![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 FEBBRAIO 2002 |
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Le obiezioni della epistemologa
femminista ai progetti di sequenziamento del Dna
La ricerca ne ha solo messo in luce la
complessità
L'ultimo libro della Fox Keller («Il secolo del gene», Garzanti,
Milano 2001, pagg. 146. euro 18,08) è una retrospettiva storico epistemologica
sull'evoluzione delle strategie di concettualizzazione e definizione del gene
nell'ambito delle scienze biologiche del XX secolo. Ma è anche un tentativo di prefigurare gli sviluppi futuri della
riflessione teorica sulla natura delle dinamiche molecolari che presiedono
dell'organizzazione biologica. Oltre
il gene, naturalmente. Infatti, per
l'autrice, i risultati scaturiti dal Progetto Genoma Umano dimostrerebbero
che i concetti tradizionali di gene e di programma genetico, definiti in
termini di sequenze del Dna, sono superati, e che starebbe emergendo
un'accezione più distribuita o cibernetica del controllo delle funzioni
biologiche, che mette in gioco le funzioni regolative delle reti geniche e dei
network metabolici. La Fox Keller richiama
quindi l'attenzione sul paradosso che mentre il concetto di gene starebbe
perdendo senso in biologia, nella sua accezione più semplificata, cioè di
determinante quasi esclusivo dei tratti umani normali e patologici, il termine
gene non è mai stato così in voga nella comunicazione pubblica.
Per quanto riguarda l'attualità
e le prospettive, il libro non fa altro che registrare un dibattito teorico in
corso sulle riviste scientifiche, tra i protagonisti della ricerca, sullo statuto
della cosiddetta genomica funzionale e della proteomica. L'autrice seleziona strumentalmente le
argomentazioni che servono a sostenere la sua tesi. Lascia un po' perplessi la disinvoltura con cui, la Fox Keller e
altri radical, dopo aver criticato i
progetti di sequenziamento del Dna in quanto ispirati da assunti concettuali
giudicati sbagliati, come il determinismo genetico, ora ne salutano con enfasi la realizzazione perché
confuterebbero quelle stesse premesse. Orbene, un conto è fare della filosofia
e un conto è produrre dati scientifici. Se il concetto di gene è
progressivamente cambiato nel Novecento, e se oggi è così difficile da
definire, questo non è stato merito delle critiche filosofiche al riduzionismo
o al determinismo genetico. Insomma,
non è perché non erano soddisfatte le simpatie olistiche di qualcuno che
diventava necessario modificare la definizione
di gene, ma perché le diverse strategie operative attraverso cui il gene veniva
definito mettevano in luce una realtà più complessa delle schematizzazioni da
cui partivano i disegni sperimentali.
La Fox Keller analizza
quattro dimensioni storico epistemologiche del concetto di gene. Quella in cui
il gene passa da fattore che garantisce la conservazione e trasmissione delle
caratteristiche genetiche in modo stabile, la controparte dialettica in qualche
modo dell'idea di cambiamento continuo implicita nella teoria darwiniana
dell'evoluzione, a componente di sistemi genetici ed epigenetici integrati
che sono essi stessi produttori di variazione da sottoporre a selezione per
garantire quella che oggi si chiama evolutività (evolvability).
L'altra accezione fondamentale
del gene riguarda la sua funzione, cioè che cosa fa. I geni codificano per
delle proteine, ma il modo in cui lo fanno può essere abbastanza lineare, o
terribilmente complicato: dipende dal sistema genetico in questione, cioè se
si parla di batteri o di animali, e dal tipo o complesso di geni. Il risultato
è che se si vanno a leggere le definizioni di gene nei trattati di genetica o
di biologia molecolare, ci si trova di fronte a espressioni linguistiche spesso
molto diverse e che, in generale, sono tornate a essere quasi altrettanto
astratte e aperte di quella che aveva fornito Wilhelm Johannsen quando nel
1909 aveva proposto il termine "gene", intendendolo come pura unità
di calcolo. E questo nonostante gli
straordinari progressi nella caratterizzazione strutturale e funzionale del
materiale genetico.
I due successivi capitoli del
libro della Fox Keller, sono una critica della nozione di programma genetico,
inteso come lista di istruzioni contenute del Dna per specificare lo sviluppo
degli organismi, e un tentativo di prefigurare il futuro della biologia in una
ridefinizione delle dinamiche di controllo delle funzioni biologiche in
termini di sistemi di computazione chimica distribuiti. Certamente l'idea di trovare un algoritmo o
una grammatica universale, astratta, dello sviluppo è tramontata già pochi
anni dopo essere stata concepita. Non è
comunque detto che non esistano dei piani di organizzazione fisica dei
cromosomi che in qualche modo implementino dei vincoli in grado di controllare
sequenze di operazioni a loro volta sottospecificate da combinazioni diverse
di geni espressi. In altri termini, non
è detto che la posizione relativa dei diversi geni lungo il cromosoma, e i
vincoli fisici che le sequenze non codificanti esercitano nel rendere o meno
accessibili le sequenze espresse alla trascrizione, non contengano un qualche
tipo di logica creata dall'evoluzione e che al momento ancora ci sfugge.
Le reti geniche o metaboliche, di cui oggi si parla molto e dove ci si aspetta anche con ragione di trovare qualche nuovo principio di funzionamento del vivente, sono comunque prefigurate dai geni. Nel senso che i fattori proteici da cui dipendono i sistemi di segnalazione o comunicazione che all'interno della cellula amplificano e interpretano i segnali -extracellulari per consentire le risposte appropriate, sono specificati dai geni. E si stima che circa la metà dei geni nei genomi codifichino proprio per le proteine responsabili dei processi di comunicazione intracellulare. Sarà quindi inevitabile continuare a catalogare questi geni e i loro prodotti se si vuole davvero capire, cosa che in parte già sta avvenendo e di cui la Fox Keller non sembra a conoscenza, attraverso quali operazioni logico-computazionali la rete cellulare riconosce combinazioni di influenze ambientali e rappresenta caratteristiche astratte del suo ambiente nell'attività di particolari proteine.