![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 FEBBRAIO 2002 |
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Fra
le tante definizioni che si sono date di Adriano Olivetti, anche di recente
in occasione del centenario della sua nascita, una mi sembra più congeniale
alla figura di un imprenditore così atipico.
Quella di «utopista positivo» coniata a suo tempo da Ferruccio
Parri. Ciò che contrassegnò l'opera
dell'ingegnere di Ivrea fu infatti un utopismo pragmatico, l'intento di abbinare
cultura e industria e di coniugare le regole del mercato con i principi
dell'etica pubblica e della responsabilizzazione sociale.
Quale
importanza abbiano avuto in questa concezione olivettiana di una «fabbrica dal
volto umano», di una comunità di lavoro con i conti economici in attivo ma
senza che la logica del profitto fosse assunta a stella polare, le suggestioni
e le esperienze da lui maturate fin dai primi anni di attività, è stato
sottolineato da più parti. Poiché è
dato ravvisare un filo conduttore coerente fra certe matrici familiari
politiche e religiose eterodosse e le influenze sulla formazione intellettuale
di Olivetti tanto del personalismo cristiano di Maritain e di Mounier
quanto degli ideali del socialismo riformista, fra i suoi sentimenti
antifascisti e i suoi postulati federalisti di democrazia partecipativa, fra
la sua conoscenza diretta delle traiettorie più avanzate del capitalismo industriale
americano e le sue attitudini imprenditoriali incentrate sulla progettualità,
la sperimentazione e la valorizzazione dei fattori motivazionali.
Quanto
emerge dalla testimonianza di Luciano Gallino (che da sociologo all'interno
dell'azienda eporediese ha avuto modo per vari anni di valutare da vicino
criteri aspiratori e risultati concreti della gestione di Adriano) ci fornisce
ora, sulla base di un'originale visione d'insieme, un'ulteriore conferma della
lungimiranza di un personaggio che, a dispetto della sua intelligenza intuitiva
quasi profetica, fu incompreso dai più in vita ed è poi caduto nell'oblio dopo
la sua prematura scomparsa. Eppure la
sua lezione rimane ancor oggi istruttiva e illuminante.
Numerosi
e importanti sono i tratti distintivi dell'opera di Olivetti rievocati da
Gallino nel colloquio con Paolo Ceri, (Luciano Gallino, «L'impresa
responsabile. Un'intervista su Adriano Olivetti», a cura di Paolo Ceri,
Edizioni di Comunità, Milano 2002, pagg. 150, euro 12,39), su su cui sarebbe necessario soffermarsi se lo
spazio ce lo consentisse. Tuttavia, sia
quelli teorizzati nei suoi scritti, sia quelli emersi dalle sue scelte
operative, sono sostanzialmente riconducibili a un comune denominatore: ossia
al concetto che egli aveva della natura e della missione dell'impresa. Giacché pensava che essa dovesse non solo
produrre ricchezza e competere efficacemente sul mercato, ma accrescere
l'occupazione, ripartire in modo equo i frutti del lavoro, promuovere le
condizioni più idonee per lo sviluppo di nuove forme di autogoverno, per la
diffusione di una cultura laica e pluralista, per un'organizzazione del territorio
compatibile con la qualità della vita.
Oggi che rischia di divenire preponderante l'assunto che compito precipuo dell'impresa sia unicamente di creare valore per gli azionisti, è bene tornare a riflettere sugli insegnamenti lasciatici in eredità da Olivetti. Non solo per evitare che i processi in corso, sulla scia della rivoluzione informatica e della globalizzazione finanziaria, degenerino in una sclerosi dell'economia reale e in una deriva sociale. Ma anche perché il suo modo di intendere le politiche del lavoro e le relazioni industriali, e il ruolo cruciale da lui attribuito in anticipo sui tempi alle innovazioni, alla ricerca e alla formazione, costituiscono altrettanti modelli di riferimento per coloro ai quali stia a cuore un sistema d'impresa che sappia conciliare obiettivi aziendali di crescita e ammodernamento delle capacità produttive con esigenze e finalità d'interesse collettivo.