RASSEGNA STAMPA

1 MARZO 2002
PAOLO CORSINI
La verità, alimento della democrazia

Oggi in S. Barnaba l'omaggio a Emanuele Severino

Omaggio al filosofo Emanuele Severino, oggi alle 15 all'auditorium San Barnaba di corso Magenta, in occasione della conclusione della sua carriera accademica all'Università di Venezia. Dopo il saluto del sindaco di Brescia Paolo Corsini (di cui proponiamo l'intervento) e la presentazione di Italo Valent, Severino dibatterà con gli ospiti: Sergio Givone, Pietro Barcellona, Salvatore Natoli, Franco Chiereghin, Remo Bodei, Luciano Violante e Mino Martinazzoli.

 Con la manifestazione di oggi la città di Brescia intende rendere omaggio a Emanuele Severino. Una città che festeggia un filosofo celebra un rito solenne: la comunità consolidata nelle sue proprie tradizioni, nella sua propria storia, nel suo proprio lavoro, in tutto ciò che ne segna la fisionomia in modo caratteristico e particolare, si apre agli orizzonti amplissimi, universali, senza confini, del pensiero. Quando una città rispetta ed ama i suoi filosofi, rispetta ed ama l'idealità che alimenta ogni frammento della realtà e che restituisce all'esperienza umana tutta la sua vastità e profondità. Una città, dunque, che prende a respirare con il respiro del mondo intero, cioè una polis cosmopolita. Ecco ciò verso cui si spinge anzitutto la filosofia e di cui continuiamo a essere debitori alla filosofia. Ma filosofia significa anche libertà: libertà di pensiero; e la libertà di pensiero si nutre della forza dell'argomentazione e, insieme, della necessità del dialogo. Anche per questo la città ha bisogno del filosofo. "Questo è l'ufficio cui - così ammonisce Socrate - Il filosofo è destinato, perché standovi addosso tutto il giorno, abbia a stimolarvi, ad esortarvi, a correggervi ... per occuparsi soltanto di voi come un padre o un fratello maggiore perché coltiviate le virtù ... per sollecitarvi a non prendervi cura né del corpo né delle ricchezze più che dell'anima perché divenga quanto migliore possibile, giacchè non dalle ricchezze deriva la virtù, ma dalla virtù la ricchezza e ogni altro bene ai cittadini ed alla città". Non è vano ricordare come lo spirito della democrazia affondi le sue radici nella cultura della riflessione e della discussione: cultura della riflessione e della discussione che, sappiamo, si è sviluppata in Grecia 25 secoli fa proprio grazie alla filosofia, quella filosofia, voglio ricordarlo, che anche oggi eserciterà il suo fascino attraverso questa manifestazione: "Il sentiero del giorno", ripreso dal poema di Parmenide, e attraverso la lettura dall'Agamennone di Eschilo. Noi, cittadini del terzo millennio, possiamo e dobbiamo nutrire aspettative feconde dalla filosofia. I supremi ideali della città, le sue parole d'ordine per noi irrinunciabili - libertà, giustizia, bene comune - hanno bisogno di essere costantemente rimeditate e rivitalizzate, poiché quanto più planetarie si mostrano le vocazioni dei singoli individui e delle singole comunità, quanto più fitto e urgente si fa l'incontro fra molte e diverse culture, tanto più impegnativa è la sfida della democrazia. La democrazia non è un valore realizzato dovunque, né è una opzione compiuta una volta per tutte. La democrazia è un polmone che vuole aria buona per esercitare le sue funzioni fisiologiche, un polmone che necessita di essere messo alla prova per potersi dilatare, per restare in salute e di conseguenza generare salute in tutto l'organismo. E la democrazia ha bisogno di verità, per quanto siano difficili da ascoltare e scomode da assecondare. Ha bisogno di conoscere fino in fondo le proprie possibilità e i propri limiti, di ridefinire i propri comportamenti, perché sempre meglio si sappia ciò che si vuole e si voglia ciò che si può. Coglie, dunque, nel segno Mino Martinazzoli, quando acutamente ci sollecita a considerare che proprio "il rapporto fra politica e verità è il luogo giusto di una esplorazione troppo rifiutata. Qui - ricorda Martinazzoli - è l'ardua impresa di ciascuno, dal momento che non è percettibile la verità degli altri fuori dall'ammissione della propria. E qui è la prova. Poiché la verità si può cercare solo se si ha il coraggio di sopportarla". Emanuele Severino è filosofo per antonomasia. Inesausto nel cammino della riflessione, ma fermo, fermissimo nella direzione di tale cammino; spregiudicato di fronte alle più radicate convinzioni della civiltà d'Occidente, ma tanto scrupoloso nella salvaguardia del più minuto frammento di verità (se è lecito di parlare della verità come un bene divisibile) quanto attento al significato ed alla rilevanza esistenziale dell'errore. Proprio circa il rapporto fra verità ed Occidente non posso non rammentare il suo volume Crisi della tradizione occidentale, che ha suscitato in me profonde suggestioni ed una pluralità di riflessioni: "Il senso inaudito della verità - scrive Severino - non può essere un futuro da realizzare, perché il concetto di una verità futura ripropone quello di un dinamismo, di un divenire che conduce da qualche cosa che ancora non è a qualche cosa che c'è. Se vogliamo rivolgerci a questo senso inaudito della verità, dobbiamo invece pensare alla verità come qualche cosa che già da sempre era qui, attorniando, circondando quello che noi andavamo dicendo intorno alla storia dell'Occidente. L'inaudito non è un futuro che noi dobbiamo rincorrere e realizzare: è invece il più remoto passato e