinisce il Welfare.  Poiché il Welfa­re orientato alla protezione non solo non sconfigge ma talvolta consolida disuguaglianze ed estraneità sociali.

La pianificazione di cui si parla, superando le esperienze francesi, italiane e britanniche degli anni Sessanta, sì fa policentrica e ingloba le nuove ener­gie di un'economia associativa dove produzione e consumo si aprono a valori non interamente riducibili al mercato e dove ov­viamente un ruolo pressoché sconosciuto fin qui viene affida­to ai sindacati e alle associazioni. Il modello viene sviluppato e argomentato minuziosamente fino a tracciare i criteri della contabilità di piano, necessaria per una pianificazione sistemi­ca, vale a dire né autoritaria né puramente indicativa, che va ol­tre la semplice programmazione degli interventi pubblici.

Alla fine resta il dubbio legittimo su quali preziose e improbabili condizioni di consenso e identità siano necessarie per ren­dere realizzabile un'architettura così impegnativa; sul fatto che attori free-rider possano sfuggi­re facilmente alla logica sistemi­ca. Tuttavia, il modello è un riferimento critico per leggere gli errori, le miopie e gli effetti indesiderati dei comportamenti corporativi e delle logiche di breve periodo, e rappresenta un tentativo fruttuoso per rendere operativo quel concetto di bene comune quasi sempre confinato nella retorica.
inizio pagina
vedi anche
Economia