RASSEGNA STAMPA

10 FEBBRAIO 2002
LELIO DEMICHELIS
Nell’eterno conflitto tra l´Io e l´Inconscio, meglio essere pessimisti che vivere di illusioni

Un ragazzino ruba un cocomero e lo porta in un luogo tranquillo per gustarselo. Quando, al taglio del frutto, ne scopre la desolante acerbità, ecco che nel ladro accade qualcosa: il colpevole colpevolizza il derubato, reo d´aver messo in vendita frutti immaturi. Il ragazzo tornerà al banco razziato e si farà passare per un acquirente deluso ed indignato, ottenendo, ad un tempo, un cocomero maturo e le scuse di un mortificato e gabbato venditore. Intorno a questo aneddoto di Mark Twain, in cui il comico si ribalta in paradossale riflessione morale, si sviluppa Il cocomero rubato, libro bello e denso di Silvia Lagorio e Clementina Pavoni, analiste junghiane. Il testo, composto da due saggi autonomi, si inserisce nell´annoso, non ancora superato dibattito tra freudiani e junghiani, componendo un percorso intorno alle concezioni etiche delle grandi scuole psicodinamiche. Le autrici approfondiscono in particolare i temi del Super Io, dell´individuazione junghiana e del narcisismo. Lungi però dalle tentazioni sincretistiche del cosiddetto neojunghismo, Lagorio e Pavoni ci conducono ad una ri-scoperta di alcuni tra gli aspetti più severi e più scomodi della riflessione psicoanalitica. A tal proposito Silvia Vegetti Finzi - in una prefazione che vale un terzo saggio - sottolinea la capacità del libro di mettere in luce l´originale "pesantezza" del pensiero junghiano senza edulcorarlo od adattarlo alla post modernità come altri hanno tentato di fare. La prima parte è dedicata a due testi paralleli ed apparentemente antitetici: L´Io e l´Es, chiave della maturità freudiana e L´Io e l´inconscio, di Jung. La loro disamina ci riporta ad un passaggio delicato e centrale del `900. Mi riferisco a quello tra l´etica del "sii ciò che ci si aspetta da te" - ricollegabile al concetto di civiltà di colpa individuata da Dodds nel vecchio, splendido I Greci e l´irrazionale ed alla morale borghese e positivistica della responsabilità, così presente nel pensiero freudiano - e l´etica, inquieta ed inquietante, del "divieni ciò che sei", centrale in Jung. Sia in Freud sia in Jung il problema etico viene peraltro vissuto come la scoperta e l'assunzione della verità su se stessi. Una verità triste e malagevole che conduce alla cosiddetta morte narcisistica, ossia alla perdita delle illusioni su di sé ed ad un lucido pessimismo che a buona ragione può definirsi stoico. Nella seconda parte, dedicata a diversi testi capitali della letteratura dell´800 e del ´900, vengono invece indagate, alla luce del concetto di narcisismo e delle sue varie declinazioni, la posizione del Sé come luogo dell´energia e dell´individualità e quella dell´Io, junghianamente crocifisso tra etica ed ombre interiori ad ogni "progressivo sviluppo e differenziazione della coscienza". E´ attraverso questa crocifissione, questo sacrificio di cui la croce stessa è il millenario simbolo, che si svolge il compito etico dell´Io. Compito di mediazione nei confronti dell´Altro per eccellenza, quello che abita dentro di noi, Es o Inconscio e che si manifesta freudianamente attraverso la pulsione di morte ed il primato dei sentimenti negativi o, secondo Jung, nell´erompere degli archetipi, forme fondamentali e dominanti dell´inconscio collettivo, che ci invadono e ci sommergono. L´Io "non è padrone in casa propria" e di fronte a queste potenze il suo lavoro diviene un duro "esercizio di mortificazione", che richiama la psicoanalisi al valore di una disciplina esistenziale prima ancora che di una terapia (se mai questo termine sia stato adatto a definirla, al di là del suo originario significato di prendersi cura). Molte riflessioni nascono dalla lettura de Il cocomero rubato, a partire dal richiamo implicito a quello che è - deve essere - il dubbio dell´analista: qual è la mia etica di riferimento? è giusto che tale etica influenzi, sia pur involontariamente, il paziente? Un quadro etico è indispensabile nel mestiere incerto dell´analista, pur nel dovere della costante sospensione del giudizio, nata dall´ascolto di situazioni dolorose ed irrisolvibili. Ma, se tale atteggiamento è necessario, pure bisogna essere attenti ad evitare le secche di un relativismo indiscriminato ed assolutorio. Marcello Bernardi ricordava che, anche in un´epoca di multiculturalismo, esistono cose che non possono e non devono essere accettate. Pensiamo a certi aspetti della legge islamica che oggi tanto c´indignano od all´"ultra aequinoxialem non peccatur", oltre l´equatore nessun peccato, che ha tragicamente accompagnato la conquista cristiana dell´America del Sud e che abbiamo così facilmente dimenticato. Giunge pertanto bene accetto il richiamo da parte delle due autrici all´"indigesta eredità della psicoanalisi", ai suo aspetti pesanti, difficili, di tonico pessimismo sull´anima dell´uomo, in contrasto alle "varie mistiche attuali", dalle neuroscienze alla New Age. Un pessimismo che sempre accompagna, sotterranea vena di malinconia, il cammino in chiaroscuro dei due strani compagni, l´analista e l´analizzando.
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Il mondo dell'uomo