![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 MARZO 2002 |
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Le
prede-robot
di Crichton
e quelle del Cnr
Esce in questi giorni in
italiano l’ultimo libro di Michael Crichton, «Pray», Preda. Protagonisti del
romanzo dello scrittore americano, sono questa volta robot microscopici in
grado di costruire delle colonie e di evolvere. Robot che sfuggono al controllo
dell’uomo e diventano fantastici predatori, rompendo ogni distinzione tra
vivente e non vivente. Ancora una volta, Crichton sa guardare lontano. Perché
questi robot, non proprio così piccoli come racconta lo scrittore, ma in grado
di evolvere e di diventare predatori in branco, esistono già.
Li stanno progettando, realizzando e facendo evolvere all’Istituto di Scienze e
Tecnologie della Cognizione del Cnr, di Roma, o in Svizzera, al Politecnico federale,
dove funzionano (ed evolvono) già 100 robottini. Sono, proprio come li chiama
Crichton, degli «swarmbot», dei robot che si muovono come uno sciame. A
vederli, lunghi un centimetro, neri, simili a viti spezzate, sembrano un po’
tozzi. Ma domani - ci assicurano i ricercatori del Cnr - potrebbero diventare
ancora più piccoli. Forse mai come quelli immaginati dallo scrittore americano,
ma certo quasi invisibili. Hanno reti logiche dentro di loro, in grado di
cambiare ed imparare dall’ambiente. Si è visto che, poco a poco, apprendono a
cacciare. E questo, ci dicono al Cnr, si è visto soprattutto nell’esperienza di
Losanna.
«Evolvono i robot preda, ma anche i robot predatore. E sotto i nostri occhi
avvengono cambiamenti improvvisi delle strategie di predazione - spiega al
telefono Dario Floreano, il ricercatore italiano che dirige il gruppo di
Losanna -. Nel giro di pochissime generazioni si passa da una situazione in cui
il predatore insegue la preda, a una più simile a quella del ragno, in cui il
predatore aspetta il momento in cui la preda è più vicina per attaccare».
Ma sono «vivi»? «È difficile rispondere sì o no - ci spiega Stefano Nolfi del
Cnr di Roma -. Non si duplicano da soli, ma quando noi li duplichiamo
introduciamo delle variazioni casuali nei loro programmi. Poi li lasciamo
agire. Quello che avviene è un processo di selezione naturale: quelli che
funzionano meglio, vengono a loro volta duplicati con altre variazioni casuali,
proprio come accade in natura». Possono diventare pericolosi? «No - spiega
Nolfi -. Siamo ancora lontani da robot in grado di affrontare tutte le enormi
variabili ambientali e replicarsi da soli. Per ora i robottini possono vivere
nell’ambiente solo per un periodo di tempo stabilito». Già, ma domani? Domani,
spiegano al Cnr, questi robottini possono essere la base sperimentale per
costruire robot più grandi, come quelli che imitano animali da compagnia o
collaboratori domestici. Questi grossi robot potranno essere attrezzati con le
stesse reti neuronali, diventando capaci di apprendere. E poco a poco, vivendo
con un umano o anche senza, sapranno distinguere amici da nemici, riconoscere
il pericolo o una situazione sgradevole, intervenire. C’è una gamma infinita di
soluzioni possibili, dall’aiuto per i disabili alla imitazione della
sessualità.
Ma i robottini possono fare anche altro. Ad esempio, spiega Nolfi, «possono
essere utilizzati in ambienti estremi, esplorare il suolo in modo autonomo,
senza bisogno di telecomandi». Se si potesse trovare il modo di garantire
un’autonomia infinita dal punto di vista dell’energia, e se loro si sapessero
costruire da soli i discendenti, domani questi swarmbot potrebbero colonizzare
altri pianeti.