![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 GENNAIO 2002 |
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L'intervista a Pierre Bourdieu, di cui
pubblichiamo (in una traduzione che realizza spesso una sintesi del suo pensiero) gli stralci
relativi all'ultimo decennio della sua militanza intellettuale, è inedita in italiano ed è stata pubblicata
sulla rivista francese Vacarme, a cura della redazione. Disponibile, seducente - troppo per essere onesto, sostenevano
i suoi detrattori - Bourdieu aveva
aperto l'intervista con un commento dolce-amaro sul mondo intellettuale e politico che lo circondava, proprio lui che
veniva spesso presentato come l'intellettuale più noto e più potente della
Francia: "Ho letto molto l'Educazione sentimentale: non posso non
sghignazzare come Flaubert. Forse il mio non è proprio un ghigno, ma un sorriso
un po' triste" - diceva.
Prima degli anni `90, si rimproverava al
tuo lavoro di non essere abbastanza politico, di non riuscire a mobilitare le
persone...
E' una questione piuttosto complicata. Ho
sempre dovuto combattere in me stesso un certo anti-intellettualismo. Dirlo non è forse molto prudente, ma
è vero che sono stato innervosito da alcune prese di posizione politiche. Per
esempio, all'epoca in cui tutti citavano Marx, io citavo apposta Weber.
Sono sempre andato contro-tendenza. Credo che una parte delle mie reticenze,
delle mie prudenze fossero solo il frutto di una reazione. Quando vedo come
sono diventati quelli che all'epoca mi scavalcavano a sinistra, e che oggi mi
sorpassano a destra, mi dico che avevo un po' ragione. C'era un aspetto
avventurista, populista, infantile e borghese, insopportabile in molte prese di
posizione. In realtà, ho sempre considerato il mio lavoro come molto connotato
politicamente. Se se ne fa un bilancio, si vede che molte tra le idee che ho
proposto hanno scosso quasi tutti i campi, andando contro quel che c'era di più
intellettualmente scontato. Però è vero, sono stato percepito come uno
scientista hard, uno che stabilisce i fatti e poi se ne va.
Tra i
concetti che caratterizzano gli anni `90, c'è quello di "intellettuale
collettivo". Sembra davvero che rappresenti un'alternativa a un certo
numero di figure dell'intellighenzia: intellettuale "totale" o
generale, "specifico" o organico e così via.
Si tratta,
in realtà, di cumulare i saperi. Bisogna integrare i saperi specifici
attraverso un lavoro collettivo, se si vuole fare critica sociale. Credo che
Foucault sarebbe stato d'accordo. Eravamo entrambi nauseati
dall'intellettuale totale che ha risposte a tutto, che irrita per la sua
arroganza e per la sua imprudenza. Ho pensato molto presto che si trattava
comunque di eliminare la cesura tra professionisti e non professionisti;
innanzi tutto tra professionisti della ricerca e professionisti dell'azione
militante. Anche perché, per via di tutto il lavoro che avevo svolto in questo
campo, ero consapevole del fatto che l'aumento del livello d'istruzione implica
l'apparizione di responsabili-animatori politici di un genere assolutamente
nuovo, dotati di un capitale culturale molto alto. Si tratta ormai di persone
molto colte, sia dal punto di vista generale che dal punto di vista politico.
Persone che hanno compreso a fondo quei mutamenti sociali che rendono
intollerabile un certo tipo di governo delle masse. Non si può più parlare come
una volta. Bisogna tenere conto del fatto che sono nate nuove aspirazioni.
Se c'è un
"campo militante", quale potrebbe essere la sua regola? Il campo
intellettuale si misura sulla verità, l'eccellenza burocratica sul rispetto
della norma. E l'arte della militanza?
Mi sento in
imbarazzo, non lo so. Convinzione, efficacia, tutto questo ha a che fare con
l'etica, non funziona bene. Non molto tempo fa, il militante era un militare o
un monaco. Adesso non più. Oramai, il militante delle associazioni di lotta
deve animare, scoprire, svegliare. Nell'81, in un'intervista a Libération,
dicevo che la sinistra al potere ha ucciso la tradizione libertaria del
movimento sociale, la quale è sempre stata in concorrenza con la tradizione
centralista autoritaria, e bisognerebbe forse risvegliarla. Ora penso che
questa tradizione stia rinascendo nel movimento delle lotte sociali. E non si
tratta esattamente di una tradizione anarchica, è più complicato: somiglia a
una tradizione anarchica che avrebbe conservato la nostalgia, meglio,
l'attaccamento per il realismo, anche se quest'ultimo è teoricamente il
monopolio dei centralisti.
Pur
definendoti un "intellettuale collettivo", non dici mai
"noi". Descrivi una pratica collettiva della ricerca, e forse perfino
della verità. Ma quando questa verità parla, lo fa attraverso il discorso
impersonale della scienza, oppure con la prima persona singolare, come nelle
tue, bellissime, "Meditazioni pascaliane".
