RASSEGNA STAMPA

8 FEBBRAIO 2002
MAURIZIO VIROLI
Etica e impresa: l'Onu benedice il matrimonio

Oggi a Roma viene presentato il Global Compact, il documento di Kofi Annan sui diritti umani nelle aziende

Le osservazioni di Angelo Benessia sulla responsabilità sociale dell'impresa e sull'integrità quale valore guida della cultura manageriale hanno trovato negli ultimi anni una seria attenzione nel mondo imprenditoriale e nelle organizzazioni internazionali. Le riviste legate alle più autorevoli scuole di business americane, ad esempio, pubblicano con rilievo studi che dimostrano, con dati e cifre, che le imprese che si comportano con correttezza e integrità con gli azionisti, i finanziatori e i clienti prosperano nel lungo periodo più delle imprese che considerano l'integrità e la correttezza inutili o dannosi.

Come ha sostenuto Frederick Reichheld nell'articolo Lead for Loyalty (Harvard Business Review), le imprese che agiscono con correttezza costruiscono rapporti di lealtà con i dirigenti (soprattutto i dirigenti di alto livello), con i dipendenti, con i clienti e con i finanziatori che non solo riducono i costi di gestione ma aiutano a superare i momenti difficili dovuti a difficoltà di mercato o al rafforzamento delle imprese concorrenti.

Inoltre è più vantaggioso per le imprese operare nell'ambito di comunità in cui vi è un alto tasso di fiducia e di cooperazione fra gli individui (quello che gli studiosi definiscono "social capital", un'espressione che a me pare si dovrebbe tradurre in italiano come capitale o ricchezza civica) piuttosto che in comunità dove gli individui si fidano poco e cooperano malvolentieri, per non parlare di comunità dominate dalla corruzione. Fare affari con persone di cui non ti puoi fidare è faticoso e costoso, e nel lungo periodo la corruzione avvilisce le energie creative delle imprese e premia i peggiori.

Questo significa che le imprese che prendono sul serio l'idea di responsabilità sociale aiutano le comunità ma aiutano anche se stesse. "Altruismo e impresa", come osserva Benessia, non sono affatto "termini incompatibili". È vero che con il pretesto dell'etica non si devono attribure alle imprese "compiti e funzioni che non le appartengono". Ma è altrettanto vero che anche gli imprenditori sono cittadini e come tali hanno i doveri morali nei confronti della comunità. Anzi, hanno doveri morali particolarmente onerosi. In quanto persone di successo essi sono modelli di comportamento.

Le loro parole e le loro azioni ispirano il modo di agire di molti, nell'impresa e nella società. Come i politici, gli imprenditori possono fare molto bene o molto male. Avere un'élite imprenditoriale corretta e motivata da un forte senso si responsabilità sociale (e di responsabilità verso l'ambiente e verso i diritti umani) sarebbe dunque una risorsa preziosa per l'intera comunità e per la comunità internazionale.

È per questa ragione che l'ONU, su diretta iniziativa del Segretario generale Kofi Annan, ha promosso un Global Compact (globalcompact@un.org ) per incoraggiare le più prestigiose e potenti imprese del mondo a impegnarsi concretamente nella difesa dei diritti umani nel mondo, nella lotta contro la miseria e l'analfabetismo, nella tutela dell'ambiente, nel rispetto dei diritti dei lavoratori, nella tutela dei patrimoni storici e culturali delle comunità.

Il Global Compact non è un'istituzione che pretende di regolare le strategie delle imprese ma una accordo su valori al fine di promuovere un'educazione istituzionale, incoraggiare il dialogo, disseminare comportamenti conformi a principi universali. Poiché il mercato è diventato globale, spiega il documento dell'ONU, anche i principi e i comportamenti delle imprese (corporate citizenship) devono diventare globali. Nella nuova economia globale è vantaggioso anche dal punto di vista dell'impresa ("it makes good business sense") fare propri i principi del Global Compact e metterli coerentemente in pratica.

Il Global Compact non è un'istituzione caritatevole, ma è un occasione per le imprese di esercitare un ruolo di leadership nel mondo sulla base del loro interesse illuminato ("enlightened self-interest"). Per fare parte del Global Compact non occorrono molte formalità. È sufficiente una lettera formale al Segretario Generale delle Nazioni Unite in cui il responsabile dell'impresa si impegna a sostenerne i valori. Ma per essere accettati è necessario poter documentare attività concrete che dimostrano la coerenza fra parole e fatti.

Non è ancora il riconoscimento della dignità e della necessaria autonomia della politica da parte del mondo imprenditoriale che giustamente Gustavo Zagrebelski invoca (La Stampa 30 gennaio), ma è qualcosa di più di un codice di comportamento che le imprese elaborano e gestiscono in proprio.

Le imprese che volessero prendere sul serio la strada della responsabilità sociale e della correttezza, come suggerisce Benessia, si troverebbero dunque in ottima compagnia, e dalla buona compagnia potrebbero trarre, sotto l'egida dell'ONU, alti profitti. Kofi Annan ha posto per il 2002 l'obiettivo di avere nel Global Compact cento multinazionali e mille altre imprese. C'è posto anche per imprese italiane.
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