RASSEGNA STAMPA

25 GENNAIO 2002
MARCO DERAMO
E' MORTO PIERRE BOURDIEU

Il grimaldello della ragione

Ieri è morto un maestro che odiava la nozione di maestro. Uno di quei rari umani che ai propri lettori e discepoli regalano occhiali magici con cui guardare il mondo, la società, gli individui, le motivazioni: sono lenti mentali che consentono all'improvviso di scorgere impensati paesaggi, inopinate configurazioni umane, ci offrono alla comprensione quel che prima appariva terra incognita.

Ieri ci ha lasciato Pierre Bourdieu, a soli 71 anni. E la magia che regalava a chi lo leggeva, gli parlava, studiava con lui, era la magia più antica, più sovversiva, più trasgressiva del mondo: quella della buona, vecchia ragione.

Non è esagerato affermare che se Immanuel Kant sottopose la ragione umana al tribunale della ragione, Pierre Bourdieu ha cercato per tutta la sua operosissima vita di sottoporre le ragioni della società al tribunale della ragione sociale: uno dei suoi volumi più ponderosi, La distinzione (1979), porta un sottotitolo inequivocabilmente kantiano, Critica sociale del giudizio. Il suo colossale progetto di analisi della società umana, del suo strutturarsi in campi, e delle loro reciproche interazioni, ha un'ambizione globale e un procedimento sistematico. Un progetto che si è articolato - oltre che in più di trenta volumi - in quella straordinaria opera collettiva che è stata ed è la rivista che lui ha fondato nel 1976 e da allora ha diretto, Actes de la recherche en sciences sociales.

In un'epoca che esalta la ragione frammentaria e il pensiero debole, Pierre Bourdieu è andato contro corrente: il suo è davvero un pensiero forte. In questo senso, hanno ragione le biblioteche universitarie statunitensi che collocano le sue opere negli scaffali delna filosofia piuttosto che della sociologia, disciplina sotto cui è di solito etichettato. Un'etichetta che per decenni gli ha ostruito l'ingresso nella cultura italiana, così ostile alla sociologia: da destra - a causa dello storicismo idealista gentiliano e crociano che vedevano nella sociologia solo una volgare spremuta di positivismo determinista; e da sinistra - per cui la sociologia era solo la risposta capitalista a Marx.

Contro questi luoghi comuni, il sociologo Pierre Bourdieu ha sempre rivendicato la sua ascendenza marxiana: "Marco, ma cosa ho fatto per tutta la vita se non articolare l'idea marxiana per cui la società è strutturata in classi?" mi è sbottato un giorno, in una stanzetta della Maison des Sciences de l'Homme, a Boulevard Raspail a Parigi. Fin troppo modesto. In realtà il compito che Bourdieu si è prefisso è stato quello di dirimere il nodo teorico che la tradizione marxista ha sempre lasciato irrisolto e che nel marxismo volgare è noto come "rapporto tra struttura e superstruttura" ("e solo il fatto di chiamarlo così rende il problema insolubile", notava Bourdieu).

Già il suo primo studio, del 1961 (Sociologie de l'Algérie) riguarda la materialità economica dello scambio simbolico in Kabilia. Vi si vede subito l'allievo di Karl Marx, Max Weber, e soprattutto Emile Durkheimer, che dimostra come - con buona pace del buonismo polanyano e del terzo settore - il dono è sempre falsamente disinteressato, perché attende sempre di essere ricambiato.

Siamo negli anni '60, con Jean-Paul Sartre a sostenere che "l'intellettuale è un tecnico del sapere pratico" e Louis Althusser a descrivere la riproduzione ideologica come opera di apparati. La rivoluzione copernicana di Bourdieu sta nel sostituire alla domanda sartriana "cosa è un intellettuale?", la domanda "come si diventa intellettuali?", e quindi "che interesse ha una persona a diventare intellettuale?". La risposta, Bourdieu la cerca allora nelle inchieste sugli iscritti alle Grandi Scuole francesi, sulle loro origini, le loro pratiche culturali. Da qui nasce Les héritiers: les étudiants et la culture (1964) scritto con il primo dei suoi discepoli, Jean-Claude Passeron, in cui si dimostra come nella società borghese il titolo di studio costituisce l'equivalente di quel che nel feudalesimo era il titolo nobiliare. Simili i meccanismi d'inflazione: all'inizio il titolo più elevato era barone; poi - per compensare l'inflazione di baroni - si dovettero creare i conti, poi, i duchi, poi gli arciduchi, poi i principi. Così, a sancire l'appartenenza alla classe dominante, un tempo bastava la maturità classica (indispensabile allora per essere ammessi al corso allievi ufficiali), poi servì la laurea; ora, con l'inflazione di lauree, serve un titolo post-universitario. E se i cadetti della nobiltà venivano mandati nel clero o nelle colonie, quelli delle famiglie borghesi diventano giornalisti, fotografi, pubblicitari.

Come si vede, quella di Bourdieu è nello stesso tempo una sociologia dei beni simbolici e una disanima dei meccanismi di riproduzione della classe dominante. Ed è facile capire quanto sia stato importante questo libro quando è scoppiato il maggio '68 e gli studenti parigini se lo sono trovati là, bello e pronto, a descrivere i meccanismi di selezione e riproduzione contro cui lottavano. Les héritiers è stato alla Sorbona quello che a Berkeley fu L'uomo a una dimensione di Herbert Marcuse.

Les héritiers è la prima di una lunga serie di ricerche in cui Bourdieu disvela le costellazioni di gusti, pratiche culturali, strategie professionali che formano le traiettorie sociali di ogni persona e a loro volta ne vengono determinate.

