![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 23 FEBBRAIO 2002 |
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Osservare significa
entrare in contatto con la realtà: scorgere lo scorcio di un paesaggio e
intuirne la struttura, essere catturati dal sorriso sbilenco di un anziano e sospettarne
la saggezza e la sotterranea amarezza. Ma significa anche lasciare che nella
nostra mente affiori un'immagine che, da sola, sappia raccontarci storie
passate, a volte troppo lontane nel tempo, ma dal significato profondo e
imperituro. Come quella della giovane Sabina Spielrein - vicenda che il regista
Faenza porterà di qui a poco alla conoscenza del pubblico - coinvolta in un
intricato rapporto transferale con Jung, che la scuote con veemenza
dall'interno.
Perché
questo è il potere delle immagini: la capacità di raccontare storie e
attraverso di esse lasciare che la vita sveli le proprie difficili dinamiche. E
le storie degli uomini sono a volte cariche di gioia e di speranza, ma -
purtroppo più spesso - mostrano ciò che la mente si rifiuta di sentire: la
presenza della sofferenza e del dolore nella vita di ognuno. La presenza anche
di un dolore così lacerante da indebolire la struttura stessa della
personalità. E allora le immagini, anche quelle cinematografiche, possono
raccontare storie di follia, di tormenti e di ossessioni - e comunque
continuano a raccontare storie di vita. Si può imparare da tutto ciò? Si
possono comprendere attraverso la finzione, la simulazione, la recitazione le
dinamiche vere e intricate che portano la mente a perdersi nei labirinti delle
sue possibilità?
Oscar Wilde
diceva che vivere significa impersonare un ruolo sul "palcoscenico della
vita", e in questo sta forse la chiave di lettura per comprendere quanta
valenza conoscitiva - nonché catartica alla maniera del teatro greco - possa
avere la proiezione di un film come mezzo formativo. Uno spaccato di vita e non
un suo scimmiottamento.
Lasciar parlare l'immagine allora vuol dire aprirsi alla lettura delle possibilità dell'esistenza. E va bene che la fiction descriva, l'importante è che la "mostri". Osservarla, d'altra parte, significa lasciare che quelle immagini si immergano nell'animo dello spettatore e ne suscitino sensazioni e riflessioni, fino allo stimolo, alla conoscenza e all'approfondimento, che potrà esser riscattato altrove. Ma quelle immagini, più di parole scritte o di una voce ascoltata con fugace distrazione, restano nella mente dell'individuo come figure, tracce, ricordi di esperienze vissute: come volti.