RASSEGNA STAMPA

15 GENNAIO 2002
GIANFRANCO MARRONE
Chi studia i segni dà fastidio a chi crede che sicuramente esistono Verità ultime

Ecco perché la semiotica, la scienza fondata agli inizi del Novecento dal filosofo Peirce e dal linguista De Saussure, ha avuto a lungo un ruolo marginale nella tradizione culturale dell´Occidente

Fra le tante esclusioni che hanno caratterizzato la storia culturale dell´Occidente - delle donne, dei neri, della sessualità, del lavoro manuale, del corpo - ce n´è una su cui non si riflette abbastanza: è l´esclusione del segno. Nonostante la vita umana sia sempre stata legata a un gran numero di indizi, tracce, segnali, sintomi, diagrammi, stimoli, simboli, emblemi, icone o marchi, la disciplina che ne studia il funzionamento - la semiotica - ha un´origine relativamente recente. È soltanto all´inizio del Novecento, infatti, che il filosofo Charles Peirce e il linguista Ferdinand de Saussure, in modo indipendente l´uno dall´altro, hanno gettato le basi teoriche per la scienza dei segni. La semiotica, da quel momento in poi, s´è affermata come una delle discipline guida nel campo delle scienze umane e sociali, grazie soprattutto al lavoro di studiosi come Roland Barthes, Algirdas Greimas e Umberto Eco. E prima? Possiamo dire che nessuno s´era accorto dell´importanza dei segni, del ruolo basilare che essi rivestono per la conoscenza o per l´organizzazione pratica dell´esistenza? Diciamo semmai che la questione del segno, pur individuata e riconosciuta da molti, è stata a lungo relegata ai margini della riflessione teorica, e considerata una specie di appendice minore di altri settori del sapere: della logica, della metafisica, della gnoseologia, della retorica, della poetica, ma anche, al di là del pensiero filosofico, della medicina, della matematica, della divinazione, della fisiognomica, della magia, dell´araldica, della kabbalistica e così via. Il segno, si intuiva, è un´entità a metà strada fra il pensiero e il mondo, che media la loro relazione e può addirittura costituirla. Per questa ragione, rivendicarne l´esistenza significa ridimensionare fortemente l´idea tradizionale della Verità come adeguazione fra le parole e le cose. Studiare i segni vuol dire insomma dar fastidio a tutti quei sistemi di pensiero che credono nelle verità ultime, metafisiche o scientifiche che siano. Si comprende dunque il ruolo marginale della semiotica nella tradizione culturale occidentale e, potremmo aggiungere, le difficoltà che essa talvolta ancora incontra. Nonostante ciò, nel corso dei secoli molti autori hanno rilevato aspetti fondamentali dei meccanismi semiotici. Basti pensare ad Aristotele, che sviluppava una teoria della significazione all´interno della logica e della retorica, o agli stoici, che consideravano i segni come procedure mentali necessarie alla conoscenza. E se il Medioevo pone la questione della significazione entro le proprie riflessioni metafisiche (decisiva, per esempio, l´idea di "segno efficace" elaborata da Tommaso), è soprattutto la filosofia moderna (Descartes, Hobbes, Locke, Berkeley, Hume etc.) a pensare la semiotica come un settore a sé stante della filosofia, con un suo specifico oggetto d´indagine. Non a caso, il pragmatismo semiotico inaugurato da Peirce si porrà come una rivisitazione della teoria critica di Kant; così come la metodologia strutturale di Saussure, Jakobson e Lévi-Strauss trarrà ispirazione dalla fenomenologia di Husserl e Merleau-Ponty. La Breve storia della semiotica di Omar Calabrese riprende e ordina tutti questi spunti sparsi nella riflessione filosofica, dai greci a Hegel, non solo in senso storiografico, per rintracciare cioè l´origine e il contesto teorico delle questioni semiotiche, ma anche per contribuire alla risoluzione di problemi tuttora aperti nel campo della ricerca: "L´occhio verso il passato è totalmente orientato al presente, o, mi si perdoni la retorica, verso il futuro". La ricca bibliografia in fondo al volume è un´ulteriore testimonianza di questo intreccio tra storia e teoria. La sintesi su Il linguaggio proposta da Lia Formigari si presenta invece come un vero e proprio trattato, in cui la ricostruzione storiografica della semiotica antica, medievale e moderna viene inserita nel più ampio panorama della riflessione sul linguaggio nella tradizione filosofica. Con gli occhi, anche qui, rivolti ai "lavori in corso" di quella che Formigari chiama "filosofia della linguistica", la ricostruzione storiografica si intreccia con una serie di raggruppamenti tematici: il linguaggio come strumento conoscitivo, come mezzo per l´interazione sociale, come elemento della filogenesi della specie umana e così via. Viene in tal modo ribadita l´idea della complementarità di semiotica e linguistica, alla luce di un´osservazione teorica generale: la lingua è prima di ogni altra cosa un sistema sociale di segni; ma il segno per antonomasia è la parola, la sua produzione e circolazione all´interno di una specifica comunità. Restituendo al segno il posto che da sempre occupa tra i fatti umani e sociali, i volumi di Calabrese e Formigari rilanciano implicitamente la proposta di una collaborazione tra discipline e settori di ricerca. Collaborazione senza la quale il segno non sarebbe mai riuscito, nel corso della sua travagliata storia, a resistere ai numerosi tentativi di cancellazione o di oblio.
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