Mi ricordo
un'epoca in cui gli intellettuali erano nella merda, io mi riunivo con
Robbe-Grillet, Deleuze, Foucault e altri, eravamo una quindicina, non
appena si apriva un problema nel contesto sociale, uno di noi, poco importa chi
fosse, prendeva l'iniziativa. Il punto è produrre testi collettivi. Sulle
carceri toccava piuttosto a Foucault, sulla Palestina a Deleuze. Poi il testo
che era stato prodotto circolava, e tutti quelli che potevano lo firmavano. E
siccome bisognava gratificare il narcisismo di chi amava farsi vedere in Tv,
facevamo leggere il testo da un attore. Ha funzionato durante gli eventi
successi in Polonia. Il testo che scrivemmo con Foucault era violentissimo,
venne poi letto da Yves Montand e sembrava quasi che cercassimo di venire
insultati. Penso che bisognerebbe muoversi così anche in tema di lotte sociali.
Si potrebbe far funzionare un collettivo europeo, con Internet questa idea
diventa possibile. Allora sì che ci sarebbe un "noi", un
"noi" aperto.
Molto spesso
parli di Foucault. Tuttavia, hai accolto il suo pensiero con molta reticenza.
Si, ma lo
facevo in modo assai amichevole. Si parlava e allo stesso tempo non si parlava.
Credo che lui facesse in modo di proteggere il nostro rapporto di amicizia,
cercavamo allo stesso tempo di confrontarci e di evitarci.
A costo di
schematizzare, si potrebbe dire che tu rimproveri al pensiero di Foucault di
aver sottovalutato l'"addestramento" quotidiano dei corpi da parte
della vita sociale stessa. Forse lui avrebbe a sua volta potuto rimpiangere la
tua concezione dello Stato, troppo semplice, che trascura il carattere
capillare del potere.
Si, ma non
esiste un effettivo antagonismo. Su questo punto, sono leibniziano. In un suo
testo bellissimo, il giovane Leibniz a un certo punto dice: "Io voglio
integrare". All'epoca, nessuno leggeva gli scolastici, ma lui sì: studiava
allo stesso tempo Cartesio, Pascal e così via. Io integro Marx e Weber,
Weber e Durkheim, anche se per tradizione andrebbero considerati in
opposizione. Dualismi di questo tipo permangono fino ai nostri giorni, per
esempio quello che oppone Foucault a Habermas. Tutto questo non ha senso. Prendiamo Foucault/Bourdieu.
Io studio la
socializzazione, l'apprendimento, l'incorporazione - per farla breve, il
diventare-corpo del sociale. Nulla di geniale, tutti l'hanno fatto - solo che
io lo faccio in modo molto più sistematico. Ora, parlare del sociale significa
parlare della storia. Il corpo, mentre si socializza, si storicizza: si prende
in faccia la storia. E io rendo oggettivo quello che è stato incorporato,
quindi naturalizzato. De-naturalizzo e, di conseguenza, libero. Tutto questo lavoro
può avere per finalità il fatto rendere possibili alcuni usi clinici della
sociologia. Si potrebbe dire che faccio una socio-analitica. Foucault, dal suo
canto, proponeva una "politica dei corpi". Ed è vero che ne ha
accentuato di più il lato dinamico, aperto. Ma l'avversario era lo stesso per
me e per lui: lo spiritualismo
personalista.
Quali sono,
oggi, i grandi argomenti d'inchiesta sociologica da inaugurare?
Argomenti
allo stesso tempo scientifici e politici. Tutto quello che riguarda i rapporti
internazionali in materia di diritto, di letteratura ecc. E bisogna occuparsi
della miseria dei quadri: forse, per quanto strano possa sembrare, una speranza
per il movimento delle lotte sociali può venire da lì. Attualmente, gli
informatori dei nostri amici critici sono molto spesso persone che sono parte
integrante del sistema, che occupano posizioni molto importanti al Fondo
monetario internazionale, o alla World Trade Organization, a Bruxelles come al
ministero del tesoro. Non dico che toccherà a loro il ruolo di mano d'opera
all'inchiesta,
ma saranno comunque molto importanti in un movimento di lotta che per gran
parte è intellettuale, e che lo sarà sempre di più. Dirotteranno il capitale,
che è loro: possiedono l'informazione, e ce n'è bisogno. Dovunque le tensioni
sono notevoli: al Fondo monetario internazionale come alla World Trade
Organization, anche se possono sembrarci organizzazioni monolitiche. Ora si
dice: "E' l'effetto Seattle". No. Il movimento di Seattle ha agito di
rinforzo, ma queste figure (allo stesso tempo critiche e integrate in luoghi di
potere ndr) esistevano già prima. La teoria dei "campi" ci ricorda
come ci siano lotte e
piccole rivoluzioni ovunque, sebbene sembrino molto improbabili. Credo esista una sorta di legge trans-storica la quale ci permette di dire che i soggetti sovversivi sono quelli che si ritrovano tra due fronti, che stanno male nella loro pelle perché vivono male la loro posizione. La storia comparata lo dimostra chiaramente: i leader dei movimenti millenaristi del medioevo, i profeti dell'Apocalisse, erano ex preti.