il più concreto presente. In questa direzione ... dovremmo cominciare a parlare della crisi dell'Occidente". L'originalità e la potenza di giudizio si fondono in lui con una rara costanza e sincerità intellettuale, e spingono l'analisi teorica dell'essere - il grande tema di Severino, il nerbo della sua polemica contro il nichilismo dell'Occidente - a pervadere le pieghe più intime e delicate della filosofia. Nel suo Ritornare a Parmenide, autore dal cui noto verso "Qui è la porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno" è tratto anche il titolo di quest'incontro, Severino è esplicito, di una nettezza cristallina: "Storicamente aberrante è il tentativo di ravvisare nel primissimo pensiero greco l'identificazione del significato dell' "essere" e del significato della "presenza". L'intreccio fra i due c'è indubbiamente, ma appunto per questo vi è insieme la differenza. Eppure è proprio nei pochi versi di Parmenide che si nasconde la parola più essenziale e più dimenticata del nostro sapere ... Non si tratta allora di dare significati nuovi alle parole (quasi che riportando l'essere alla presenza ci si trovasse di fronte a qualcosa di più evidente dell'essere), ma di pensare quelli vecchi, ridestarli, e in questo senso, certamente, rinnovarli sino alle ultime sorgenti. /.../ Il gran segreto sta pur sempre in questa povera affermazione: "L'essere è, mentre il nulla non è", nella quale non si indica semplicemente una proprietà, sia pur quella fondamentale, dell'essere, ma se ne indica il senso stesso: l'essere è appunto ciò che si oppone al nulla, è appunto questo opporsi". Tanto basterebbe a fare di questo nostro illustre concittadino uno dei maggiori filosofi del nostro tempo, come è stato di recente ribadito anche da Massimo Cacciari, il quale ha individuato nel pensiero di Heidegger e in quello di Severino l'alternativa fondamentale, radicale. Un filosofo - Emanuele Severino - che dalle alte quote della nicchia filosofica osa lanciare la sfida all'intero panorama della nostra cultura, e sa misurarsi con le grandi, decisive, oggi sempre più inquietanti, problematiche della politica, del diritto, dell'economia, della letteratura, della psicologia, della religione. Non è facile riportare la filosofia di Severino ad una specifica tendenza o scuola; forse non è neppure possibile. Questo costituisce certamente uno dei suoi pregi, ma anche una delle difficoltà per chi vi si accosta. A me, che filosofo non sono, pare di potere sottolineare almeno due tra le caratteristiche di più ampia portata, due linee d'orientamento. Trovo in lui un modello di metodologia speculativa prettamente laico, improntato alla più alta tradizione della critica liberale. Ma è pur ben riconoscibile anche la matrice cattolica, ispirata da un'insopprimibile esigenza di trascendenza e, insieme, impegnata con severità nella ricostruzione razionale dell'esperienza. D'altra parte, se è vero che è anche attraverso il conflitto con il Magistero della Chiesa, conflitto che determinò l'abbandono dell'Università Cattolica di Milano da parte di Severino, il pensiero del filosofo ha assunto la sua piega inconfondibile - è pur vero - se non erro, che nel mondo cattolico egli continua a trovare interlocutori particolarmente attenti e costruttivi. Mi limiterò a richiamare come lo straordinario talento personale di Severino sia stato coltivato dentro l'alveo di quella importante scuola che fu la neoscolastica italiana del secondo dopoguerra, con in testa Gustavo Bontadini, maestro del giovane Severino all'Università di Pavia; una scuola, quella neoscolastica, basata sulla tradizione aristotelico-tomistica e sensibilissima all'influenza delle grandi correnti del pensiero contemporaneo continentale, dunque aperta tanto alla lezione della fenomenologia (Husserl) quanto all'analisi logico-linguistica (Wittgenstein, il Circolo di Vienna), quanto all'analisi ontologico-esistenziale (Heidegger). A tutto ciò, a mio avviso, si aggiungono, lasciatamelo dire con una punta di orgoglio, le caratteristiche di una certa intelligenza bresciana, quale sa esprimersi ai livelli più alti della ricerca e della conoscenza: gelosa riservatezza di vita e inflessibile disciplina di studio, da un lato; dall'altro, vigile attenzione alle vicissitudini di ogni giorno, a tutti i richiami che vengono dalle inquietudini e dai bisogni profondi, dalle speranze e dalle attese della condizione umana. Di Emanuele Severino non dimenticherò le lucide argomentazioni che suggellano il suo La Buona Fede, tese a smascherare la "follia" dell'Occidente, la fede nel "divenire altro", la visione dell'essere che nasce dal nulla e al nulla ritorna. Severino apre una visione radicalmente diversa per tutti noi: "la coscienza dell'impossibilità di divenire altro segna la più radicale delle svolte. E si può incominciare a guardare cosa viene incontro al di là della svolta". Spetta, tuttavia, a noi compiere la prima mossa, aiutati proprio dalla filosofia, poiché, come sta scritto nello straordinario saggio che attribuisce la denominazione all'incontro odierno, "L'essere può accogliere l'invito a farsi innanzi gli eterni astri del Giorno solo se il pensiero giunge a testimoniare la verità dell'essere. La filosofia ridiventa l'occupazione più importante dell'uomo ... in quanto essa è il pensiero della verità dell'essere". Parola, ma anche vaticinio, di Emanuele Severino.
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