RASSEGNA STAMPA

9 FEBBRAIO 2002
editoriale
L'Amore al tempo del Simposio

L'insegnamento di Platone

L'inizio del Simposio è protetto da una specie di sbarramento della memoria. La cena in casa del poeta Agatone, nella quale Agatone stesso, Socrate, Aristofane e altri parlarono dell'Amore, non è recente. Inoltre, chi riferisce quei discorsi, non vi assistette di persona: ha udito il racconto da qualcun altro. L'argomento è troppo incandescente, perché un semplice sipario debba separarci da un mistero così profondo. Saremmo abbagliati da questo mistero. Meglio avvicinarsi con cautela, correndo il rischio di qualche inganno. Socrate parlerà alla fine. Continuando nel gioco delle distanze, nasconderà le proprie opinioni nelle parole che gli rivolse un giorno la sacerdotessa Mantinea. Chi ascolta, tuttavia - e il lettore con lui - è abbastanza scaltrito, oramai: sa che le parole della sacerdotessa sono quelle di Socrate. Le parole che più delle altre colgono il vero. Infatti, rimane senza fiato. Le ascolta come si ascolta il meraviglioso canto dei cigni. I cigni - ricorda Giovanni Reale nell'importante introduzione del Simposio di Platone (Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, pagine 384, euro 24,79) - cantano in quel modo sublime, perché sanno di essere vicini a dio. Anche gli ospiti di Agatone che son stesi sui triclini e hanno moderatamente bevuto, sentono di essere vicini a qualcosa di ineffabile e profondo. Il senso del mistero, attorno al quale con grazia hanno girato intorno, è molto meno lontano di quanto immaginassero. Anzi, è lì. Perché Amore non è un dio. È un demone: un essere che è immortale e mortale, ha una componente divina e una umana, sospinge l'anima e il corpo. Ed è dentro di loro.

Cos'è l'Amore? Questa è la domanda che alcuni personaggi della vita culturale ateniese si rivolgono, sperimentando risposte ardite o possibili, nella stanza quadrata in cui ciascuno di noi avrebbe voluto essere, mentre cala la sera. I servi hanno lavato le mani e i piedi nei bacili d'argento. Versano il vino. Comincia Fedro. Sostiene l'importanza dell'amore. Solo chi ama, infatti, muore per amore. Cita Alcesti, la tenera donna che si offrì alla morte per risparmiare suo marito Admeto. Il secondo intervento è di Pausania. Cercando di innalzare il tema, egli dice che è bello se l'amato concede i propri favori all'amante, in vista della realizzazione della sapienza e della virtù. Erissimaco abbraccia l'universo. Egli vede l'amore ovunque: fra gli uomini e gli animali, nella natura, nel corso delle sfere celesti. L'amore è armonia. Ma ecco che interviene Aristofane. Il suo, è il discorso apparentemente più bizzarro, figurato e per simboli, attraverso il quale, però, si incomincia a intravedere uno spiraglio di senso.

Aristofane racconta che, all'inizio del mondo, gli uomini e le donne erano indivisi: formavano un essere sferico e unico, con quattro gambe e quattro braccia. I sessi erano tre: quello maschile che traeva origine dal sole, quello femminile, derivato dalla terra, e quello androgino che comprendeva uomo e donna e traeva origine dalla luna. Erano felici questi esseri primordiali, compiuti, che invece di camminare procedevano ruotando? Evidentemente, non del tutto. Cercarono di usurpare il trono degli dei e Zeus li punì dividendoli a metà. Da quel momento, gli esseri umani cominciarono a desiderare quello che a loro mancava: gli uomini cercarono gli uomini, le donne le donne, e le due metà dell'androgino, l'uomo e la donna, desiderarono essere di nuovo uno. Non solo nel corpo, anche nell'anima, ovviamente.

Per ultimo, viene Agatone, il padrone di casa. Fa un elogio dell'amore. Dice che è il più bello e il più buono degli dei: perché è giovane, delicato, morbido, si posa sui fiori, si insinua nei cuori svegliando le reciproche affinità.

È il turno di Socrate. Dapprima si schermisce; poi accetta di esporre il suo pensiero con parole semplici. Parte, ponendo rapide domande alle quali dà rapide risposte, dal discorso di Aristofane. Cos'è il desiderio? È la brama di possedere qualcosa che manca. Per esempio, possedere un corpo bello, un'anima bella? Sì. Dunque, Amore è desiderio di cose belle e buone? Sì. Ed è desiderio di possederle per qualche tempo o per sempre? Per sempre. Infatti, cos'è che alla fine non si possiede per davvero? L'immortalità. L'Amore, dunque, ci avvicina all'immortalità. E come si manifesta questa tensione amorosa nell'uomo? Si manifesta nella procreazione; allorché i corpi e le anime gravide d'amore si incontrano e desiderano partorire: produrre il bene che hanno dentro ed è confuso nel desiderio o si è acceso nell'incontro con una persona bella, nell'anima e nel corpo.

È il cuore del Simposio . Contiene parole oscure e luminosissime, ben più ardue di quelle che descrivono la salita mistica. Come non pensare, ascoltandole quattrocento anni prima della nascita di Cristo, al mistero dell'incarnazione, alla sconfitta della morte? "È in questo modo che tutto ciò che è mortale si mette in salvo... lasciando, in luogo di quello che va via e invecchia, qualcos'altro che è giovane e simile a lui". Essendo gravidi di un qualcosa che si vuol donare o perdere: perdendosi, o morendo, in un altro corpo, in un'altra anima bella, gli uomini mortali lasciano un segno della loro esistenza destinato a riprodursi e a durare per sempre.

Ma ecco che arriva Alcibiade. E' ubriaco. Ama Socrate e lui non lo ricambia. Il Simposio non sarebbe lo stesso se non ci fosse il racconto di questo seduttore scapestrato e insoddisfatto, che ci riconduce al timbro colpevole e gioioso della lussuria. E finalmente, tutti dormono. Non Socrate. Lui veglia. E, quando è l'alba, s'alza, va a casa, si lava e si trasferisce al Liceo, dove rimarrà l'intero giorno.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti