![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 FEBBRAIO 2002 |
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A colloquio con lo studioso
francese Jacques Arnould
La storia del cosmo e
dell'uomo: esce da Queriniana un saggio che pone a confronto Darwin con la
teologia
Pochi giorni dopo il matrimonio, Emma Darwin confida, in una lettera, al marito Charles il profondo patimento che le suscitano le ricerche scientifiche da lui intraprese. E Charles, dopo tanti anni, le risponde: «Sappi che tante volte ho coperto di baci e di lacrime questa tua lettera». Nella notte tra il 18 e il 19 aprile 1882, il padre della teoria evoluzionista, sentendosi vicino a morire, confessa: «Non ho paura». La Chiesa d'Inghilterra lo farà seppellire nell'abbazia di Westminster. Nel villaggio di Down, dove la sua famiglia trascorse più di quarant'anni, Charles Darwin aveva svolto il ruolo di quasi-pastore. Eppure in larghi settori della società vittoriana, «la teoria darwiniana fu giudicata ripugnante e abominevole», osserva Jacques Arnould, 41 anni, teologo e scienziato francese, uno dei maggiori esperti di darwinismo.
Arnould, che è un padre domenicano, rileva che non tutto il fronte dei credenti condannò ipso facto la teoria dell'evoluzione delle specie. Nel 1887, il domenicano Dalmace Leroy affermò: «Prevedo che l'idea evoluzionista subirà la stessa sorte di quella di Galileo». Un altro cristiano convinto, il naturalista americano Asa Gray, osservava che la teoria di Darwin non è affatto incompatibile con la nozione di provvidenza divina. Secondo Gray, nel corso dell'evoluzione, la coincidenza degli adattamenti che permettono di coordinare le mutazioni in un organo non può spiegarsi se non mediante un intervento superiore. Seguono, in ordine di tempo - ricorda Arnould - «la crisi modernista, l'affare Teilhard de Chardin, l'enciclica Humani Generis e infine il discorso tenuto nel 1996, di fronte alla Pontificia Accademia delle Scienze, da Giovanni Paolo II, nel quale, senza cercare la pur minima forma di concordismo tra fede e idee evoluzionistiche, il pontefice riconosce il valore scientifico degli studi compiuti oggi dai biologi in materia di evoluzione».
Fatte queste premesse, Arnould, nel suo libro Dio, la scimmia e il Big bang, uscito nei tipi della Queriniana, e preceduto da La teologia dopo Darwin, spiega: «Sono già parecchi anni che navigo nelle acque inquiete delle teorie dell'evoluzione. Perciò voglio rispondere a quanti mi chiedono: come fa a conciliare la sua appartenenza alla Chiesa cattolica, di cui è prete, con la visione darwinista della realtà vivente?».
E qual è la sua risposta?
«Compito del teologo è spiegare Dio ai contemporanei, tenendo conto del loro modo di credere, della loro storia, della loro natura. Oggi non possiamo affermare che Dio è creatore se non ascoltiamo (e, in certa misura, non rispettiamo) il pensiero scientifico sul cosmo, su ciò che vive, ecc. La tradizione cristiana, sia teologica che spirituale e liturgica, contiene l'idea della creatio ex nihilo, la creazione dal nulla. Ma ha prodotto anche la process theology, che sottolinea il divenire della realtà. Queste due idee non sono opposte tra loro. La creatio ex nihilo mette l'accento sulla trascendenza dell'atto creatore. La process theology pone invece in evidenza quella che viene chiamata la realtà in cammino. Comunque la fede resta il fondamento e non la conseguenza».
La storia come "tempo dell'attesa". Le tracce della creazione, lei scrive, vanno ricercate nella lenta trasformazione della realtà.
