![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 FEBBRAIO 2002 |
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Esce da Adelphi la prima edizione in una lingua occidentale di
quel testo cabalistico, Le porte della giustizia, di cui Scholem aveva dato
notizia nel suo capolavoro, Le grandi correnti della mistica ebraica. Fu
redatto probabilmente a Messina, verso la fine del Duecento, da un discepolo
del celebre cabalista, Abulafia, che credendosi il Messia tentò di incontrare
il papa"
Apritemi le
porte della giustizia, voglio entrarvi e rendere grazie al Signore" - così
recita il Salmo 118, 19, da cui prende il titolo il volume di Natan ben
Sa'adyah Har'ar, apparso di recente nella prestigiosa "Biblioteca
Orientale" della Adelphi, a cura di Moshe Idel, e degno di grande
attenzione per almeno due motivi. Innanzitutto perché offre la prima edizione
in una lingua occidentale di quel testo cabalistico, Le porte della giustizia,
del quale il lettore appassionato all'argomento aveva notizia attraverso la
lunga citazione di Scholem all'interno del capitolo dedicato ad Abulafia
nel suo capolavoro, Le grandi correnti della mistica ebraica, là dove si
descrive l'esperienza straordinaria vissuta dal cabalista medievale, che vide
il suo corpo farsi luce, insieme ad altri mirabili segni paranormali. In realtà
Moshe Idel, uno degli studiosi del pensiero ebraico maggiormente accreditati,
dimostra con ragionevole fondatezza che autore dell'opera non è Abulafia, ma un
suo discepolo, Natan, appunto, del quale si cercano di dare anche le
coordinate biografiche e culturali essenziali. Poi perché il libro presenta
nella sua parte iniziale, la più ampia (350 pagine), uno studio sul fenomeno
della Qabbalah in generale e su quella cosiddetta "estatica" in
particolare - ed è proprio questo a dargli particolare rilevanza.
Le porte
della giustizia è un testo redatto probabilmente a Messina, verso la fine del
Duecento, da un autore su cui non sappiamo molto, ma che fu discepolo di quel
celebre cabalista, Abulafia, che giunse a credersi il Messia e che tentò
perfino di incontrare il papa, probabilmente per un tentativo di conciliazione
e di sintesi tra Israele e i Gentili, mediato appunto dalla cabbala - un'idea
destinata a ripresentarsi nella storia, ad esempio con la cosiddetta
"cabbala cristiana" di Giovanni Pico della Mirandola, nel
Rinascimento fiorentino. Cabbala (o Qabbalah, come oggi si preferisce scrivere)
è parola ebraica che significa "tradizione", e che compare per la
prima volta agli inizi del Duecento, probabilmente negli scritti di Isacco il
Cieco: di certo, comunque, il fenomeno cabalistico inizia in Catalogna in quell'epoca,
ovvero negli stessi luoghi e nello stesso tempo in cui si manifestava il
catarismo. L'importanza de Le porte della giustizia è data dal fatto che in
esso compaiono tutti i diversi aspetti della cabbala, che non è infatti
fenomeno univoco.
Il primo e
più noto aspetto della cabbala è quello legato alla cosiddetta gimatryya,
ovvero alla possibilità di dare un valore numerico alle lettere dell'alfabeto
ebraico, in modo tale che ciascuna parola ne assuma, per somma, uno
complessivo, e, insieme, alla possibilità di combinare con molteplici tecniche
le parole, o gruppi di esse, ricavandone nuove parole e nuovi significati,
dando addirittura un significato arcano alla forma delle lettere. Se si tiene
presente da un lato il particolare che la scrittura ebraica non indicava le
vocali (così, ad esempio ain, "nulla", ha le stesse lettere di ani,
"io", e ciò permette di identificare io e nulla) e, dall'altro, il
valore sacrale dato al testo biblico e alla sua lingua, considerata divina,
lingua originaria e madre di tutte le lingue, si comprende come la cabalistica
potesse soddisfare l'esigenza di una penetrazione esoterica, più profonda,
della verità rivelata nella Scrittura, fino a dare alla cabbala valore di
conoscenza salvifica, gnosi di redenzione, e al cabalista - come fu appunto per
Abulafia - pretese messianiche.
In realtà,
il lettore contemporaneo non può non guardare con distacco alla cabbala sotto
questo aspetto, che la conduce più verso l'enigmistica che verso la letteratura
spirituale, e l'interesse che per essa nutrono linguisti, semiologi,
psicoanalisti, tutti in qualche modo persuasi della coincidenza lingua-realtà,
nulla ha a che fare con l'ambito religioso e col valore di verità. In merito
non si può non condividere infatti l'opinione dell'ebreo Spinosa, che
scriveva nel suo Trattato teologico-politico di avere letto e conosciuto alcuni
cabalisti, le cui chiacchiere e la cui follia non avevano mai cessato di
stupirlo, tanto da non capire se esprimessero quei pensieri puerili per
stoltezza e devozione da vecchiette, oppure - come è più probabile - per
arroganza e malizia, ovvero per esser ritenuti gli unici possessori dei misteri
divini. E non è un caso se Kabale è andato in tedesco a significare imbroglio,
inganno. Certo è, comunque, che la cabbala come pratica così intesa non esiste
più da secoli, ovvero da quando la Scrittura è diventata oggetto della
filologia e, insieme, agli ebrei è stato dato accesso all'istruzione
scientifica superiore.
Ma la
cabbala non ha solo questo aspetto. Da apporti di lontana ascendenza ellenica,
o medio-orientale (gli Oracoli caldaici) , poi da contemporanee influenze
musulmane (il sufismo), nella cabbala confluiscono anche da un lato concetti
tipici della filosofia, come la distinzione aristotelica tra intelletto attivo,
passivo, ecc., dall'altra credenze magico-astrologiche, combinate con la
Scrittura, in modo certamente sgradito all'ortodossia rabbinica. Già quel Sefer
yesirah, o Libro della creazione, che risale a un periodo compreso tra il terzo
e il sesto secolo d.C., e al quale si riferiscono sempre come autorità i
cabalisti - ivi compreso l'autore de Le porte della giustizia - metteva infatti
in relazione i dieci numeri primordiali con le lettere dell'alfabeto ebraico e
con le manifestazioni, o "potenze", divine, ma anche con le stelle e
i pianeti, nel quadro di quella corrispondenza macrocosmo-microcosmo che
giustifica teoricamente le pratiche magiche. Non meraviglia perciò trovare
nell'opera di Natan anche questa componente, così come, d'altro canto, non
meraviglia constatare che quel che resta di fatto oggi della cabbala in Israele
sia la magia.
Dal vero
padre della mistica occidentale, Plotino e il neoplatonismo, confluisce però
nell'opera anche il fondamentale concetto di distacco, "spoliazione",
ossia la necessità di purificare l'anima e l'intelligenza da tutti i contenuti
e le forme determinate, riconducendola a "semplicità" (àplosis),
perché possa ricevere la pura luce divina e divenire uno nell'Uno. Luce
intellettuale, spirituale, che non può vedersi con gli occhi del corpo, secondo
i mistici neoplatonici, poi anche cristiani (basti pensare ad Agostino), ma che
invece diventa luce in senso fisico nella parte più suggestiva del libro,
quella già fatta conoscere da Scholem, ove l'autore descrive la propria
esperienza estatica, ovvero quel "farsi luce" che visse nel corso di
una serie di notti dedicate alla pratica cabalistica. In questa straordinaria
commistione di motivi, dalla filosofia greca all'interpretazione numerologica
della Scrittura, dal distacco ascetico-spirituale alle operazioni magiche, sta
certamente il fascino dell'opera, ma anche la sua difficile unitarietà - che è
poi anche il problema della difficile sussistenza di una "mistica
ebraica". Problema al quale, appunto, è dedicato l'ampio studio di Moshe
Idel, che passa in rassegna le diverse forme storiche di cabbala - teosofica,
estatica, profetica, magica, ecc. - e insieme le discute teoricamente,
nell'ambito di quella che anch'egli chiama "mistica". Denominazione
molto generica, della quale non c'è dubbio vi sia oggi una impetuosa ripresa;
pur non volendo erigere divieti linguistici, resta però vero che la precisione
concettuale è positiva per la scienza quanto per la morale, e che la confusione
non giova a nessuno. Mentre si dice, ad esempio, "la filosofia della
Fiat", intendendo la sua strategia aziendale, va da sé che Agnelli non si
inscrive nella stessa categoria di Socrate. Venendo a noi: "mistica
ebraica" è un'espressione oggi corrente, ma che non ha nemmeno un secolo
di vita, dal momento che a "lanciarla", se non proprio a coniarla, è
stato soprattutto Scholem, nel preciso contesto della cultura tedesca tra le
due guerre mondiali. In precedenza l'espressione non circolava, anche perché
sarebbe suonata a orecchi esperti assurda come "un ferro di legno",
dal momento che "mistica" indica essenzialmente l'indicibile unione
Dio-uomo, mentre l'ebraismo è per eccellenza la religione della sublime
trascendenza di Dio, che è impossibile, o blasfemo, pensare unito all'uomo.
