![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 24 FEBBRAIO 2002 |
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Un libro curato da Michele Emmer su film e spettacoli che non hanno
paura dei teoremi
A Beautiful
Mind, il film di Ron Howard da pochi giorni nelle sale italiane, è una bella
storia di amore, follia e matematica. Un po' alla Oliver Sacks, racconta la
vita del matematico e premio Nobel per l'economia John Nash, che ha
convissuto per buona parte della sua esistenza con la schizofrenia e con
personaggi immaginari inventati dalla sua mente malata. Ma al di là della
godibilità di uno spettacolo pensato per le grandi masse - che molto dipende
dalla performance del già Gladiatore Russell Crowe - sorge spontanea una
domanda: quanta matematica si impara? La risposta è quella, rassicurante, che
si legge in alcune locandine: di matematica, in questo film, non ce n'è per
niente. Dunque, se odiate questa disciplina, andate pure a vederlo. Però
scoprirete che le cose in realtà non stanno esattamente così. Se è vero infatti
che non si esce dalla sala avendo imparato formule o teoremi - che sarebbe
chiedere troppo - è altrettanto vero che il film ci dice molto sul tipo di
persone che sono i matematici, sul loro modo di ragionare, di impostare e
risolvere i problemi, indipendentemente dal fatto che di tali problemi o
risultati si dia una formulazione del tutto corretta.
Si prenda il
teorema, fondamentale per la teoria dei giochi, per il quale Nash ha preso il
Nobel. Il suo risultato è presentato nientemeno che come una rivoluzione, che
rovescia del tutto la teoria del padre dell'economia politica Adam Smith. Il
che è solo parzialmente vero, ma l'iperbole fa capire bene di che cosa si
occupa la teoria dei giochi: dei rapporti strategici tra gli attori sociali,
che sono ben diversi dalle interazioni di mercato, ma che pure spiegano
moltissime situazioni economiche.
L'episodio
del film che spiega la differenza tra la mano invisibile di Smith e la teoria
dei giochi, inoltre, è piuttosto efficace. Nash, noto tra gli amici per non
saperci fare con le donne, se ne sta in un pub con alcuni colleghi di
Princeton. Nel locale entra una ragazza molto bella insieme ad altre quattro,
meno belle ma certo non disprezzabili. Uno del gruppo lancia la competizione
per la conquista della più bella, e tutti sembrano accettare. Ma Nash obietta
che così le cose probabilmente andranno assai male: dopo essere stata
corteggiata da tutti, lei potrebbe non concedersi a nessuno. Tutti allora
ripiegherebbero sulle amiche, ma queste, ferite nell'orgoglio per essere state
considerate di seconda scelta, si dileguerebbero. In questa e in molte altre
situazioni è molto più razionale cooperare che competere. Dunque è meglio
trascurare del tutto la più bella e concentrarsi subito ognuno su una delle
altre.
Eureka! Ecco
la scintilla per trasformare tutto ciò in un bel teorema matematico, e passare
alla storia con quello che verrà chiamato l'"equilibrio di Nash", che
però non viene spiegato nel film. Due giocatori sono in una situazione di
equilibrio quando nessuno dei due, al termine di un gioco - cioè quando,
conoscendo anche la mossa dell'avversario, possono analizzare l'intera giocata
col senno di poi - farebbe una mossa diversa da quella che ha fatto: Nash ha
dimostrato che per ogni gioco finito con due giocatori è possibile trovare
almeno un punto di equilibrio.
A Beutiful
Mind non è certo il primo film che esplora il mondo matematico. Michele
Emmer, che domenica scorsa lo ha presentato in anteprima al Teatro Strehler,
da molti anni si occupa del rapporto tra cinema e matematica e, più in generale
tra questa e le arti e la tecnologia, pubblicando ogni anno per Springer un
volume della collana Matematica e cultura. Quello di quest'anno
("Matematica, arte, tecnologia, cinema", a cura di Michele Emmer e
Mirella Manaresi, Springer, Milano 2002, pagg. 286, € 21,95), riporta i
materiali della manifestazione "Bologna 2000: città europea delle cultura,
Anno mondiale della matematica", metà circa dei quali compongono la
sezione dedicata al cinema. L'assai realistico Morte di un matematico
napoletano di Mario Martone, sulla figura di Renato Caccioppoli, innovatore
della teoria dei perimetri; Jurassic park di Spielberg, che mette in scena la
teoria del caos; Bianca, di Moretti, e Il giardino delle vergini suicide, di
Sonia Coppola, da cui emergono gli stereotipi sulla mania dell'ordine che
condannerebbe i matematici a una vita sociale malata e misera; Rosencrantz e
Guildenstern sono morti di Stoppard, autore anche (oltre che di Shakespeare in
love) di Arcadia, uno spettacolo teatrale su una bambina che anticipa la teoria
dei frattali. Sono solo alcuni esempi presi da Emmer e dagli altri studiosi che
intervengono nel volume. Per ogni film e opera teatrale valgono le domande che
ci siamo posti all'inizio. E per quanto le risposte varino molto da film a
film, è chiaro che l'attenzione nei confronti del mondo matematico è aumentata
molto negli ultimi anni.
A Beautiful Mind e Crowe sono in odore di Oscar. Già nel '98 Will hunting genio ribelle di Matt Damon e Ben Affleck e con Robin Williams (che parla di medaglie Fields, il corrispettivo del Nobel per la matematica) aveva vinto quello per la sceneggiatura. Proof di David Auburn - che propone al pubblico teatrale nientemeno che il concetto di dimostrazione - ha vinto tre Tony Awards, gli Oscar per il teatro americano e al testo è andato il Pulitzer per il teatro del 2001. L'8 marzo Ronconi metterà in scena Infinities alla Bovisa. Qualcosa sta cambiando nella cultura: la matematica non è più lasciata, sdegnosamente, fuori dalla porta.