RASSEGNA STAMPA

21 FEBBRAIO 2002
MANUELA ARATA
La via per rilanciare i brevetti

Vanno economicamente motivati sia i ricercatori sia l'industria

La nuova normativa sui bre­vetti introdotta dal "pacchetto dei cento giorni" sta cre­ando alla ricerca pubblica non pochi problemi e suscita notevoli perplessità, ma ha quantomeno il merito di aver posto in evidenza il problema degli incentivi ai ri­cercatoti e dello sfruttamento dei risultati della ricerca di base.

La nuova legge trasferisce sui ricercatori compiti ed oneri gra­vosi: prima di tutto si deve "pen­sare" all'opportunità di proteg­gere il proprio know how; poi bisogna verificarne la novità consultando le banche dati inter­nazionali e scrivere (bene) il bre­vetto; effettuare e pagare la pro­cedura di deposito, sostenere i costi (incrementali) di estensio­ne e mantenimento ed eventual­mente di difesa legale, indivi­duare possibili applicazioni e po­tenziali partner interessati allo sfruttamento industriale, trattare con le aziende e spesso gestire il "condominio" tra più invento­ri che, come noto, è facilmente sede di litigi... Difficilmente il singolo riesce ad avere la visione del mercato e la visibilità sul mercato che ha l'istituzione, e altrettanto difficilmente il singolo può farsi carico dei costi di mantenimento di un brevetto.

Senza un lavoro di sensibilizzazione, consulenza e assistenza alla comunità scientifica il bre­vetto rischia di essere solo una pubblicazione di serie b, mentre il suo valore come fonte di svi­luppo e di ritorno economico per il singolo è invece molto importante per l'ente, sia in termini patrimoniali che come strumento per incentivare i propri ricercato­ri in un sistema, come quello italiano, caratterizzato da un'eccessiva rigidità salariale che ne compromette la competitività a livello internazionale.

Come gestore di un ente di ricerca mi scontro poi con proble­mi sostanziali nella nuova norma­tiva, che ci impedisce di firmare accordi e contratti regolamentan­do la proprietà di risultati che non possediamo e fa saltare i contratti in essere che non sono più protetti, demotivando ulterior­mente le imprese a investire nel­la ricerca.  In più con questa leg­ge si crea disparità tra ricercatori industriali e ricercatori pubblici, e tra questi e i giovani "non strut­turati" (borsisti, dottorandi, assegnisti), rinforzando i comparti­menti stagni in cui sono costretti oggi i ricercatori italiani.

E quindi fondamentale che va­da avanti la proposta della nuova disposizione già approvata in Senato che, sul modello americano, riporta la proprietà dei brevetti agli enti e alle università, preve­dendo che questi rafforzino le strutture interne dedicate alla tu­tela della proprietà intellettuale ed alla sua valorizzazione.

Riconosco però che si è aperta una discussione importante: la ri­cerca deve stare chiusa nei laboratori e coinvolgere solo gli ad­detti ai lavori o, visto che è desti­nata alla crescita del Paese ed è finanziata con le tasse dei cittadini se ne devono favorire al massimo le ricadute in termini di sviluppo?  E la parte di tempo che il ricercatore dedica ad applicare i risultati (la cosiddetta ricerca applicata) vale meno o quanto quel­lo dedicato alla ricerca di base?

E' chiaro che quei (pochi) che scelgono il mestiere del ricercato­re vogliono anche crescere: quin­di se gli avanzamenti di carriera e l'assegnazione delle risorse si decidono sulla base della produzione di pubblicazioni, gli scien­ziati cercano di pubblicare il più possibile.

E qui i nostri ricercatori sono svantaggiati: a mio parere una grande differenza tra il sistema europeo e quello statunitense che (giustamente) viene citato come l'esempio di migliore rap­porto tra ricerca di base ed appli­cazioni sta nel fatto che negli Usa esiste "un anno di grazia" durante il quale l'autore di una pubblicazione ha riconosciuta ufficialmente la paternità dell'in­venzione, e può decidere con calma se depositare o meno un brevetto.  E' vero che con "l'anno di grazia" aumentano le litiga­tions, però è anche vero che le aziende high-tech leggono le pubblicazioni ed è più facile che il ricercatore venga stimola­to a dedicare tempo all'applica­zione di quello che ha trovato.

L'introduzione di un anno di grazia anche a livello europeo costituirebbe perciò una spinta forte nella direzione dell'utilizzo dei risultati della ricerca di base e quindi della giusta valorizzazione dell'attività dei ricercatori.

E quello del giusto valore è un punto sostanziale che si deve affrontare in fretta: chi fa e come il "prezzo" delle commesse di ricerca industriale? Senza voler arri­vare a stimare il valore aggiunto che una ricerca può portare al miglioramento dei prodotti o del­la qualità dei servizi di un'impresa o persino al suo pozionamento sul mercato, è necessario che i ricercatori vengano aiutati a preventivare correttamente gli im­porti dei contratti commerciali, invece di corisiderarli come piccoli contributi per pagare un borsista e un Pc...

Lancio infine l'ultima idea: al­le industrie che commissionano la ricerca va concesso un diritto di prelazione allo sfruttamento anche esclusivo, dei brevetti, contrattando royalties sul fattura­to derivante dall'invenzione.

*Direttore dell'Istituto nazionale di fisica della materia
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