«L'uomo è il luogotenente di Dio sulla Terra. Fa molto di più che ricercare le tracce di Dio: tende a trasformarsi lui stesso nell'immagine di Dio, a mostrare la sua somiglianza con Dio. Quanto alla creazione, non è soltanto "in attesa", è una realtà che nasce, in corso di sviluppo (è il primo senso della parola "evoluzione", applicata non alle specie ma agli individui). Come afferma San Paolo, la creazione geme nei dolori del parto. Il mondo, cosmico e biologico, ha una storia. Attraverso questa storia, il credente è chiamato a confessare un Dio creatore e anche a dare un senso a una realtà che non ha necessariamente senso, "a priori". Non si vedono dovunque le tracce, le prove, dell'esistenza di Dio (e non ne vedo sistematicamente neppure nella storia dell'umanità!)».
Nel suo libro, lei mette in evidenza tre tipi di creazione: «creatio ex nihilo», «creatio continua», «nova creatio»...
«Sono tre idee della creazione, introdotte dalla teologia cristiana per rappresentare un Dio Creatore che non limita la sua azione al solo inizio della realtà. L'idea della creazione vale per tutti gli istanti, da quello presente a quelli futuri, fino alla fine del mondo. La nova creatio non è una creazione a partire dal nulla ma il seguito della creazione attuale. Quando diciamo che una realtà è creata da Dio, diciamo anche che Dio è la sua origine. E questo rapporto con Dio vale in tutti i momenti
dell'esistenza della realtà. Dio è creatore "qui e ora"».
Lei afferma che non bisogna rifiutare l'idea che il caso possa avere un ruolo nell'evoluzione della materia vivente. Il caso può coesistere con il finalismo?
«Preferisco parlare di "contingenza" invece che di caso: ciò che è avrebbe potuto non essere, oppure essere diverso. La realtà è segnata dal "gioco dei possibili" come dice Francois Jacob. Noi constatiamo una serie di fenomeni aleatori ma dobbiamo riconoscere anche una certa forma di finalità. E poi perché dovremmo avere più paura del caso che del determinismo stretto? Nella Teologia dopo Darwin cito un articolo di dizionario teologico che cerca di recuperare la visione
evoluzionista del vivente dimostrando che il Creatore di un mondo in evoluzione è più "forte" di un Creatore di un mondo immutabile. Personalmente, penso che la mia visione umana è troppo ridotta per fare simili paragoni».
Quale atteggiamento lei suggerisce al credente, di fronte
alle scoperte scientifiche?
«Ci sono quattro modi di concepire i rapporti tra scienza e fede. Il primo è il conflitto. Si afferma: le scoperte scientifiche hanno senso soltanto se corrispondono allo schema bibilico. Il secondo: il rifiuto sistematico di ogni rapporto (Karl Barth, nell'elaborare la sua teologia della creazione, annuncia di voler ignorare qualsiasi dato di carattere scientifico). Terzo: il dialogo, o la disputa. Quarto: l'integrazione, l'approccio che ispira l'opera di Teilhard de Chardin. Io preferisco il terzo
atteggiamento, realistico e costruttivo. Penso comunque che, per il credente, la via migliore sia quella di confessare la sua fede attraverso la realtà che ci descrive la scienza, ma senza fermarsi a questa realtà».
Si dice: la scienza si occupa del "come", la fede del "perché".
«Galileo fa questa distinzione nella lettera a Cristina di Lorena. Ma questo compromesso va superato. Altrimenti si arriva a una sorta di schizofrenia: si è ricercatori durante la settimana e credenti la domenica».
Lei scrive che Charles Darwin non merita né la santificazione nè il rogo. Ma di Darwin quale idea si è fatta veramente?
«Il darwinismo: ecco il solo caso, in cui una teoria scientifica porta ancora il nome del suo autore. In più di 120 anni, le cose sono cambiate ma la biologia non ha ancora trovato un paradigma più adatto del darwinismo nel cui solco lavorare. D'altro canto, c'è da dire che la figura di Darwin avvince più di quanto sembri a prima vista. I suoi scrupoli, la sua serietà, il suo rispetto per la moglie Emma; tutto questo merita un sincero interesse».