Del resto,
l'espressione in oggetto si è potuta diffondere solo grazie alla prevalenza
della cultura e della lingua inglese, ove "mistico" suona
genericamente come irrazionale, visionario, paranormale, o comunque non
riconducibile alle categorie della scienza e della logica - ovviamente di marca
positivista. L'impossibilità, a rigor di termini, di una mistica ebraica, è
perciò l'opinione dei maggiori fenomenologi della religione, che concordemente
sottolineano come l'ebraismo sia di per se stesso inconciliabile con la
mistica, e sia invece essenzialmente religione profetica, ossia di quel Libro e
di quella Parola che sanciscono in modo irrevocabile l'alterità di Dio. Questa,
si badi bene, era anche l'opinione dell'inventore della "mistica
ebraica", ovvero Scholem, il quale continuò sempre a sottolineare che per
il mistico ebreo, estatico quanto si vuole, l'identità tra Creatore e creatura
resta sempre qualcosa di assurdo - e perciò la mistica nell'ebraismo non ha a
che fare con l'unione, ma solo con quella che Scholem chiama "comunione mistica",
ossia con un generico sentimento di vicinanza, una sorta di semi-unione.
Le
"grandi correnti della mistica ebraica", dunque, non solo sono assai
diverse l'una dall'altra, unite solo dal carattere esoterico, ma anche hanno
assai poco in comune con l'essenza della mistica, quale nasce in Grecia e si
sviluppa poi nel cristianesimo - religione della umanità di Dio e divinità
dell'uomo - o, sotto altri cieli, nell'India della Bhagavadgita.
Nel suo
saggio, tuttavia, Moshe Idel vuole correggere Scholem, sostenedo che nella
mistica ebraica vi sono anche esperienze di unione completa tra uomo e Dio,
seppur limitate a pochi momenti estatici, per cui essa deve considerarsi
mistica in senso pieno. Ma lo studioso israeliano - che dichiara peraltro di
non essere un mistico, in quanto privo di esperienze estatiche, e con ciò
mostra appieno quale limitato concetto abbia della mistica - non vede che
proprio l'idea della visione estatica, dell'unio mystica limitata a pochi
momenti, non fa altro se non ribadire la sostanziale e duratura alterità di Dio
e, quel che forse è ancora peggio, fa di Dio un oggetto determinato, che può
vedersi o comunque cogliersi da parte dell'uomo. Sotto questo aspetto, perciò,
la visio beatifica, la visione di Dio, sarebbe in realtà visione terrifica,
perché sancirebbe in modo definitivo l'alterità di Dio, ridotto peraltro a
oggetto finito, e quindi a idolo.
Quel che si
vede, comunque, non è Dio: la concorde tradizione mistica lo sottolinea sempre,
prendendo insieme le distanze da ogni tipo di visioni, di estasi e di
"tecniche" vòlte a indurre degli "stati" particolari, con
conseguenti fruizioni paranormali. La "visione di Dio" - come
nell'omonima opera di Cusano - va intesa dunque non come visione che l'uomo
ha dell'oggetto Dio, ma come l'assunzione da parte dell'uomo del punto di vista
di Dio: l'occhio dell'uomo che diventa tutt'uno con l'occhio di Dio, facendo
così un unico occhio, un'unica intelligenza, un unico amore, come recita quella
celebre frase di Eckhart che suggestionò profondamente anche Hegel. Ovvero
l'unione tra Dio e l'uomo non è il "contatto" più o meno presunto e
presuntuoso, comunque eccezionale e fugace, tra due enti separati, bensì la
normale, costante, quotidiana unitas spiritus, unità nello spirito e dello
spirito, cioè il vivere la vita divina, che è poi la vita propriamente umana.
Credo che
anche da questi accenni risulti evidente come il terreno della mistica sia
l'universale, non il particolare, e per lo stesso motivo lo studio e la
discussione su di essa abbiano tanto importanza e non possano esser considerati
mero argomento di curiosità esoteriche, dal momento che toccano i problemi
essenziali dell'uomo: religioso, filosofico, psicologico. Che compaiono infatti
nella mistica per così dire allo stato puro, nella loro unità essenziale, ove
conoscenza di se stessi e conoscenza di Dio fanno un tutt'uno, secondo il noto
precetto dell'Apollo delfico, per cui l'approccio meramente linguistico non
basta, e rischia anzi di essere fuorviante, ossia di portar fuori dalla
"cosa stessa".
In conclusione del suo saggio Idel propone la suggestiva ipotesi che il Natan autore de Le porte della giustizia sia colui che ha fornito il nome al "Natan il saggio" dell'omonima opera di Lessing: il che testimonia non solo che egli ha avuto "maggior gloria nella letteratura tedesca di quanta non ne abbia avuta nella storia della Qabbalah", ma - ben di più - che il terreno della mistica è quello dell'incontro, della tolleranza e della comprensione - il terreno di ciò che riguarda l' universale dell'uomo, appunto, e niente affatto quello del dogmatismo, dell'integralismo e di tutto ciò che ne consegue.