RASSEGNA STAMPA

16 FEBBRAIO 2002
GIANNI SANTAMARIA
Kierkegaard, l'improvvisa disputa sui cristiani

E il filosofo prese le sembianze del cavaliere senza macchia e senza paura, gettandosi a capofitto contro i mulini a vento della "cristianità stabilita" in nome del "cristianesimo del Nuovo Testamento". La "maschera" di don Chisciotte, che evoca il Carnevale appena trascorso, venne indossata nientemeno che da Søren Kierkegaard, il quale per portare avanti sua polemica contro "l'ordine stabilito" della Chiesa luterana danese creò e redasse da solo una rivista: "L'istante". La metafora del Carnevale non come insanire lecito semel in anno, ma come radice della critica kierkegardiana alla teologia ufficiale di allora, viene proposta da Alberto Gallas nell'ampia introduzione alla pubblicazione dei nove numeri di quel foglio (L'istante, Marietti, Pagine 304. Euro 30,99), usciti tra il 1854 e il 1855 (anno della morte del filosofo a soli 42 anni). Finora uno solo, il primo, era stato tradotto in italiano direttamente dal danese. Gli altri da una versione tedesca non integrale. L'attacco del pensatore alla Chiesa nazionale danese era stato originato dal discorso funebre del futuro vescovo luterano di Copenaghen, Hans Lassen Martensen, tenuto alle esequie del suo predecessore. Questi era stato definito, con un concetto prettamente kierkegaardiano, "testimone della verità". Il caposcuola dell'esistenzialismo prese allora carta e penna e scrisse su un quotidiano un'articolo in cui accusava il pastore di non avere alcuna idea di cosa fosse il cristianesimo, se dava il titolo di martire a un cristiano morto nel suo letto, senza aver pagato per la sua fede, anzi avendo ricevuto onori in vita e in morte. Dalle iperboli usate negli articoli de "L'istante", dal linguaggio basso, rivolto al popolo, emerge un Kierkegaard esasperato dalla condizione del cristianesimo suo contemporaneo nel quale non scorgeva segni di autentica sequela di Cristo. Egli lo vedeva come un "teatro del mondo" nel quale fa volutamente uso di un linguaggio ironico, "carnevalesco", che ha i suoi modelli in Socrate, ma anche nella letteratura: Rabelais, Cervantes, Boccaccio, Dante, Erasmo, Shakespeare, Dostoevskij. Insomma, voleva dare uno scossone. Si spiega così anche il fatto che, lasciando ogni prudenza, egli uscisse allo scoperto, mentre in precedenti polemiche si era coperto con lo pseudonimo di Anti-Climacus. L'attacco a viso aperto gli attirò le accuse di settarismo. E anche di instabilità mentale. Un anonimo detrattore si firmò anch'egli con uno pseudonimo, Esculapio, segnalando così che per lui il caso era di tipo clinico. Di "disposizione psicopatica" avrebbe parlato anche Troeltsch. Così spesso si è staccata questa pagina conclusiva della vita del filosofo dal resto della sua produzione, quasi fosse un "coup de folie" (Mesnard). Di parere contrario Gallas: essa fa parte a pieno titolo dell'"opus" di Kierkegaard e anzi, ne rappresenta "uno dei momenti più alti".
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