Anche dai suoi discepoli, gli è stata spesso rivolta l'accusa di determinismo (una delle migliori caratteristiche di Bourdieu come maestro è che tutti i suoi migliori allievi, e coautori dei suoi libri, alla fine lo hanno criticato, ne hanno preso le distanze, e hanno seguito la propria via sociologica: così Passeron, così Jean-Claude Chamboredon, Luc Boltanski...). Ma è un determinismo che, per poter essere efficace, deve farsi meno cogente, più elastico: una delle sue fonti epistemologiche è Gaston Bachelard, che non è proprio un positivista. Così, al posto del capitale inteso in senso puramente economico, Bourdieu introduce tre forme diverse di capitale, a) economico, b) culturale e c) sociale, e mostra le interazioni, i travasi tra questi tre capitali. Anche le posizioni di classe si articolano: gli intellettuali vanno visti di volta in volta come frazione dominata della classe dominante oppure come frazione dominante della classe dominata, e il viavai fra queste due posizioni è di per sé un fattore determinante delle loro pratiche.

E' inutile qui mettersi a fare il Bignami della complessissima teoria sociologica di Bourdieu. Basti un esempio: per Bourdieu la percezione che ognuno di noi ha della propria posizione sociale non coincide mai con questa posizione: cioè, ognuno ha un'immagine alterata, errata di sé nella società. Il punto è, dice Bourdieu, che la distanza tra la nostra percezione di noi e la nostra reale posizione cresce man mano che scendiamo nella scala sociale: è così che, per esempio, un impiegatuccio parla con disprezzo del "popolino". E poiché noi agiamo in base al punto da cui pensiamo di partire, questo divario spiega come mai gli errori di strategia non sono mai cantonate individuali ma tendenze sociali.

Ecco perché per tutti gli anni '70 e '80 nessuno ha vivisezionato la retorica della sinistra (del "discorso dominato legittimo") in modo più spietato di Bourdieu: perché la lente davvero sovversiva degli occhiali che ci ha regalato è quella di svelare le strategie di denegazione e di eufemizzazione: un artista non potrà mai perseguire il proprio interesse se non è sinceramente convinto del proprio disinteresse (l'arte per l'arte); se appena è cosciente di voler guadagnare e fare carriera, non ci riuscirà mai. Ma questo disvelamento è possibile solo se il sociologo si pone 1) in rapporto autoriflessivo e critico con il proprio essere sociologo, e 2) al di qua della politica.

1) In uno sguardo sospettoso con il proprio essere sociologo, per non cadere nel tranello della meta-sociologia che si presenta come la teoria sociologica di tutte le sociologie possibili. Da questo punto di vista, la lezione introduttiva (La leçon sur la leçon) che Bourdieu tenne al Collège de France nel 1982 costituisce nella sua brevità un classico del pensiero che ha la stessa succinta profondità di un'Epistola a Meneceo, e che tutt'oggi suscita riflessioni ed echi vertiginosi.

2) Al di qua della politica, perché la guarda come un campo relativamente autonomo, in cui gli agenti operano spinti dalle proprie traiettorie sociali, dai propri habitus. L'impegno politico del sociologo si rifiuta al libro inteso come comizio politico. Fa politica senza dirlo, smontando le motivazioni sociali del discorso militante e filosofico, come ha fatto Bourdieu in quel classico della demistificazione del galateo filosofico che è L'ontologia politica di Martin Heidegger (1988) dove infine la filosofia non viene letta come pretende di esserlo, cioè ontologicamente, all'indicativo presente della terza persona singolare ("l'esserci è"), ma contestualizzandola e senza facili cortocircuiti, alla Farias, tra heideggerismo e nazismo. Il sociologo fa politica ricercando sul campo i meccanismi della "costruzione politica dello spazio" geografico e sociale, come nella straordinaria, commovente opera collettiva del 1993, in cui compaiono gli ultimi testi più densamente teorici: La Misère du monde, un volumone di 950 fitte pagine che fu venduto a 300 mila copie in Francia e tradotto in 13 lingue.

Però nell'ultimo decennio, Bourdieu è come venuto meno al proprio precetto e i suoi libri non sono più stati intrisi di politica, ma direttamente politici. E' stato un atteggiamento di prodigalità: ha speso il suo nome, il suo prestigio, la sua energia per tutte le cause, a cominciare da Attac, che tanti altri "maestri" hanno disertato. Dopo aver polemizzato tanti anni con Sartre (e con Foucault), Bourdieu ha come ripreso nelle proprie mani il testimone che Jean-Paul aveva lasciato, quello dell'impegno. I suoi libri però ne hanno perso interesse, hanno somigliato sempre più a pamphlet, sempre meno a quegli appassionanti viaggi nell'ignoto sociale cui Bourdieu ci aveva abituati.

Con lui, ieri si è chiusa definitivamente la grande stagione in cui la Francia ha insegnato al mondo, da Sartre a Barthes, da Foucault a Deleuze. Ma Bourdieu ha una dote specifica, un'ironia un po' spaccona dovuta forse alle sue origini guascone (come d'Artagnan, è nato nel Bearn), un modo sorridente di smontare la società umana, con il ciuffo ribelle sulla fronte ampia e il bel viso aperto, come quando per compiti ci dette a scelta questi due temi: a) "Spiegare perché una persona ragionevole sarebbe pronta a tutto, anche a vendere la madre per essere nominato decano di un istituto di filologia romanza"; b) "Spiegare perché un salumiere investe una quantità di milioni sufficienti a comprare un altro negozio, solo perché suo figlio impari a memoria esametri greci".
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