RASSEGNA STAMPA

7 FEBBRAIO 2002
MINO MORANDINI
Quando la poesia regge la filosofia

A proposito della grandezza di Platone

Il sospetto era nell'aria, e quanti hanno letto Platone in greco ne sanno qualcosa: la sua grandezza che ha vinto i secoli consiste nella poesia che dà voce alla sua filosofia. Senza il fascino estetico dei suoi dialoghi, le sue idee si sarebbero perse o ci sarebbero pervenute, irriconoscibili e irrilevanti, in qualche misero riassunto, come per tutti gli altri filosofi antichi, tranne il suo discepolo e antagonista Aristotele, a sua volta grande e moderno cultore dei segreti della parola. Ora l'impressione di tanti lettori è confermata dal massimo esperto in materia, Giovanni Reale (ospite nei giorni scorsi a Brescia), che nell'introduzione al Simposio di Platone curato per la Fondazione Lorenzo Valla (A. Mondadori Editore) offre una teoria tutta ermeneutica del dialogo platonico sull'eros filosofico. La chiave è nel finale, quando Socrate convince il tragediografo Agatone e il comico Aristofane che vero poeta è chi sa comporre sia tragedie sia commedie, e tale è il filosofo, perché egli solo coglie nella ricerca inesausta del Bene la manifestazione del Bello, per la loro intrinseca unità, oltre l'apparente concretezza ilare o luttuosa delle rappresentazioni sceniche; quindi l'opera filosofica, dialogata come il teatro, giunge più a fondo nella realtà e più in alto nella verità, rendendo la poesia "non solo dolce, ma anche utile, ottima e assolutamente vera", come postulava Platone nella Repubblica. La portata di questa intuizione può essere misurata considerando con Nietzsche che il dialogo inventato da Platone, "prodotto dalla mescolanza di tutti gli stili e le forme esistenti... sospeso a metà fra narrazione, lirica, dramma", è l'antenato del romanzo moderno e della sua ambizione ad essere l'opera totale, erede della poesia epica, lirica e scenica antica e medievale. Del romanzo il Simposio inaugura uno degli schemi retorici caratteristici, il racconto d'un racconto: Apollodoro narra ciò che gli ha narrato Aristodemo, testimone oculare dei discorsi conviviali, riferisce tra l'altro un discorso precedente attribuito da Socrate a Diotima e accaduto attorno al 440 a. C.; in realtà Platone scrive 30 o 40 anni dopo i fatti, collocati nel 416 a. C. quando Agatone vinse l'agone tragico, ed elabora un nuovo mito, portatore di verità più vere del vero storico, nella prospettiva del verosimile tipica del romanzo. Come tale, il Simposio è latore di un messaggio enigmatico e decisivo: l'Eros di cui si parla allude al cammino iniziatico per giungere al rapporto interpersonale con quei Principi Primi e Supremi che Platone rivelava solo ai più intimi e solo oralmente: l'Uno e la Diade, introdotti dal discorso comico-mitico di Aristofane, spiegati da Socrate stesso riferendo il discorso di Diotima e ribaditi e contrario dall'intervento tragicomico di Alcibiade, mentre gli altri quattro interlocutori principali - Fedro, Pausania, Erissimaco e Platone - hanno spianato loro la strada dicendo ciò che Eros non è. Come la confessione finale di Alcibiade, amante deluso della sapienza e ormai incamminato sul declino della corruzione, anche la favola aristofanesca dell'androgino si pone sotto il segno di Dioniso, ebbro dio dell'orrore e della fantasia parimenti irrazionali, mentre ne risulta incorniciato il resoconto tre volte riferito di Diotima, sacerdotessa di Afrodite, iniziatrice di Socrate ai misteri dell'amore divino. Per illustrare con la danza nell'arte preistorica la valenza teologica e linguistica del mito dell'androgino, affine al mito biblico della torre di Babele, va aggiunto al ricchissimo commento del Reale il recente studio paleontropologico del camuno Gaudenzio Ragazzi, pubblicato in La rosa di Sellero e la svastica (Quaderni di Natura Nostra, 11, Savigliano, Cn 1999) con Giuseppe Brunod e Walter Ferreri. Ma il cuore del Simposio è Diotima, l'unica donna, doppiamente esclusa in quanto il rito conviviale era riservato ai maschi e il suo incontro con Socrate è accaduto molti anni prima: eppure a lei tocca svelare la misteriosa natura di Amore, intermediario tra l'uomo e la divinità, unico interprete quindi del senso della realtà, suprema ragionevolezza, linguaggio, poesia. Perciò Diotima è posta sotto il segno di Apollo, dio della sapienza che illumina e fonda una teologia trinitaria - il Bene padre, il Bello figlio, l'Amore che da entrambi procede - destinata, per tramiti in gran parte ancor oggi ignoti, ad un memorabile incontro con il Cristianesimo, incontro che, come dimostrano l'estetica teologica di Hans Urs von Balthasar e la teologia poetica e teatrale di Karol Wojtyla, è ben lontano dall'aver esaurito le proprie potenzialità.
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