![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 GENNAIO 2002 |
|
DARIO ANTISERI INTERVIENE SULLA DIFFERENZA TRA SUSSIDIARIETÀ
ORIZZONTALE E VERTICALE
"Gli
Americani di tutte le età, condizioni e tendenze - scrive Alexis de
Tocqueville - si associano di continuo. Non soltanto possiedono associazioni
commerciali e industriali, di cui tutti fanno parte, ne hanno anche di mille
altre specie: religiose, morali, gravi e futili, generali e specifiche,
vastissime e ristrette. Gli Americani si associano per fare feste, fondare
seminari, costruire alberghi, innalzare chiese, diffondere libri, inviare
missionari agli antipodi; creano in questo modo ospedali, prigioni, scuole.
Dappertutto, ove alla testa di una nuova istituzione vedete, in Francia, il
governo (...), state sicuri di vedere negli Stati Uniti un'associazione".
Così de Tocqueville, ne "La democrazia in America", descrive il
funzionamento, nella vita sociale, di quel principio che in seguito verrà
chiamato "principio di sussidiarietà". Tale principio - autentico
baluardo a difesa della libertà degli individui e dei "corpi
intermedi" nei confronti delle pretese onnivore dello statalismo - trova
una formulazione - ormai diventata classica - nell'enciclica "Quadragesimo
Anno" (1931) di Pio XI dove, al paragrafo 80, si dice che "siccome
non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze
e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a
una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si
può fare. Ed è questo insieme un grave danno ed uno sconvolgimento del retto
ordine della società; perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della
società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo
sociale, non già distruggerle e assorbirle". Siffatto principio di
sussidiarietà, successivamente ripreso in altre encicliche papali e in
documenti ufficiali della Chiesa - basti richiamare la "Pacem in
Terris" (1963) di Giovanni XXIII o la "Centesimus Annus" (1991)
di Papa Wojtyla - era stato già formulato da Rosmini nella "Filosofia
della politica", dove leggiamo che "il governo civile opera contro il
suo mandato, quand'egli si mette in concorrenza con i cittadini, o colla
società ch'essi stringono insieme per ottenere qualche utilità speciale; molto
più quando, vietando tali imprese agli individui e alle loro società, ne
riserva a sé il monopolio". In breve: lo Stato "faccia quello che i
cittadini non possono fare".
E' questo, dunque, il principio di sussidiarietà orizzontale ben diverso dall'altra formulazione che porta il nome di sussidiarietà verticale, dove, per esempio, si dice, che la Regione farà quello che non fa lo Stato, la Provincia farà quello che non fa la Regione, e i Comuni e le aree metropolitane faranno quello che non fa la Provincia. E qui è chiaro che, se il principio di sussidiarietà verticale non viene esplicitamente coniugato con quello di sussidiarietà orizzontale, si cade in modo inequivocabile in una più subdola e pericolosa forma di statalismo celebrata nella formula - ciò che non fa il pubblico lo fa il pubblico. Ma è proprio contro ogni forma di oppressione nei confronti della libertà, responsabilità, spirito di iniziativa dei singoli e delle associazioni spontanee che è stato difeso il principio di sussidiarietà - e ovviamente non solo dai cattolici. La "Filosofia della polìtica" di Rosmini è del 1839. Dieci anni più tardi, nel 1849, J. S. Mill pubblica "On Liberty", ben consapevole che "i mali cominciano quando invece di fare appello alle energie e alle iniziative di individui e associazioni, il governo si sostituisce ad essi quando invece di informare, consigliare e, all'occasione, denunciare...". Su questa linea si sono mossi i grandi liberali del nostro secolo: Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek e Karl Popper - tra altri. Scrive Havek: "E' totalmente estranea ai principi base di una società libera l'idea secondo la quale tutto ciò di cui il pubblico ha bisogno debba essere soddisfatto da organizzazioni obbligatorie". Il vero liberale, ad avviso di Havek, deve auspicare il maggior numero possibile di associazioni volontarie, di quelle organizzazioni "che il falso individualismo di Rousseau e la Rivoluzione francese vollero sopprimere". E, infine, Karl Popper: "Io sostengo che una delle caratteristiche della società aperta è di tenere in gran conto (...) la libertà di associazione e di proteggere e anche di incoraggiare la formazione di sotto-società libere, ciascuna delle quali possa sostenere differenti opinioni e credenze".