![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 FEBBRAIO 2002 |
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La difesa del pluralismo dei valori è il vero leitmotiv di tutta
l'opera di Berlin
In
un'intervista rilasciata all'inizio degli anni Novanta, Isaiah Berlin, per
spiegare quale poteva essere l'utilità della filosofia, raccontava l'aneddoto
di un professore, tale J.A. Smith, che agli inizi del secolo scorso teneva a
Oxford un corso per studenti di altre facoltà. Nella sua lezione inaugurale
così parlava all'uditorio: "Voi tutti, gentili signori, avrete diverse
carriere. C'è chi diventerà avvocato, dottore, ingegnere, soldato,
amministratore pubblico, proprietario terriero. Altri intraprenderanno carriere
religiose o politiche. Lasciate dunque che vi avverta. Tutto ciò che dirò in
queste lezioni vi sarà di scarsissima utilità nei vostri campi specifici. Una
cosa però posso promettervi: se seguirete questo corso fino alla fine, sarete
per sempre in grado di capire quando una persona sta dicendo delle
scempiaggini".
Berlin non
si è certo limitato a frequentare un corso introduttivo alla filosofia. Prima
di abbandonare, nel 1944, questa disciplina per dedicarsi alla Storia delle
idee, egli è stato, per un buon tratto della sua lunga vita, filosofo a pieno
titolo, in un tempo e in un luogo, la Oxford tra gli anni Trenta e Cinquanta,
che ben identificano un "indirizzo" tra i più significativi del
Novecento. Come ha ricordato nel saggio autobiografico su "J.L. Austin e i
primi passi della filosofia di Oxford" - pubblicato in Impressioni personali
-, tutto iniziò nel '36-37 con gli incontri settimanali tra alcuni giovanissimi
filosofi (il più anziano aveva 27 anni). Neppure Austin, che ne era il
principale animatore, era del tutto sicuro di voler intraprendere una carriera
filosofica, ma era convinto che, così come era insegnata a Oxford, la filosofia
fosse un'ottima cosa per i giovani, "se non altro perché alimentava in
loro un atteggiamento critico, anzi scettico, che per lui era l'unico antidoto
a quella che chiamava una "vita da scimuniti"".
Avrebbe poi
modificato il suo giudizio vedendo che le sue argomentazioni razionali si
dimostravano spesso impotenti "contro gli idoli tradizionali e le ingenue
credenze di alcuni dei suoi allievi più dotati". Un vero smacco per
Austin, che a detta di Berlin era il miglior insegnante che si potesse
desiderare: "Aveva una passione per le informazioni esatte, fattuali, per
l'analisi rigorosa, per le conclusioni verificabili, per la capacità di
comporre le cose in un tutto unico per poi scomporle di nuovo, e detestava l'imprecisione,
l'oscurità, l'astrazione, ogni tentativo di sottrarsi ai problemi rifugiandosi
nelle metafore o nella retorica o nel gergo specialistico o nelle fantasie
metafisiche". Lo stesso neopositivismo in quell'ambiente era accolto,
grazie soprattutto ad Alfred Ayer, come una salutare ventata antimetafisica,
con uno spirito di stampo chiaramente illuministico, anche quando sotto il
fuoco delle critiche finivano gli stessi assunti del positivismo e
dell'empirismo.
Berlin
condivideva tutto questo. E di quello spirito saranno impregnati anche i suoi
scritti successivi di storia delle idee, dedicati ai temi più svariati: gli
scrittori russi (da Tolstoj a Turgenev a Herzen), le radici del pensiero
politico moderno, ritrovate in Machiavelli, lo storicismo di Herder e Vico, la
nascitadello spirito romantico, il pensiero reazionario di de Maistre. Per
questo è interessante leggere anche i suoi scritti più decisamente filosofici,
nei quali peraltro è già evidente la tendenza alla contestualizzazione storica.
E non solo i più noti, vale a dire i Quattro saggi sulla libertà, dei quali
"Due concetti di libertà", del 1958, costituisce uno dei testi più
citati e letti della filosofia politica della seconda metà del Novecento, un
vero classico del pensiero liberale; ma anche quelli che erano a lungo finiti
nel dimenticatoio, finché Henry Hardy, alla fine degli anni Settanta, con la
complicità di un filosofo di prima grandezza come Bernard Williams, non
convinse il riluttante Berlin a raccoglierli in un volume intitolato Concepts
and Categories.
Con il
titolo del primo di quei saggi, Il fine della filosofia (Edizioni di Comunità,
Torino 2002, pagg. 254, € 22,00), quel libro è stato ora pubblicato in
traduzione italiana per le Edizioni di Comunità. Contiene le critiche, assai
originali, che Berlin mosse agli assunti del positivismo logico. In saggi come
La verificazione, Proposizioni empiriche e asserzioni ipotetiche e La
traduzione logica - scrive Williams nella prefazione - egli "mira a
colpire il miscuglio di epistemologia e di logica che ha contraddistinto la
tradizione empirista". Altri saggi riguardano invece più da vicino le
scienze umane, il loro statuto epistemologico, o le loro condizioni di
possibilità. Tra questi: Il concetto di storia scientifica, Esiste ancora la
teoria politica?, L'uguaglianza e "Liberati dalla speranza e dalla
paura", nel quale si mette in dubbio l'idea, assai radicata nella nostra
tradizione filosofica, che la conoscenza sia sempre liberatrice.
In Berlin, osserva sempre Williams, "non esiste argomento astratto o analitico che non abbia un nesso col pensiero storico e personale". Ed è questo un tratto che si collega con il lascito più significativo di Berlin: la sua idea del pluralismo, pervasiva in tutta la sua produzione successiva, la quale si lega a una concezione del liberalismo scettica rispetto alla possibilità di costruire - dello stesso liberalismo, e in generale dei problemi etici e politici - una teoria coerente e fondata razionalmente. Tra le domande identificate come autenticamente filosofiche, nel saggio sul "fine della filosofia", la maggior parte riguardano questioni di valore. Ma, sostiene Berlin, i valori sono più d'uno, e spesso sono in conflitto tra loro: denunciare l'errore della maggior parte delle teorie filosofiche di ogni tempo, che vorrebbero invece che tutti i valori supremi fossero coerenti tra loro, significa anche affermare una verità fattuale, corroborata da una solida argomentazione. Il pluralismo - dei valori, delle culture, dei modi di vita, delle visioni del mondo - è un fatto, e una percezione corretta degli eventi sociali, etici e politici, deve partire da questa considerazione. In difesa della quale Berlin argomenterà per tutta la vita, sia descrivendo, da storico delle idee, la straordinaria varietà dei valori umani, sia continuando ad argomentare con il rigore appreso tra i filosofi di Oxford. E senza mai dimenticare le parole con cui chiudeva il saggio che dà il titolo a questo volume: "Il fine della filosofia è sempre il medesimo, aiutare gli uomini a capire se stessi e quindi a operare alla luce del giorno e non paurosamente, nell'ombra".